USA-Iran, il negoziato impossibile
Le azioni e le dichiarazioni del presidente americano Trump stanno sfuggendo sempre più a qualsiasi logica razionale in parallelo all’aggravarsi del dilemma strategico in cui la sua stessa amministrazione è precipitata con l’aggressione criminale contro la Repubblica Islamica. Il doppio round di bombardamenti e ritorsioni registrato nei giorni scorsi sembra destinato a protrarsi anche nelle prossime ore, fino probabilmente a far saltare del tutto la fragilissima tregua nominalmente in vigore dall’inizio di aprile.
La nuova fase della guerra era iniziata con un pretesto inconsistente, ovvero l’abbattimento di un elicottero “Apache” che gli stessi americani non credevano fosse opera delle forze iraniane, quanto meno non in modo deliberato. La decisione di usare un episodio molto dubbio come nuovo “casus belli” per riprendere i bombardamenti contro l’Iran conferma dunque la disperazione della Casa Bianca, che non ha la forza né la volontà di imporre una soluzione diplomatica politicamente pesantissima – per Israele e gli stessi Stati Uniti – e che di conseguenza ricorre alla forza pur sapendo che gli obiettivi iniziali della guerra restano fuori dalla propria portata.
Trump aveva annunciato nella serata di mercoledì che l’Iran sarebbe stato “colpito duramente” nelle ore successive e, infatti, una serie di attacchi sono partiti di lì a poco. I danni dal punto di vista militare sono stati però trascurabili, mentre l’obiettivo più significativo preso di mira è un impianto idrico che serve circa 20 mila persone nella provincia meridionale di Hormozgan. Un esito d’altra parte in linea con gli effetti dei bombardamenti israelo-americani a partire dal 28 febbraio, che hanno appunto colpito in larga misura obiettivi civili.
È però soprattutto sul piano strategico che Trump non è in grado di imporre il controllo dell’escalation. L’Iran ha infatti risposto con attacchi numericamente più importanti e con un tasso di efficacia molto superiore rispetto all’inizio della guerra. Le basi americane – o ciò che resta di esse – in Bahrein, Kuwait e Giordania hanno ricevuto svariati missili iraniani, con la probabile distruzione di mezzi aerei ultra-costosi, come i caccia F-35, aerei da pattugliamento P-8 e sistemi radar Patriot.
Ancora peggio per Washington, le autorità iraniano hanno deciso di alzare il prezzo dell’aggressione americana per l’economia mondiale. Dopo gli ultimi attacchi è stato dichiarato completamente chiuso al traffico navale lo stretto di Hormuz, causando un’immediata impennata globale delle quotazioni del petrolio. A poco è servita la sparata di Trump nei giorni scorsi, quando aveva sostenuto in maniera molto dubbia di avere favorito il transito di 100 milioni di barili di greggio su petroliere accompagnate dalle forze navali USA. Se anche ciò dovesse corrispondere al vero, la quantità di petrolio indicata dal presidente americano non sarebbe comunque tale da migliorare la situazione internazionale. Infatti, il consumarsi delle scorte di petrolio a disposizione dei vari paesi, inclusi gli Stati Uniti, sta avvicinando in fretta una resa dei conti che si annuncia economicamente molto dolorosa.
Come già accennato, la ripresa dei bombardamenti americani è tutto fuorché un segno di forza. Al contrario, lo stallo dei negoziati è la conseguenza dell’impossibilità da parte di Trump di sottoscrivere un accordo con l’Iran perché le implicazioni sarebbero semplicemente insostenibili: gli Stati Uniti incasserebbero una sconfitta storica, oltreché un’umiliazione senza precedenti, e la lobby sionista in America finirebbe per distruggere la sua amministrazione. Non avendo altre opzioni valide, Trump non può che ricorrere alla forza, nella speranza – o nell’illusione – di provocare danni sufficienti a convincere il governo iraniano a fare un passo indietro e accettare le condizioni dettate da Washington. Giovedì, Trump ha rincarato la dose con la minaccia di altri bombardamenti e di possibili quanto improbabili operazioni militari per impossessarsi dell’isola di Kharg, un hub petrolifero cruciale per l’Iran, o di altre installazioni simili.
Né i missili né le minacce dell’inquilino della Casa Bianca avranno però effetti sull’Iran, che ha al contrario alzato la posta nelle ultime settimane, sia con risposte militari immediate e più imponenti agli attacchi dei nemici sia allargando il teatro di guerra fino a includere – nei negoziati per una tregua definitiva e nelle cause scatenanti una controffensiva – l’intero arco della Resistenza, a cominciare da Hezbollah in Libano. Quello che probabilmente avverrà nei prossimi giorni, se l’aggressione americana dovesse proseguire, è così una serie di iniziative militari e non solo, attentamente calibrate e che alzeranno a poco a poco il prezzo della guerra per gli Stati Uniti, lo stato ebraico, i loro alleati arabi e il resto del pianeta.
