USA e Iran, diplomazia armata
Il secondo round di colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti si è concluso martedì a Ginevra con le rispettive delegazioni che hanno espresso un ottimismo molto cauto nonostante l’amministrazione Trump continui a tenere alta la retorica di guerra. Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha delineato un quadro piuttosto preciso della situazione dopo l’incontro in Svizzera. Le discussioni, a suo dire, sono state “serie”, caratterizzate da una “atmosfera costruttiva” e culminate nello scambio di “svariate idee”. Nel complesso, si è passati dalla fase preliminare a una più “sostanziale”, ma tutto ciò che le due parti hanno concordato, con la mediazione dell’Oman, è un’intesa su una serie di principi che potrebbero in seguito servire come base per la stesura di un accordo vero e proprio. Si è quindi ancora lontanissimi da uno scenario che consenta di guardare alla crisi con fiducia, soprattutto perché restano dubbi enormi sulla buona fede di Washington, da dove, con ogni probabilità, si sta usando nuovamente il processo diplomatico per prendere tempo in attesa della fine dei preparativi per una nuova aggressione militare.
Lo stesso Araghchi ha ammesso che, “quando sarà il momento di scrivere la bozza del testo [di un potenziale accordo], il lavoro diventerà complicato”. Questa fase, in realtà, potrebbe non arrivare mai. Un membro della delegazione americana a Ginevra ha confermato alla testata on-line Axios che i negoziati hanno fatto segnare “progressi”, ma anch’egli ha avvertito che restano “molti dettagli da discutere”. Il giornale iraniano in lingua inglese Tehran Times ha scritto di un’attitudine di “profondo scetticismo” tra i diplomatici della Repubblica Islamica. Fortissimo è evidentemente il ricordo di quanto accaduto a giugno dello scorso anno, quando Israele e Stati Uniti iniziarono a bombardare l’Iran nel pieno dei negoziati.
Quello che traspare dalle dichiarazioni dei diplomatici iraniani è un senso di incertezza circa le intenzioni americane. Ovvero se la Casa Bianca voglia realmente arrivare a un accordo. Questo dubbio è più che comprensibile, visti i precedenti. Sempre le testimonianze raccolte dal Tehran Times rivelano un atteggiamento duplice da parte della delegazione USA. Durante i colloqui, prima in Oman e questa settimana in Svizzera, gli americani si sono mostrati disponibili e hanno addirittura manifestato un certo rispetto per le condizioni imprescindibili – o “linee rosse” – fissate dall’Iran in previsione di un accordo. Nelle dichiarazioni ufficiali, al contrario, gli esponenti dell’amministrazione Trump e lo stesso presidente sono invece andati frequentemente al di là di questi paletti, chiedendo ad esempio l’azzeramento del programma nucleare civile, la liquidazione dell’arsenale di missili balistici e il taglio dei rapporti con le altre componenti dell’Asse della Resistenza in Medio Oriente.
Queste condizioni sono tutte inaccettabili per l’Iran, in particolare quella riguardante i missili, principale strumento di difesa e, assieme, deterrente contro l’aggressione militare dei nemici. È praticamente certo che l’eventuale accettazione dello smantellamento del programma missilistico sarebbe seguita da un’operazione militare su larga scala da parte di USA e Israele. Per questa ragione, i membri della delegazione iraniana insistono nel limitare i negoziati alla questione del nucleare, sul quale sono disposti a fare più di una concessione.
Nei giorni scorsi, il vice ministro degli Esteri iraniano aveva ribadito che il suo paese è pronto a discutere della riduzione del livello di arricchimento dell’uranio e di ispezioni internazionali più approfondite nei siti nucleari in cambio della disponibilità degli Stati Uniti a valutare la cancellazione delle sanzioni economiche. Anche il possibile trasferimento all’estero – verosimilmente in Russia – dell’uranio arricchito attualmente in Iran è una strada in teoria percorribile. In generale, Teheran non ha problemi a rinunciare in via ufficiale alle armi nucleari, anche perché quest’ultimo non è mai stato un obiettivo della Repubblica Islamica. Se la ragione delle pressioni occidentali sull’Iran fosse da ricondurre ai timori che il paese mediorientale si doti di armi di questo genere, allora l’accordo sarebbe a portata di mano. Il problema è che la questione del nucleare è sempre stato un pretesto per arrivare a un altro obiettivo, ovvero il cambio di regime.
