Vita privata
Vita privata si apre con un’idea intrigante: una psichiatra, Lilian Steiner (Jodie Foster), improvvisamente travolta dalla morte di una sua paziente storica, Paula (Virginie Efira). È la figlia di Paula, Valérie (Luàna Bajrami), a comunicarle che la madre si è tolta la vita, e a consegnarle un vecchio foglio di prescrizione su cui la donna aveva annotato qualcosa di misterioso. Un dettaglio minuscolo, ma sufficiente a insinuare in Lilian un sospetto: e se non fosse stato un suicidio?
Da qui, il film prova a trasformare una terapeuta schiacciata dalla colpa in una sorta di detective improvvisata, quasi come se “psichiatra” e “investigatore privato” – che per coincidenza iniziano entrambi per P – potessero diventare ruoli intercambiabili. È un gioco elegante nelle intenzioni, con una partenza brillante e ironica. Purtroppo, l’incanto si dissolve in fretta.
Molti degli spunti più promettenti restano solo abbozzati: la precarietà emotiva di chi lavora nella salute mentale, il fragile equilibrio tra vicinanza e distacco nel rapporto terapeutico, la difficoltà di elaborare la scomparsa di qualcuno che avresti voluto salvare. Temi ricchi, che potrebbero alimentare un dramma complesso. Ma il film preferisce imboccare una strada fatta di svolte grottesche, flashback zuccherosi e una comicità che spesso arriva nei momenti meno opportuni.
In questo scivolamento verso l’assurdo, Lilian trascina persino il suo ex marito (Daniel Auteuil) in avventure semilegali: furti improvvisati, intrusioni nella casa del vedovo, pacchi sottratti senza una ragione chiara. E infatti nessuno di questi episodi sembra avere una funzione narrativa reale: oggetti e indizi spariscono dalla storia così come erano entrati, senza lasciare traccia.
Anche la gestione della quotidianità della protagonista è piegata a una logica di pura convenienza: Lilian è descritta come una professionista sommersa dai pazienti, senza un minuto per sé, salvo poi poter abbandonare lo studio per ore o giorni quando la trama lo richiede. E la scelta di non coinvolgere la polizia – una decisione chiave per la credibilità del racconto – viene liquidata con un vago e poco convincente «tanto non fanno mai nulla».
Come se non bastasse, il film si disperde in direzioni sempre più forzate: una storia d’amore che nasce dal nulla, frammenti di passato familiare, addirittura incursioni nella trance e nell’ipnosi. Un accumulo di piste che non si integrano tra loro e che finisce per svuotare anche l’idea iniziale, quella sì davvero promettente.
Il risultato è un’opera che vuole essere molte cose – thriller psicologico, commedia, melodramma, indagine – e che però non riesce a trovare una forma coerente in nessuna di esse. Vita privata lascia così soprattutto perplessità: non tanto per ciò che accade, quanto per tutto ciò che avrebbe potuto diventare. È un promemoria involontario del fatto che, almeno al cinema, il mestiere dell’investigatore è meglio lasciarlo ai professionisti.
Vita privata (Francia, 2025)
Regia: Rebecca Zlotowski
Cast: Jodie Foster, Daniel Auteuil, Virginie Efira, Mathieu Amalric, Vincent Lacoste, Luàna Bajrami, Sophie Letourneur, Frederick Wiseman, Aurore Clément, Irène Jacob
Sceneggiatura: Rebecca Zlotowski, Anne Berest, Gaëlle Macé
Fotografia: Georges Lechaptois
Produzione: France 3 Cinéma, Velvet Films
Distribuzione: Europictures

