Trump e le verità di Epstein
I documenti segreti e pubblicati per ora solo in parte del defunto finanziere Jeffrey Epstein continuano a essere utilizzati negli Stati Uniti come arma politica per colpire alternativamente uno dei due partiti oppure personalità di altissimo livello, come appunto lo stesso presidente Trump. Mercoledì, in questo contesto, i deputati democratici che siedono in una commissione della Camera del Congresso di Washington hanno diffuso tre e-mail che confermano i legami tra Epstein e l’inquilino della Casa Bianca, rivelando particolari in grado di smentire quanto quest’ultimo aveva sempre sostenuto a sua discolpa per minimizzare rapporti invece altamente incriminanti.
L’iniziativa democratica è stata subito seguita dalla pubblicazione di altre migliaia di documenti da parte dei repubblicani, con il risultato di dimostrare ancora una volta e in maniera inequivocabile i contatti strettissimi mantenuti dallo stesso Epstein con gli ambienti di potere americani e non solo, in un intreccio criminale noto virtualmente a chiunque ma tenuto rigorosamente nascosto per coprire responsabilità e reati gravissimi.
La gestione del caso del finanziere che trafficava e abusava di ragazze minorenni è una questione molto delicata per la politica USA. Da un lato ci sono crescenti pressioni da parte delle vittime, dei loro famigliari e dell’opinione pubblica in generale per fare chiarezza una volta per tutte sui personaggi coinvolti nella rete di Epstein. Lo stesso Trump aveva messo al centro della sua campagna elettorale la promessa di rendere pubblico tutto il materiale a disposizione della giustizia americana, ma, essendo egli stesso implicato, nei mesi scorsi aveva fatto un improvviso passo indietro che gli era costato non pochi consensi negli ambienti MAGA. Per contro, esponenti di entrambi i partiti, così come politici e personalità pubbliche di varie nazionalità, hanno intrattenuto rapporti compromettenti con Epstein, così che la pubblicazione dei documenti ancora segreti avviene spesso in maniera selettiva, in modo da risparmiare seri imbarazzi o, ancora peggio, incriminazioni.
Tornando ai fatti di mercoledì, le tre e-mail rese di dominio pubblico dai democratici della commissione di Sorveglianza sulle attività governative contraddicono la versione sempre sostenuta da Trump e il suo entourage sulla natura dei rapporti del presidente con Epstein. Amicizia e legami d’affari durati per decenni sono ben noti, ma Trump aveva spiegato in più di un’occasione che vi era stata una rottura definitiva dopo che il tycoon di New York era venuto a conoscenza delle attività criminali di Epstein. La frequentazione tra i due sarebbe cioè avvenuta solo fino a quando Trump era rimasto all’oscuro dei traffici sessuali del finanziere. Di conseguenza, Trump non avrebbe mai nemmeno abusato di minorenni procurate da Epstein e messe a disposizione di amici e partner in affari presso le sue residenze.
Uno scambio di e-mail datate 2 aprile 2011 rivela invece una realtà diametralmente opposta. In un primo messaggio, Epstein scriveva alla sua assistente e partner nel crimine ora in carcere, Ghislaine Maxwell, spiegandole che “il cane che non ha abbaiato è Trump”, il quale in una occasione imprecisata aveva trascorso “ore in casa mia” con una vittima di cui il nome è stato omesso. Epstein aggiungeva poi che il fatto “non è mai stato citato nemmeno una volta” a livello pubblico. La Maxwell rispondeva poche ore dopo scrivendo a proposito di quanto appena rivelato da Epstein: “Me l’aspettavo”.
Il nome stralciato sarebbe quello di Virginia Giuffre, una delle vittime dei traffici di Epstein che è venuta allo scoperto negli ultimi anni per chiedere giustizia. La donna, che aveva recentemente scritto un’autobiografia per raccontare gli abusi subiti, è morta suicida lo scorso aprile all’età di 41 anni. Il riferimento invece al “cane che non ha abbaiato” è stato generalmente definito inspiegabile dalla stampa ufficiale, ma sembra da collegare invece in maniera abbastanza evidente al fatto che la circostanza riguardante Trump descritta nella stessa e-mail non era mai stata resa pubblica.
Un altro documento che demolisce le tesi del presidente repubblicano risale al 31 gennaio 2019 ed è una comunicazione indirizzata da Epstein al biografo di Trump, lo scrittore Michael Wolff. Per comprenderne il contenuto va premesso che Trump ha sempre sostenuto di avere espulso Epstein dal suo club esclusivo di Mar-a-Lago quando era venuto a conoscenza dei traffici di minorenni. Ragazzine, sempre secondo Trump, che il finanziere aveva reclutato anche nello stesso “resort” di sua proprietà in Florida, come la già citata Virginia Giuffre. Nell’e-mail appena pubblicata, invece, Epstein scriveva a Wolff che, “certamente”, Trump “sapeva delle ragazze”. Inoltre, il finanziere spiegava di non essere mai stato membro del club di Mar-a-Lago, così che l’espulsione millantata da Trump non poteva avere avuto luogo.
In una terza e-mail del dicembre 2015, infine, Espstein e Wolff discutevano di una possibile risposta di Trump a una imminente intervista della CNN in cui a quest’ultimo sarebbe stato chiesto dei suoi rapporti con il finanziere. I due avevano concluso che qualsiasi risposta – minimizzare i rapporti o esprimere sostegno a Epstein – avrebbe comunque favorito quest’ultimo, tra l’altro consegnandogli uno strumento per esercitare la propria influenza su Trump in caso avesse vinto le elezioni dell’anno successivo.
