USA, India e il petrolio russo
L’annuncio a inizio settimana da parte di Trump sul raggiungimento di un accordo commerciale tra Stati Uniti e India ha lasciato commentatori e addetti ai lavori con più dubbi che certezze, essendo i dettagli sulle merci interessate e i tempi di implementazione ancora in gran parte sconosciuti. L’aspetto più interessante e problematico dell’intesa è la presunta rinuncia da parte di Nuova Delhi all’acquisto di petrolio russo in cambio di una riduzione tutt’altro che sostanziosa dei dazi sull’export verso l’America che Trump aveva imposto nel 2025. Di questa clausola non ci sono per ora conferme né smentite o chiarimenti da parte indiana e sono in molti a credere che uno stop totale delle importazioni sarà piuttosto improbabile. Tuttavia, essa ha implicazioni politiche significative, perché non riguarda soltanto la questione delle relazioni bilaterali tra India e Russia, ma anche le dinamiche multipolari nel quadro dei progetti in fase di sviluppo in sede BRICS.
Anche la stampa indiana ha manifestato una certa prudenza nell’analizzare la notizia diffusa inizialmente dallo stesso presidente americano con il solito post sul suo social personale Truth. Nella versione di Trump, l’accordo prevede sostanzialmente l’abbassamento delle tariffe doganali sui beni indiani in entrata dal 50% al 18%, l’azzeramento di quelle applicate dall’India alle importazioni USA e, appunto, la sospensione del flusso di greggio russo verso il paese dell’Asia meridionale. In aggiunta a ciò, Trump ha assicurato che l’India si impegna ad acquistare merci americane pari a 500 miliardi di dollari. Se si considera che nel 2025 l’India ha importato beni dagli USA per circa 45 miliardi, è estremamente improbabile che la quota fissata da Trump possa essere raggiunta, anche se il presidente americano non ha dato alcun dettaglio a proposito dei tempi entro cui ciò dovrebbe verificarsi.
Tutto lascia pensare che l’accordo proclamato dall’inquilino della Casa Bianca sia al momento una dichiarazione di intenti raggiunta con il premier indiano, Narendra Modi, nel corso di conversazioni telefoniche. I dettagli e le modalità di implementazione saranno lasciati a trattative in corso o da programmare. Infatti, come già anticipato, l’atteggiamento del governo di Delhi risulta finora improntato alla prudenza. Il ministro del Commercio, Piyush Goyal, ha celebrato l’accordo senza entrare nel merito delle condizioni concordate. Soprattutto, la sua caratterizzazione dei vantaggi che ne deriveranno ad esempio per il settore agricolo indiano si scontra con quanto affermato da Trump.
L’apertura del mercato indiano ai prodotti agricoli americani è un campo minato per il governo Modi, visto che questo settore rappresenta un tassello cruciale della base elettorale del suo partito di estrema destra. I produttori agricoli indiani hanno in media dimensioni molto più piccole rispetto a quelli americani, contro i quali non sono quindi competitivi. L’azzeramento dei dazi su queste merci in ingresso dagli USA provocherebbe perciò un vero e proprio disastro per l’agricoltura indiana. Perciò, il ministro Goyal, in una conferenza stampa tenuta martedì, ha assicurato che il governo continuerà a proteggere questo settore.
Ci sono dunque tutte le indicazioni che quello andato in scena nei giorni scorsi sia l’ennesimo show a beneficio di Trump, il quale cerca di recuperare consensi sul fronte domestico annunciando una vittoria che può portare benefici agli americani, ma che non ha nessuna base nella realtà o, quanto meno, questi stessi benefici sono tutti da misurare a seconda di dettagli ancora sconosciuti. Sul fronte opposto, l’interlocutore della Casa Bianca, in questo caso il premier indiano Modi, tiene un profilo basso per non contraddire Trump, evita di commentare il merito dell’accordo e lascia che i contorni di esso prendano forma in seguito a colloqui o negoziati reali una volta che l’eco del proclama del presidente americano si sia attenuata e venga sostituita da altre questioni più urgenti.
Sembrano emergere in ogni caso aspetti importanti dall’accordo commerciale USA-India anche solo nei termini vaghi che sono attualmente noti. In particolare perché le relazioni tra questi due paesi si intersecano alla guerra commerciale lanciata da Trump praticamente contro tutto il mondo negli ultimi dodici mesi, al ruolo di Nuova Delhi nelle manovre strategiche in Asia di Washington e al peso che l’India ha nel quadro dei progetti di integrazione euroasiatica svincolati dal controllo dell’impero e che vedono come protagonisti principali Cina e Russia.
Alcuni commentatori indiani sui social media hanno ricordato che quello che è stato promosso come un successo indiscutibile del governo indiano comporta, nei termini conosciuti, vantaggi soprattutto per gli Stati Uniti. La tariffa doganale del 18% sulle importazioni indiane è in realtà la più bassa tra quelle applicate ai paesi asiatici da parte americana, ma la situazione odierna è nettamente peggiore rispetto a prima del gennaio 2025, quando i dazi USA sulle importazioni di merci indiane – a parte acciaio e alluminio – erano pari a zero o a pochi punti percentuali per alcuni beni.
