USA-Israele nei guai. E sono già pentiti
Nei primi tre giorni di combattimenti gli Stati Uniti hanno consumato la produzione bellica di cinque anni. Mentre le scorte di Patriot sono ridotte al 25% del loro fabbisogno a livello globale.
Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’Iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi. Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’Iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.
Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale. Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto. L’opera di distruzione sul modello Gaza-Libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni.
E quindi sulla guerra, che ha il massimo potenziale di produrli, sul genocidio e la distruzione strutturale. Non importa se poi gli obiettivi dichiarati non vengono raggiunti, come non è stata raggiunta la dispersione e smilitarizzazione di Hamas, l’annientamento di Hezbollah, degli Houthi e dei palestinesi. La potenza militare spiegata da entrambi i paesi per questa guerra non ha precedenti e tuttavia l’Iran sorprende non solo per la capacità di resistere e controbattere, ma anche per il sostegno che raccoglie nella galassia dell’informazione digitale. Un sostegno doppiamente significativo perché alimentato non dalla simpatia per l’Iran ma dall’avversione verso Israele e gli Usa. L’Iran sta subendo delle perdite enormi e degli attacchi fuori da ogni giustificazione e legalità e comunque ha appena rimpiazzato tutta la struttura di vertice che, decapitata, avrebbe dovuto far implodere il paese.
È perlomeno singolare che gli apparati dei servizi d’intelligence dei due Paesi si siano concentrati sulla decapitazione delle strutture di governo e che per rovesciare il regime abbiano puntato sul sostegno alla dissidenza interna e alla diaspora, sull’addestramento, l’armamento e il finanziamento di decine di migliaia di curdi a partire da quelli già impiegati in Iraq e in Siria per provocare una rivolta interna, un attacco dall’esterno e la guerra civile.
Gli israeliani avrebbero dovuto conoscere le caratteristiche del sistema iraniano anche perché è da tempo che hanno costituito una rete di sovversione interna, una rete di assassini mirati e sabotatori vari. Avrebbero dovuto dirlo agli americani che per costituzione fanno sempre i finti esperti di tutto e invece non conoscono i loro alleati e tanto meno i loro nemici. Israele avrebbe dovuto spiegare che la rivoluzione iraniana che si è imposta a furor di popolo sul regime dello scià ha impiegato i primi anni della sua esistenza a consolidare la struttura rivoluzionaria, a difenderla dai nemici interni, che sono sempre esistiti, e da quelli esterni.
I Guardiani della Rivoluzione sono esattamente ciò che dichiarano e il loro primo avversario non è esterno, ma quella struttura interna delle forze armate e dell’intelligence che al tempo della rivoluzione sosteneva il regime monarchico e la sua rete corruttiva. Le forze armate ci hanno messo anni a essere parzialmente sdoganate dai Guardiani e dal clero. Ci sono riuscite inserendosi nella struttura come garanti dello Stato iraniano, della sua indipendenza, della Costituzione e della sua integrità territoriale. Israele avrebbe dovuto spiegare che se l’esercito non è intervenuto nella repressione dei disordini orchestrati dal Mossad e dalla CIA non era perché non amassero il regime, ma perché non era loro compito. Anzi, era sempre vivo il sospetto che con la scusa della repressione si sarebbero schierati contro lo stesso governo.
Avrebbe dovuto avvertire gli alleati che l’Iran, come dice l’ottimo Trita Parsi del Quincy Institute, “non teme la guerra, ma teme la resa” di una parte delle proprie forze istituzionali. Adescare e corrompere ufficiali delle forze armate nella speranza che al momento opportuno reagissero contro il regime significava esporli alle “attenzioni” dei sospettosi lealisti. C’è poi una questione di geometria elementare: il modello di potere iraniano non è una piramide, ma una serie di strutture parallelepipede con compiti complementari, ma in grado di agire in maniera indipendente e, in caso di decapitazione, perfino in modo automatico, senza attendere ordini e battendo obiettivi preselezionati.
Quando Trump enumera le navi e gli aerei iraniani abbattuti ragiona riflettendo il suo modello, non quello iraniano. L’Iran non ha mai avuto una forza navale spedizionaria e nemmeno che si potesse allontanare dalle proprie coste, l’aeronautica a malapena poteva intervenire in appoggio alle forze di terra. Queste invece sono state sviluppate per la difesa del territorio mentre l’aliquota strategica è stata riservata alla parte missilistica e dei velivoli senza pilota o a pilotaggio remoto, anche tramite satellite. Per questo l’attacco congiunto Usa-Israele ha privilegiato gli interessi d’Israele a danno di quelli statunitensi che adesso si trovano criminalizzati, osteggiati dai propri ex-alleati, sbilanciati strategicamente in un teatro distante dalle sfide esistenziali dove mantengono le loro poche forze d’intervento sparse tra Giappone, Guam, Corea, sotto gli occhi vigili ma non amichevoli della Russia, della Cina e dell’India con scorte depauperate e costi eccezionali.
La prosecuzione del piano di distruzione sistematica dell’Iran non dipende dall’immaginazione di Netanyahu e Trump (in questo ordine) ma dalla capacità delle loro forze di sostenere un attacco prolungato contro un regime che comunque ha rinnovato la propria dirigenza e risponde agli attacchi. Da una parte la resistenza iraniana si appoggia sulla propria sopravvivenza fisica, dall’altra la volontà Israelo-americana è condizionata dai costi materiali e politici. Questi ultimi sono già enormi e penalizzanti sul piano internazionale e interno.
I costi materiali sono esorbitanti. I due gruppi portaerei schierati a debita distanza costano 13 milioni di dollari al giorno soltanto per stare in moto, senza contare i costi delle munizioni, dei velivoli e dei loro rifornimenti. Nelle prime 100 ore della guerra contro l’Iran sono stati lanciati 180 missili intercettori del costo di 2,4 milioni di dollari ciascuno, 90 missili Patriot e 40 intercettori Thaad dal costo singolo variabile tra i 3,7 ai 12 milioni di dollari. I sistemi automatici d’intercettazione sono scattati per droni del costo di 30 mila dollari. Per intercettare un missile da 250 mila dollari sono stati impiegati missili da 12 milioni: un vero affare. I missili Tomahawk sono stati l’arma primaria per gli obiettivi a terra. Nel 2025 gli Usa hanno prodotto 72 missili. In tre giorni di combattimento hanno consumato la produzione di cinque anni. Le scorte di Patriot sono già ridotte al 25% di quanto necessario a livello globale. Ciò significa che se le scorte potevano garantire 20 giorni di combattimento ora sono ridotte a soli cinque giorni.
La realtà è che Israele e Stati Uniti si sono invischiati in una guerra che potranno senz’altro vincere ammazzando milioni di persone per pentirsene il giorno dopo. O quello prima.
fonte: Il Fatto Quotidiano

