Giappone, populismo e riarmo
La neo-premier giapponese, Sanae Takaichi, ha incassato nelle elezioni anticipate di domenica il risultato più importante in termini di seggi per il Partito Liberal Democratico (LDP) dalla sua fondazione nel 1955. Con una combinazione riuscita di propaganda elettorale e manipolazione delle procedure democratiche, il tradizionale partito di potere nel paese dell’Estremo Oriente ha registrato un clamoroso rilancio dopo la perdita della maggioranza nella camera bassa del parlamento di Tokyo (Dieta) nel 2024. A risultare determinante è stata anche la cronica inconsistenza dell’opposizione, perennemente frammentata o intenta ad assecondare lo spostamento a destra del baricentro politico giapponese. Non è detto in ogni caso che la nettissima vittoria si traduca in stabilità di governo per l’intera durata del mandato, visto che la stessa Takaichi ha di fatto ammesso la necessità di implementare politiche – sul lato economico e non solo – che rischiano di incontrare forti resistenze sia dei mercati sia tra gli elettori.
L’elemento più importante che emerge dal voto è la conquista della “supermaggioranza” dei due terzi dei seggi alla Camera dei Rappresentanti da parte del LDP. Non era mai successo nella storia del Giappone dal secondo dopoguerra che un singolo partito ottenesse questo risultato. Ciò consentirà al nuovo governo e alla sua maggioranza di fare avanzare leggi che potrebbero essere bocciate dalla camera alta della Dieta (Camera dei Consiglieri), dove il LDP è in minoranza. Inoltre, sarà possibile, almeno alla camera bassa, procedere con modifiche alla Costituzione, anche se per renderle definitive serve un voto a maggioranza dei due terzi anche della Camera dei Consiglieri e, successivamente, un referendum popolare. Nel mirino della premier Takaichi, così come di molti esponenti politici giapponesi soprattutto di orientamento conservatore negli ultimi decenni, c’è in particolare la liquidazione anche formale dei vincoli di natura pacifista imposti dalla Costituzione giapponese al ruolo delle forze armate.
I liberal democratici sono così passati da 198 seggi ottenuti nelle elezioni del 2024 a 316. A questi vanno aggiunti i 36 (+2) assegnati all’attuale partner di governo, il Partito dell’Innovazione (Nippon Ishin). In totale, i due partiti occuperanno 352 seggi, ovvero il 75,7% del totale della Camera bassa (465), anche se è possibile che il LDP decida alla fine di dare vita a un governo monocolore. Questi numeri implicano una sconfitta gigantesca per il nuovo raggruppamento di opposizione – Alleanza Centrista Riformista (Chudo) – che cercava di fare appello a un vasto bacino elettorale, dagli ambienti sindacali a quelli più conservatori a cui fa tradizionalmente riferimento il partito Komeito. Quest’ultimo, espressione della minoranza religiosa buddista, aveva rotto oltre un quarto di secolo di alleanze governative con il LDP lo scorso anno proprio in seguito alla nomina di Sanae Takaichi a capo del governo.
La forza numericamente più grande dell’alleanza è il Partito Democratico Costituzionale (CDP), nato da una scissione dell’ala moderata del Partito Democratico di centro-sinistra. CDP e Komeito avevano insieme nel parlamento uscente 167 seggi e i rispettivi leader puntavano a un incremento dopo il voto di domenica. La coalizione ne ha invece ottenuti appena 49, con molti candidati di primissimo piano che hanno mancato l’elezione. Inevitabilmente, già lunedì i due “co-leader” di Chudo – Yoshihiko Noda e Tetsuo Saito – hanno annunciato le dimissioni dal loro incarico. È evidente che la coalizione di opposizione ha avuto poco tempo per organizzare una campagna elettorale efficace, essendo stata formalizzata poco dopo la metà di gennaio, cioè a pochi giorni dall’inizio della campagna stessa, già di per sé tra le più brevi della storia giapponese per precisa scelta della premier che intendeva capitalizzare al massimo il suo attuale livello di gradimento tra gli elettori.
Ci sono tuttavia altre ragioni per la batosta incassata nel fine settimana e la prima e più importante è appunto la decisione da parte del CDP di inseguire l’elettorato di destra senza proporre politiche alternative a quelle economiche e del militarismo spinto avanzate dal LDP sotto la guida della premier Takaichi. Il resto dell’opposizione si è spartita una manciata di seggi. Ciò che resta del Partito Democratico, diventato Partito Democratico Popolare (DPP), ha aggiunto un solo seggio a quelli che detiene attualmente, salendo a 28. In linea con la deriva politica in atto, il partito di estrema destra Sanseito ha fatto segnare invece una crescita sensibile, chiudendo a 15 seggi rispetto ai 2 della legislatura uscente. La retorica xenofoba e guerrafondaia della Takaichi ha però limitato l’appeal del Sanseito come partito “di rottura” basato sul populismo di destra, come conferma il fatto che i suoi leader si aspettavano di raggiungere almeno i 30 seggi. Nel complesso, il “trionfo” del LDP è in parte ridimensionato da un livello di astensionismo nuovamente molto elevato. L’affluenza è stata appena inferiore al 56%, vale a dire la quarta più bassa dal secondo dopoguerra.