Prevedibilmente, i tre documenti sono stati accolti con rabbia dalla Casa Bianca. Il presidente ha scritto il solito post sul suo social Truth denunciando la manovra politica dei democratici, a suo dire per sviare l’attenzione pubblica dal loro fallimento sulla questione dello “shutdown”. Il contenuto delle e-mail non è stato invece commentato da Trump, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha vergognosamente tirato in ballo Virginia Giuffre, ricordando come quest’ultima non avesse mai citato l’attuale presidente tra i complici di Epstein che avevano abusato di lei. Ciò corrisponde a verità, quanto meno per quanto riguarda le dichiarazioni finora note della donna, ma è del tutto possibile che avesse evitato di puntare il dito direttamente alla Casa Bianca per il timore di incorrere in pesanti ritorsioni.
In merito agli oltre 20 mila documenti pubblicati dai repubblicani, spicca la corrispondenza in toni più che amichevoli di Epstein con personalità pubbliche di rilievo negli Stati Uniti, come l’ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, Larry Summers, l’attuale inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Tom Barrack, o l’ex consigliere neo-fascista del presidente, Steve Bannon. Altre e-mail possono essere considerate prove di come la stampa “mainstream” in America fosse a conoscenza diretta dei traffici di Epstein e dei nomi coinvolti, ma non abbia fatto nulla per rendere pubbliche informazioni altamente incriminanti. Un esempio sono le decine di e-mail scambiate tra il finanziere e giornalisti del New York Times nei mesi e negli anni precedenti il suo presunto suicidio in una cella di un carcere federale di New York nel 2019. A questo proposito si possono citare messaggi in cui lo stesso Epstein offriva informazioni e materiale fotografico che avrebbero potuto incriminare Donald Trump.
In linea generale, gli ultimi documenti pubblicati mostrano come i ricchi e i famosi, negli Stati Uniti e in altri paesi, legati a Jeffrey Epstein avessero continuato a tenere contatti e partecipare agli abusi sessuali anche dopo la condanna che il finanziere aveva subito nel 2008 per favoreggiamento della prostituzione. Quel processo si era risolto con un patteggiamento molto favorevole a Epstein che aveva potuto scontare una breve pena in un carcere di minima sicurezza in Florida con tutte le comodità del caso. La giustizia americana sarebbe tornata tardivamente a interessarsi di Epstein nel 2019, quando venne incriminato per traffico di minori a scopo di sfruttamento sessuale. Dopo un paio di mesi in carcere, sarebbe stato ritrovato morto nella sua cella. Per le autorità si era trattato appunto di suicidio, ma l’indagine aveva molti punti oscuri che da allora non sono mai stati chiariti.
Un altro aspetto della vicenda Epstein intrecciato a quello degli abusi sessuali di minorenni riguarda i legami del finanziere con gli ambienti dell’intelligence, in particolare di Israele. Numerose indagini giornalistiche e atti ufficiali hanno fatto emergere attività collegate agli interessi dello stato ebraico, da ricondurre anche – ma non solo – alla stretta amicizia intrattenuta con l’ex primo ministro Ehud Barak e alla storia di famiglia associata all’apparato di potere israeliano della sua storica collaboratrice, Ghislaine Maxwell. Queste circostanze hanno da tempo alimentato sospetti che Epstein fosse un agente del Mossad o comunque un “asset” dell’agenzia di intelligence israeliana. Un fatto che ha a sua volta indotto molti a pensare che Israele sia in possesso di informazioni compromettenti che collegherebbero politici e uomini di potere negli Stati Uniti e altrove a Epstein, così da poterli ricattare e costringerli ad assecondare gli interessi di Tel Aviv.
Gli eventi di mercoledì non metteranno comunque la parola fine al caso Epstein. Altri documenti restano nascosti e molti di essi potrebbero venire alla luce presto. La Camera dei Rappresentanti di Washington ha approvato sempre mercoledì una risoluzione per ordinare la pubblicazione di tutto il materiale relativo al finanziere in possesso del governo. La misura si è sbloccata dopo che la neo-deputata democratica dell’Arizona, Adelita Grijalva, è stata ufficialmente insediata al termine di un’attesa durata sette settimane, dovuta con ogni probabilità proprio ai timori della leadership repubblicana che il suo voto avrebbe permesso agli sponsor della risoluzione di raggiungere la soglia necessaria per l’approvazione.
Il provvedimento è appoggiato anche da una manciata di repubblicani, sui quali pare che l’amministrazione Trump abbia fatto pressioni nelle scorse settimane per convincerli a cambiare idea. Nonostante il via libera della Camera, la pubblicazione di tutti i documenti di Epstein incontrerà altri ostacoli, dal momento che il Senato potrebbe bocciare la misura e, se anche dovesse licenziarla, il presidente Trump, coinvolto direttamente nello scandalo, avrà facoltà di porre il veto. In definitiva, l’osceno insabbiamento della verità sui crimini di Jeffrey Epstein e dei suoi “clienti” è la conseguenza di un sistema giudiziario ultra-classista che garantisce il privilegio dell’immunità ai ricchi e ai potenti, per quanto orribili possano essere i crimini commessi e, oltretutto, ampiamente documentati.

