Monaco, conferenza di guerra
La Conferenza annuale sulla Sicurezza di Monaco, conclusa nel fine settimana, ha ratificato lo stato di estrema tensione nei rapporti internazionali, a malapena celato dall’intervento – o più precisamente da un breve passaggio di esso – del segretario di Stato americano, Marco Rubio, che i media ufficiali hanno per lo più caratterizzato come un gesto distensivo nei confronti dell’Europa. Il vertice è stato in larga misura dominato dalla presa d’atto esplicita dell’inevitabilità della guerra permanente, a cui i paesi occidentali si stanno preparando, in conseguenza del tracollo dell’ordine internazionale e dell’emergere di un nuovo fragilissimo sistema basato semplicemente sulla legge del più forte.
Il discorso di Rubio è stato in realtà una tirata ultra-reazionaria per giustificare l’abbandono anche formale dei principi di democrazia e uguaglianza che hanno in apparenza guidato la politica estera degli Stati Uniti del dopoguerra. Dopo avere denunciando lo “spreco” di risorse per welfare e lotta al cambiamento climatico, che hanno sottratto fondi alla “difesa”, l’ex senatore repubblicano “neocon” ha in definitiva proclamato la superiorità della “cultura” occidentale e offerto la giustificazione di politiche xenofobe, se non apertamente razziste. Il riferimento agli errori commessi nell’avere abbracciato una “visione dogmatica di un commercio libero e senza restrizioni” e nell’avere delegato “la nostra sovranità a istituzioni internazionali” rimanda inoltre e anche a livello retorico all’intenzione americana di agire senza nessun freno nel perseguimento dei propri interessi strategici ed economici.
Questa dichiarazione riflette peraltro già molte delle azioni intraprese dall’amministrazione Trump negli ultimi dodici mesi, in altri tempi considerate palesemente illegali o del tutto criminali. I leader europei presenti a Monaco non hanno tuttavia battuto ciglio, perché fondamentalmente sono sulla stessa lunghezza d’onda di Washington nel gettare a mare democrazia e diritto internazionale. E infatti, un’oscena standing ovation è scattata quando Rubio ha ricordato la “storia condivisa” di USA ed Europa e ha assicurato che il suo paese desidera che quest’ultima rimanga “forte”. In molti da questa parte dell’Atlantico avevano ancora in mente la strigliata del vice-presidente Vance nella scorsa edizione della Conferenza, così che la diversa retorica di Rubio è arrivata come un sollievo, ancorché momentaneo.
In un’altra parte del discorso, il segretario di Stato americano ha di fatto invocato il ritorno all’epoca dell’egemonia occidentale sul pianeta, la cui fine – ovvero l’emancipazione e l’indipendenza di ex colonie nel “sud del mondo” – è stata definita come una “scelta” che ha segnato il declino dell’Occidente stesso. Per questa ragione, sotto la guida del presidente Trump, l’obiettivo è di soggiogare paesi più deboli e arretrati, ma soprattutto dotati di risorse utili al capitalismo occidentale, nonché di ostacolare l’emergere di centri di potere alternativi che minacciano il consolidarsi di un futuro multipolare.
I capi di governo europei riuniti a Monaco hanno da parte loro appoggiato questa visione del mondo. Nessuno di loro ha manifestato la minima riserva nei confronti di un’amministrazione americana che ha rapito il presidente di uno stato sovrano o che sta progettando alla luce del sole una guerra catastrofica di aggressione contro l’Iran. Al di là delle modalità, queste iniziative vedono USA ed Europa allineati. Le tensioni si manifestano attorno ad altre questioni che vanno a toccare gli interessi strategici ed economici europei, come dazi e guerra commerciale o la minacciata annessione della Groenlandia.
