L’effetto Epstein su Downing Street
I giorni da primo ministro britannico di Keir Starmer potrebbero essere contati a causa dello scandalo esploso attorno alla nomina ad ambasciatore negli Stati Uniti della figura ultra-screditata di Peter Mandelson, i cui rapporti con il defunto finanziere americano Jeffrey Epstein sono emersi nuovamente a livello pubblico lo scorso fine settimana. Il fatto che il capo del governo laburista fosse a conoscenza delle relazioni compromettenti tra i due prima che l’ex ministro dei governi di Tony Blair e Gordon Brown fosse scelto per l’ambito incarico a Washington è stato subito sfruttato politicamente dall’opposizione in Parlamento per mettere pressioni su Downing Street. In maniera più minacciosa, anche molti esponenti del suo partito sembrano sul punto di voltargli le spalle. Le numerose controversie che la gestione Starmer ha causato in questi mesi potrebbero così saldarsi alla vicenda Mandelson e dare l’occasione per sostituire un leader sempre più impopolare che rischia di affondare il “Labour” nelle cruciali elezioni amministrative in programma nel Regno Unito il 7 maggio prossimo.
Nella tranche più recente dei documenti di Epstein pubblicati dal dipartimento di Giustizia americano il nome di Lord Mandelson appare quasi seimila volte. Colui che viene considerato uno degli artefici del “New Labour” era peraltro già apparso in altre circostanze nel materiale di Epstein reso finora di dominio pubblico. A settembre 2025, una circostanza simile aveva costretto Starmer a licenziare Mandelson da ambasciatore negli USA nemmeno un anno dopo la sua nomina. Mandelson non solo aveva continuato a tenersi in contatto con Epstein dopo l’arresto e la condanna per istigazione alla prostituzione di minorenni nel 2008. Quello che è emerso è che l’ormai ex ambasciatore britannico a Washington aveva passato a Epstein documenti governativi confidenziali e, in varie occasioni, aveva concordato con quest’ultimo iniziative e strategie per influenzare le politiche governative.
Tra le ultime rivelazioni spicca ad esempio quella che mostra come Mandelson nel 2010 avesse informato anticipatamente Epstein del prossimo intervento da 500 miliardi di euro da parte di Bruxelles per stabilizzare la moneta comune nel pieno della crisi greca. In quel periodo Mandelson era “Business Secretary” nel governo Brown e l’informazione passata a Epstein poteva evidentemente essere usata per speculazioni finanziarie a suo favore o degli istituti con cui collaborava, a cominciare dal colosso bancario JP Morgan. Mandelson aveva anche passato all’amico una “nota” arrivata sul tavolo del primo ministro in cui si abbozzava un piano per vendere “asset” statali, del valore di 20 miliardi di sterline, e per modificare il sistema fiscale britannico.
In un’altra occasione, Mandelson e Epstein si erano scambiati messaggi per coordinare le azioni dirette a indebolire il progetto di una tassa, annunciata dall’allora “Cancelliere dello Scacchiere” Alistair Darling, sui bonus erogati ai dirigenti del settore bancario. Epstein, ad un certo punto, proponeva all’amico la possibilità di chiedere al numero uno di JP Morgan, Jamie Dimon, di telefonare a Darling per fare pressioni sulla questione. Mandelson si dichiarava d’accordo e aveva aggiunto che sarebbe stato utile anche ricorrere a “blande minacce”. Vari altri documenti, infine, testimoniano di pagamenti, anche di cifre ingenti, fatti da Epstein a favore di Mandelson e del suo partner.