È comunque la questione del petrolio russo ad avere generato maggiori discussioni tra gli osservatori. L’India aveva aumentato sensibilmente le importazioni dalla Russia dopo lo scoppio della guerra in Ucraina a inizio 2022, approfittando di prezzi scontati garantiti da Mosca in seguito al rallentamento delle importazioni da parte dell’Europa. Per i quasi quattro anni successivi, la Russia è diventata per l’India il primo fornitore di greggio, ma le raffinerie di questo paese lo scorso anno avevano iniziato a ridurre gli acquisti in seguito alle sanzioni imposte da Washington sui giganti russi del settore, come Rosneft e Lukoil. Le importazioni si sono però tutt’altro che fermate.
Dopo l’annuncio di lunedì di Trump si è diffusa la notizia che alcuni importatori indiani hanno preventivamente sospeso gli acquisti di greggio russo in attesa di chiarimenti da parte del governo. Già il fatto che Modi non abbia ancora commentato le dichiarazioni di Trump lascia intendere che l’India interpreti diversamente la questione. Anche perché l’ipotesi circolata sulla sostituzione del petrolio russo con quello venezuelano ha aspetti molto problematici per Delhi. Il primo è il grado di quest’ultimo, non adatto alle raffinerie indiane – o comunque alla grande maggioranza di esse – che dovrebbero quindi sostenere spese ingenti e tempi lunghi per un’eventuale riconversione. Altro fattore da considerare è il prezzo, visto che il petrolio venezuelano, sempre che risulti disponibile nelle quantità necessarie, risulterebbe molto più costoso rispetto a quello russo.
In linea generale, l’accettazione di questa condizione dettata da Trump comprometterebbe la sovranità dell’India, andando a penalizzare in termini di consensi e popolarità un governo che fa dell’ultra-nazionalismo una delle sue bandiere. Da non dimenticare è anche il fatto che India e Russia sono unite da una partnership storica, all’interno della quale, ad esempio, Mosca è tradizionalmente il primo o uno dei primissimi fornitori di armi ed equipaggiamenti militari di Nuova Delhi. Questo legame ha resistito alle pressioni ultradecennali di Washington per trascinare l’India nell’orbita strategica americana, come conferma la neutralità sempre rivendicata da Modi nella guerra in Ucraina. Se la classe dirigente indiana ha effettivamente assecondato le sirene USA a partire almeno dall’inizio del nuovo secolo, l’inclinazione della sua politica estera è rimasta sempre pragmatica, sia pure con alti e bassi, tanto da non scalfire i rapporti consolidati con Mosca e da produrre un consenso più o meno generalizzato per la partecipazione alle dinamiche multipolari in corso, anche se talvolta con malcelata riluttanza.
Di certo, Modi e il suo governo non possono essere considerati del tutto allineati ai progetti che si stanno sviluppando nel “Sud Globale” e, secondo alcuni, svolgono in essi il ruolo di “Cavallo di Troia” per gli Stati Uniti, ovvero ne rallentano l’evoluzione verso forme e modelli alternativi a quelli dominati dall’Occidente. Anche senza spingersi fino a questo punto, è innegabile che Delhi possa acconsentire ad alcuni diktat americani che finiscono per avere conseguenze negative sugli interessi strategici di Russia e Cina. In questa prospettiva, se è improbabile un azzeramento delle importazioni di petrolio russo, non rappresenta uno scenario inverosimile quello di una più o meno drastica riduzione di esse.
Se così dovesse accadere, si potrebbe registrare un certo rallentamento anche della tendenza all’uso di valute alternative al dollaro negli scambi commerciali, nello specifico di un bene chiave come il petrolio. Viste le restrizioni imposte dagli USA, le forniture di greggio russo all’India in questi anni sono state regolate infatti con rubli, rupie e addirittura yuan. Una situazione che la Casa Bianca vede con crescente preoccupazione, anche perché l’India è il terzo importatore mondiale di greggio.
Le questioni commerciali dell’accordo appena annunciato si intrecciano così ad altre di natura strategica di vasta portata. Ciò non è un caso, dal momento che la richiesta fatta da Trump a Modi di interrompere l’acquisto di greggio russo si collega direttamente ai timori americani per la perdita di importanza del dollaro come valuta di riferimento globale. Gli sforzi dell’amministrazione repubblicana per limitare le esportazioni di petrolio russo, l’offensiva contro il Venezuela e il tentativo di trovare un mercato a quello estratto dal paese sudamericano – come se fosse di proprietà di Washington – rispondono appunto a questa logica di riportare la maggior parte degli scambi globali di questo “asset” nell’orbita del biglietto verde.