Soprattutto, è sempre il possibile disimpegno americano dalla guerra in Ucraina e un eventuale accordo tra Mosca e Washington sopra la testa dell’Europa a tenere in ansia quest’ultima. Per i governi europei è cruciale che gli USA restino a bordo del progetto ucraino, perché la guerra offre la giustificazione per un colossale piano di riarmo, imprescindibile per cercare di indebolire o distruggere la Russia e per partecipare alla corsa neo-coloniale di cui ha parlato Rubio. Nei discorsi dei vari Merz, Macron e Starmer anche solo l’apparenza di politiche di pace e la priorità della diplomazia è così totalmente svanita, per lasciare spazio a minacce e militarismo spinto.
Il cancelliere tedesco, senza dubbio incoraggiato dall’invito di Rubio a svincolarsi dal senso di “colpa e vergogna” del passato nazista, ha rilanciato le ambizioni da grande potenza di hitleriana memoria della Germania, sia pure dietro la copertura dell’unità europea. Macron ha introdotto a sua volta la questione del “deterrente nucleare” a disposizione del suo paese, in prospettiva di un possibile coordinamento in questo ambito con le altre potenze europee. Ancora più esplicito è stato il primo ministro britannico Starmer, in piena crisi politica sul fronte domestico, che ha insistito sulla cooperazione militare con l’UE, visto l’imperativo di “costruire un potere coercitivo, perché questa è la moneta corrente del nostro tempo”.
Quello che è emerso da Monaco è dunque la presa d’atto della fine dell’ordine “basato su regole” uscito dal secondo conflitto mondiale. L’Europa deve di conseguenza prepararsi alla nuova era in cui saranno i più forti a prevalere e a prosperare. I tempi dove gli interessi materiali delle nazioni erano nascosti dietro la diplomazia o la mediazione degli organi sopranazionali sono finiti. Il dibattito politico non è quindi più rivolto a cercare di limitare i conflitti ed evitare la terza guerra mondiale, bensì a come meglio prepararsi per una conflagrazione vista ormai come inevitabile, anche se avversata dalla stragrande maggioranza della popolazione occidentale.
L’atteggiamento dei leader di Europa e Stati Uniti è ancora più assurdo se si considera che quelle regole che oggi tutti ripudiano sono state fissate dall’Occidente stesso. Oggi, queste ultime non sono più accettabili come strumento di de-escalation e contenimento dei conflitti non perché, come ha affermato Rubio a Monaco, sono state sfruttate dai nemici per rafforzarsi e minacciare il mondo “democratico”, ma piuttosto perché distrutte da un Occidente che vede in esse un ostacolo al perseguimento di politiche predatorie e neo-coloniali.
Tornando all’illusione di una distensione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, le lusinghe di Rubio nascondono un piano ben preciso e già evidente da tempo, ovvero la subordinazione del vecchio continente a Washington, esemplificato dai diktat americani – accettati più o meno docilmente da questa parte dell’Atlantico – sulle politiche energetiche e sull’acquisto di armi americane da inviare in Ucraina. Una sottomissione, quella chiesta dalla Casa Bianca, che lascerebbe tutt’al più le briciole a un’Europa che sembra avere accettato fin qui il suicidio economico e la rinuncia alla propria sovranità per tenere in piedi il miraggio di piegare la Russia.
La Conferenza di Monaco ha mostrato infine anche la totale assenza, nel quadro politico odierno, di forze alternative che si oppongono alla deriva bellica e antidemocratica a cui si sta assistendo in Occidente. Nella misura in cui, ad esempio, vengono rivolte critiche all’amministrazione Trump, esse si risolvono in inviti a tenere un atteggiamento ancora più aggressivo. È il caso, tra gli altri, della deputata democratica “di sinistra” Alexandria Ocasio-Cortez, arrivata a Monaco assieme a una foltissima delegazione di colleghi americani e accolta con non poche aspettative tra gli oppositori delle politiche trumpiane. La stella dell’ala “liberal” del Partito Democratico americano ha sì attaccato il presidente, ma per il minacciato disimpegno dal conflitto in Ucraina, che a suo dire lascerebbe l’Europa irrimediabilmente esposta all’aggressione della Russia di Putin.