La commedia dell’AIEA
Un ruolo poco meno distruttivo di quello di USA e Israele riguardo all’Iran lo svolge sempre anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), la cui natura di organo pesantemente politicizzato non è venuta meno neanche dopo le due guerre di aggressione scatenate contro la Repubblica Islamica nell’ultimo anno. Questa realtà è stata ribadita mercoledì con l’approvazione di un’assurda risoluzione da parte del Consiglio dei Governatori nella quale si chiede all’Iran di fornire informazioni precise sullo status delle proprie scorte di uranio arricchito e sui siti dove erano conservate prima dell’attacco israelo-americano del giugno 2025.
Il testo è stato introdotto dai rappresentanti di USA, Francia e Germania e ha ricevuto 21 voti favorevoli contro tre contrari (Russia, Cina, Niger). Dieci sono stati i paesi astenuti. La risoluzione chiede inoltre il completo accesso ai siti nucleari iraniani in questione da parte degli ispettori dell’AIEA, così da verificare che il materiale non sia stato impiegato a scopi diversi da quello civile.
Il governo iraniano ha prevedibilmente – e del tutto legittimamente – criticato in maniera aspra l’iniziativa di quello che dovrebbe essere un organo imparziale. I fatti danno evidentemente ragione a Teheran: Washington e Tel Aviv avevano bombardato in violazione del diritto internazionale le infrastrutture nucleari iraniane lo scorso anno, provocando danni e altre gravi conseguenze, così da rendere inevitabile l’interruzione delle verifiche ispettive. Inoltre, l’attacco del giugno 2025 era iniziato subito dopo che l’AIEA aveva approvato una risoluzione di condanna verso l’Iran per la mancata collaborazione sul “file” nucleare, offrendo di fatto ai due aggressori la giustificazione per l’attacco.
Ma c’è anche dell’altro: l’Iran e molti commentatori indipendenti in tutto il mondo avevano espresso il più che fondato sospetto che l’AIEA avesse consegnato informazioni sensibili sui siti e sul personale coinvolto nel programma nucleare a Israele. Informazioni che sono state poi usate per portare a compimento assassini mirati in territorio iraniano sia prima che durante la guerra del 2025. Questi fatti avevano convinto il governo della Repubblica Islamica a interrompere i rapporti con l’agenzia, anche se in seguito avrebbe poi ristabilito una limitata collaborazione. I siti nucleari colpiti, tuttavia, erano rimasti off-limits. Una decisione, quest’ultima, più che legittima, visto che l’insistenza dell’AIEA per accedere ai siti nucleari, con ogni probabilità su pressioni americane e israeliane, è da collegare all’interesse degli aggressori nel verificare l’efficacia dei bombardamenti e lo status di queste infrastrutture.
La risoluzione di mercoledì trasforma quindi la vittima nel colpevole, in primo luogo voltando la testa davanti ai crimini degli Stati Uniti e del regime sionista contro Teheran non una sola volta ma ben due volte, visto che la votazione coincide con la seconda aggressione illegale da parte dei due alleati. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi in un post su X ha riassunto efficacemente la natura del provvedimento licenziato mercoledì dal Consiglio dei Governatori. “È dimostrato dalla [stessa] AIEA”, scrive il diplomatico, “che gli attacchi di USA e Israele contro i siti nucleati iraniani hanno interrotto le attività di verifica e costretto gli ispettori [internazionali] a lasciare il paese per ragioni di sicurezza”. Ora però, continua Gharibabadi, “gli Stati Uniti cercano di sfruttare le conseguenze dei loro attacchi illegali per mettere sotto accusa la Repubblica Islamica. Si tratta di un ribaltamento delle responsabilità. Hanno bombardato strutture protette, interrotto le procedure di verifica, messo a repentaglio la sicurezza nucleare e ora sfruttano il Consiglio dei Governatori [dell’AIEA] per fare pressioni sull’Iran”.
Il voto di mercoledì segna così un’altra tappa verso la totale delegittimazione dell’agenzia ONU per il nucleare. La vittima non è infatti solo l’Iran, ma in definitiva la stessa AIEA e le Nazioni Unite. L’agenzia si conferma uno strumento nelle mani di due potenze che agiscono regolarmente al di fuori del diritto internazionale. Lo stato ebraico, oltretutto, non è nemmeno firmatario del Trattato di Non Proliferazione e possiede un numero imprecisato di armi nucleari che non ha mai riconosciuto di avere. Invece di promuovere il pacifico utilizzo dell’energia nucleare e i diritti dei paesi che rispettano le regole, la condotta dell’AIEA finisce per garantire legittimità ad aggressioni e crimini mostruosi, favorendo in ultima analisi quella proliferazione di armi atomiche che dovrebbe in teoria prevenire e scoraggiare.