L’Iran non ha mai cercato di costruire armi nucleari e gli stessi Stati Uniti sono perfettamente a conoscenza di ciò. La domanda che scaturisce è quindi perché Trump dovrebbe accettare un accordo che ratificherebbe la situazione di fatto già esistente. La risposta più probabile è che a Washington non interessa arrivare a un accordo con Teheran, ma, come di consueto, usa la diplomazia per ottenere altro. Condizioni inaccettabili vengono imposte al proprio interlocutore, il quale, inevitabilmente, le respinge. Gli americani allora orchestrano un’operazione di propaganda per denunciare un regime che non vuole l’accordo, così che l’unica strada percorribile per impedire che gli ayatollah minaccino il Medio Oriente con armi atomiche è un’aggressione militare preventiva.
Alcuni osservatori ritengono invece che la Casa Bianca possa accontentarsi di un accordo ristretto alla limitazione del programma nucleare di Teheran, anche se dovesse ricalcare in larga misura quello di Vienna del 2015 (JCPOA), affondato unilateralmente dallo stesso Trump tre anni più tardi. Ciò dipenderebbe dal fatto che il governo americano teme seriamente le conseguenze disastrose di un conflitto su larga scala che esploderebbe in caso di attacco contro l’Iran. Trump, in altre parole, ha bisogno di una via d’uscita da una crisi che sta scivolando rapidamente verso il baratro.
Chi sostiene questa tesi tende ad amplificare le presunte recenti tensioni tra il presidente americano e il premier/criminale di guerra israeliano Netanyahu. Quest’ultimo si starebbe adoperando per far saltare il negoziato, insistendo nell’includere in un eventuale accordo le condizioni citate in precedenza e che l’Iran considera irricevibili. Peggio ancora, se dovesse profilarsi un accordo insufficiente, Tel Aviv potrebbe attaccare l’Iran senza autorizzazione USA, confidando poi nel fatto che Washington non potrebbe fare altro che intervenire in sua difesa.
È ad ogni modo più probabile che USA e Israele continuino a essere allineati in merito all’Iran e ciò lo ha affermato questa settimana in maniera esplicita anche l’ambasciatore americano nello stato ebraico, Mike Huckabee. Il continuo arrivo di “asset” militari americani in Medio Oriente non indica inoltre una preferenza per la diplomazia da parte della Casa Bianca, mentre la tesi che questa escalation serva più che altro a fare pressioni su Teheran in fase di negoziato non risulta molto credibile. Ai massimi vertici del governo USA si continua infatti a lanciare messaggi minacciosi alla Repubblica Islamica. Non solo Trump, ma più recentemente anche il suo vice, J. D. Vance, ha fatto intendere che l’opzione militare è del tutto percorribile se la diplomazia non dovesse arrivare a nulla.
Il nodo è in sostanza sempre lo stesso: fino a che Washington insiste nell’includere nelle discussioni argomenti che l’Iran non può accettare, pena la cessione della propria sovranità, l’accordo resta un miraggio. Se l’accordo resta un miraggio, l’unica alternativa per Trump (e Netanyahu) è la guerra. La leadership della Repubblica Islamica appare pronta ad affrontare qualsiasi scenario e la situazione rispetto al giugno 2025 potrebbe essere cambiata anche grazie all’aiuto di Russia e Cina.
USA e Israele, a loro volta, sembrano credere che questo sia il frangente ideale per piegare un Iran che ritengono non essere mai stato così debole. Se ciò sia vero o se i due alleati stiano per andare incontro a una sconfitta storica lo si vedrà probabilmente in un futuro non troppo lontano. Nel frattempo, la versione ufficiale vuole che le delegazioni che hanno lasciato Ginevra martedì si consulteranno in patria con le relative leadership, per poi decidere i prossimi passi. La data di un eventuale terzo round di colloqui non è stata invece ancora concordata.