Queste e altre informazioni su Mandelson erano a disposizione di Keir Starmer prima della decisione di sceglierlo come ambasciatore negli Stati Uniti, ma la nomina è stata comunque finalizzata. Ciò è stato ammesso questa settimana dal primo ministro in persona dopo che in precedenza aveva invece sostenuto di essere venuto a conoscenza dei suoi rapporti con Epstein solo dopo che le informazioni erano diventate di dominio pubblico. La furiosa polemica scatenata dalle rivelazioni è sfociata in una caldissima seduta alla Camera dei Comuni, dove mercoledì il governo ha rischiato di andare sotto sul voto di una risoluzione dei Conservatori che chiedeva la pubblicazione di tutte le comunicazioni elettroniche tra Mandelson e il capo di gabinetto del premier, Morgan McSweeney, e tra Mandelson e i ministri del governo nei sei mesi precedenti la sua nomina ad ambasciatore negli USA.
Starmer si è alla fine salvato grazie a un compromesso mediato da uno dei suoi rivali interni al partito, la ex vice-premier Angela Rayner, che ha mandato in porto un emendamento in base al quale il governo si impegna a pubblicare tutti i documenti riguardanti la questione ma, per quelli con presunte implicazioni per “la sicurezza nazionale e le relazioni internazionali”, con il vincolo dell’approvazione della commissione Sicurezza e Intelligence del Parlamento. Il calcolo di Starmer, nonostante le inevitabili concessioni, è che quest’ultimo organo possa limitare i danni derivanti dalle future rivelazioni e, possibilmente, consentirgli di conservare il suo incarico.
Tra i deputati laburisti circolano tuttavia malumori crescenti. Il primo ministro viene sempre più considerato un fardello per il partito, visto che quest’ultimo scandalo si aggiunge a una situazione già compromessa per via del discredito accumulato dal governo sul fronte domestico e internazionale. Il Guardian ha citato vari deputati della maggioranza che ritengono inevitabile un voto di sfiducia interno al partito nel prossimo futuro per rimuovere Starmer e sostituirlo con una personalità meno compromessa. Secondo alcuni, proprio la stessa Angela Rayner avrebbe le maggiori chance di successo, anche perché potrebbe proiettare un’immagine più di “sinistra”, recuperando una parte di elettori disgustati dalla deriva reazionaria dell’attuale esecutivo.
Uno scenario di questo genere non sembra però imminente. Starmer cercherà di fare il possibile per restare a Downing Street, magari arrivando a licenziare il fidato consigliere McSweeney, attribuendogli la responsabilità della scelta di nominare Mandelson alla carica di ambasciatore a Washington. Il premier spera anche che i documenti che verranno pubblicati sulla questione possano essere selezionati in modo da dimostrare che Mandelson aveva mentito sui suoi rapporti con Epstein. Scotland Yard ha in ogni caso rilasciato un comunicato martedì sera per confermare di avere ricevuto varie denunce contro Mandelson, su cui si appresta a indagare. Tutti i documenti, perciò, potrebbero alla fine contribuire a definire un quadro completo della vicenda, facendo emergere le responsabilità dello stesso Starmer.
Peter Mandelson, intanto, si è dimesso dal “Labour” e da membro della Camera dei Lord. Lo scandalo che lo coinvolge testimonia non solo del grado di corruzione e della degenerazione morale di una delle personalità politiche più influenti degli ultimi decenni nel Regno Unito, ma anche e soprattutto di un’intera classe dirigente. La rovina politica e personale di Lord Mandelson rischia ironicamente di trascinare con sé quel partito che egli stesso ha modellato in un soggetto lontano anni luce dalle sue radici operaie e sindacali, trasformandolo definitivamente in uno strumento dei grandi interessi economici e finanziari britannici.
La sua complicità con un pedofilo e trafficante di minori, nonché “asset” del Mossad israeliano, potrebbe così suggellare la fine anche del primo ministro più a destra mai espresso dal Partito Laburista. Un partito che continua a perdere consensi e che è atteso da quella che si prospetta come un’inevitabile batosta elettorale da qui a tre mesi, con ogni probabilità a tutto vantaggio proprio dell’estrema destra del partito “Reform UK” di Nigel Farage.

