Un semplice incidente
Quando un film di Jafar Panahi si presenta con un titolo come Un semplice incidente, è chiaro che la semplicità è solo apparente. Nulla è mai davvero “semplice” nel cinema di Panahi, soprattutto ora che, dopo anni di arresti e censure, il regista iraniano è tornato a Cannes in carne e ossa per presentare la sua nuova opera. È un gesto di sfida tanto quanto di libertà: formalmente ancora colpito da un divieto ventennale di girare film, Panahi non ha mai smesso di farlo — e questa volta si mostra più diretto, politico e corrosivo che mai.
Il film parte da un episodio banale, quasi insignificante: Rashid (Ebrahim Azizi) sta guidando di notte con la moglie incinta e la figlia quando investe un cane randagio. Sconvolto ma deciso a proseguire, poco dopo rimane in panne davanti a un’officina. È lì che uno dei meccanici, Vahid (Vahid Mobasseri), lo osserva con attenzione: quel rumore metallico del passo di Rashid gli è familiare. È il suono della gamba artificiale di Eghbal, detto “la Gamba di legno” — il torturatore che anni prima lo aveva perseguitato per conto dello Stato durante uno sciopero di operai. Convinto di aver finalmente trovato l’uomo che gli ha rovinato la vita, Vahid lo segue, lo rapisce e lo trascina nel deserto con l’intenzione di seppellirlo vivo. Ma le accorate negazioni di Rashid lo fanno vacillare: e se si fosse sbagliato?
Da questo momento Un semplice incidente si trasforma in una commedia nera dal ritmo irresistibile, che ricorda più i fratelli Coen che il cinema iraniano tradizionale. Mentre Vahid cerca conferme, raduna una piccola banda di ex vittime: Shiva, una fotografa tormentata (Maryam Afshari), la giovane sposa Goli (Hadis Pakbaten) con il suo ingenuo futuro marito Ali (Majid Panahi), e l’irascibile Hamid (Mohamad Ali Elyasmehr). Insieme formano un gruppo surreale, stipato in un furgone che trasporta l’uomo rapito chiuso dentro una cassetta degli attrezzi. I loro battibecchi, le tensioni e le disavventure — comprese le mazzette da pagare a meccanici, infermieri e guardiani per non destare sospetti — aggiungono un tono ironico e grottesco alla vicenda: la vendetta, scopriamo, può essere tragicomica, ma anche terribilmente costosa.
Eppure, dietro l’ironia, si insinua un dubbio sempre più profondo: Rashid è davvero il torturatore Eghbal? Quando uno dei compagni, dopo aver toccato le cicatrici dell’uomo, giura che sì, è lui, il gruppo decide di tornare nel deserto per eseguire la sentenza. Ma proprio allora squilla un telefono: dall’altro capo, una bambina implora aiuto perché la madre sta morendo. E la scena che segue — forse la più potente in assoluto, interpretata con forza da Maryam Afshari — trasforma il film da farsa in tragedia. La sete di vendetta lascia spazio a un dilemma morale: fino a che punto è giusto farsi giustizia da soli?
Da qui in avanti, Panahi abbandona i toni da dark comedy per immergersi in un territorio più cupo e doloroso. La leggerezza iniziale svanisce, sostituita da un’atmosfera densa di colpa e incertezza. Il film non fornisce risposte, ma spinge lo spettatore a interrogarsi sulle radici della violenza, sulla fragilità del perdono e sulla linea sottile che separa giustizia e vendetta.
Con Un semplice incidente, Panahi firma una delle sue opere più esplicitamente politiche. Non ci sono più allegorie o simbolismi da decifrare: la denuncia è frontale. Il film descrive senza veli le torture inflitte dal regime iraniano, cita il coinvolgimento del Paese nelle guerre in Siria e, soprattutto, mette in scena un’umanità deformata dal potere e dalla paura. Se i film precedenti del regista giocavano con l’ambiguità, qui tutto è limpido e tagliente, un’accusa che non ammette scampo.
La sua forza sta proprio in questa ambiguità risolta: Un semplice incidente comincia come una commedia beffarda, diventa un thriller morale e si chiude come un atto d’accusa contro la brutalità del potere. È un film che ride per non piangere, che usa il grottesco per rivelare la realtà e che, con un solo colpo di scena finale, lascia il pubblico senza fiato.
Panahi, ancora una volta, dimostra che il suo cinema non ha bisogno di libertà per essere libero. E che dietro ogni “semplice incidente” si nasconde la verità più complessa: quella di un Paese che non ha ancora fatto i conti con la propria colpa.
Un semplice incidente (Iran, Francia 2025)
Regia: Jafar Panahi
Cast: Vahid Mobasseri, Ebrahim Azizi, Mariam Afshari, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr
Sceneggiatura: Jafar Panahi
Fotografia: Amin Jafari
Produzione: Bidibul Productions, Les Films Pelléas, Pio & Co
Distribuzione: Lucky Red