Come già accennato, il capo del governo aveva sciolto la camera bassa della Dieta a gennaio, indicendo elezioni anticipate in tempi brevissimi, dopo avere preso atto delle previsioni di tutti i sondaggi che gli attribuivano consensi piuttosto elevati nel paese. Messa la questione in un altro modo, Sanae Takaichi ha affrettato il voto per incassare un mandato basato in sostanza sul nulla o su promesse di politiche espansive difficilmente realizzabili, così da consolidare la sua posizione in vista di provvedimenti non esattamente popolari. Questa strategia di ricorrere a elezioni anticipate quando i sondaggi sono favorevoli è usata spesso dai capi di governo giapponesi, soprattutto negli ultimi anni, e testimonia di un degrado e di uno svuotamento dell’esercizio democratico, oltre che della volatilità degli equilibri politici.
La popolarità o presunta tale della Takaichi è il risultato di un’operazione di immagine del suo partito e dei media “mainstream” giapponesi in risposta al declino del LDP, che era culminato con la perdita della maggioranza in entrambe le camere del parlamento sull’onda di scandali vari per corruzione e della persistente stagnazione dell’economia. La figura della Takaichi è stata confezionata ad arte dagli ambienti del partito che fanno riferimento alla fazione vicina al defunto premier Shinzo Abe. Il solo fatto di essere la prima leader di governo donna in Giappone è stato sfruttato per alimentarne la popolarità. L’accento sui suoi modi schietti e diretti è servito poi a creare un profilo quasi da politica “anti-establishment” focalizzata su iniziative concrete e meno esposta a manipolazioni politiche. In sostanza, la Takaichi è stata promossa come portatrice di cambiamento nella realtà sclerotizzata della politica nipponica.
Il tentativo di distrarre i giapponesi dai problemi interni denunciando l’aumento dei lavoratori stranieri ha fatto parte anch’esso del copione, peraltro consolidato tra le destre di tutto il mondo. La premier aveva infine subito alimentato lo scontro con la Cina dopo il suo insediamento, sia per dirottare all’esterno le tensioni domestiche sia per accreditarsi come partner affidabile agli occhi dell’amministrazione Trump. Il presidente americano aveva infatti espresso il suo appoggio alla Takaichi alla vigilia del voto.
L’impegno preso in campagna elettorale dal governo include l’implementazione di misure populiste anche in ambito economico, come la promessa di eliminare la tassa dell’8% su bevande e alimenti. Come il suo mentore Abe, la Takaichi intende promuovere più in generale politiche di spesa per stimolare l’economia. Il debito pubblico già astronomico del Giappone e previsioni di crescita molto modeste rendono però questa ipotesi a dir poco azzardata, tanto che i mercati e gli ambienti finanziari hanno già fatto capire che, se non ci sarà un cambiamento di rotta, le fortune della premier potrebbero essere di breve durata.
Gli sforzi del governo saranno concentrati in buona parte sulla spinta alla militarizzazione del Giappone. La supermaggioranza conquistata dal LDP alla Camera dei Rappresentanti ha subito galvanizzato la premier, che nel dopo voto ha ribadito la necessità di rivedere la Costituzione nelle parti in cui autorizza solo forze armate di “auto-difesa”. Questo principio è stato aggirato da molti governi giapponesi nel dopoguerra, ma la classe dirigente, soprattutto conservatrice e nazionalista, ha sempre puntato anche a una riscrittura formale del testo costituzionale per spianare la strada all’uso dell’esercito come strumento per la proiezione dei propri interessi sul piano globale.
Questa “necessità” è diventata sempre più impellente in parallelo all’inasprirsi delle rivalità internazionali sotto la spinta della crisi e delle manovre del principale alleato di Tokyo: gli Stati Uniti. In questa prospettiva, il risultato del voto del fine settimana e il successo di Sanae Takaichi annunciano un nuovo periodo di tensioni in Asia Orientale. L’accelerazione militarista rimane in ogni caso poco popolare tra i giapponesi, ma, come già accaduto almeno nell’ultimo decennio, i leader di governo continueranno a fomentare tensioni e a ingigantire le presunte minacce esterne che graverebbero sul paese, così da normalizzare la situazione di crisi, principalmente con la Cina. Cruciali in questo senso saranno i documenti strategici di Difesa e Sicurezza che il prossimo esecutivo intende rivedere il più presto possibile.

