UN COW BOY ALLA GUIDA DI HAITI
di Bianca Cerri

Era tutto pronto: seggi elettorali, schede, candidati e persino i vari jingles
musicali scelti dai vari partiti per distinguersi. Ma per il voto bisognerà
aspettare che entri in vigore il cosiddetto Hero Act, (Piano di ricostruzione
economica di Haiti), il che non avverrà prima del prossimo sette febbraio.
Oltre ad agevolare varie corporazioni nello sfruttamento delle risorse umane
e naturali dell’isola, l’HERO Act legittimerà la candidatura di Dumarsais
Simeus, candidato dagli americani, già scartato dalla commissione elettorale
perchè residente altrove e riammesso alla corsa elettorale per intercessione
dello stesso George Bush. Per Simeus, figlio ingrato di Haiti, che nel 1970 aveva pubblicamente rinunciato
alla cittadinanza, è stata fatta un’apposita legge perché le consultazioni
elettorali non prevedono la presenza di candidati di altra nazione.
George Bush,
per nulla depresso dall’idea di affidare un paese pieno di guai ad un industriale
dell’alimentazione affezionato al potere e al denaro e con una visione alquanto
maschia sia della vita che della politica, ha manipolato la locale Corte
Suprema che ha provveduto a restituire la nazionalità a Simeus e a spalancare
le porte ai suoi milioni di dollari.
Ad Haiti regna il caos e i supporters del deposto presidente Aristides vengono
regolarmente perseguitati e spesso uccisi dalla polizia. Il paese è divenuto
ormai una specie di feudo flagellato dalla povertà, che tuttavia fa gola
ai neo-cons. La storia dell’uomo d’affari partito poverissimo e tornato ricco
come un paperone e desideroso di aiutare la sua gente è commovente; peccato
che Simeus ricordi però Ahemed Chalabi, scomparso dall’Iraq dopo aver
scassinato alcuni forzieri e ricomparso solo dopo essersi assicurato la sponsorizzazione
americana. Nel frattempo, l’aspirante presidente cerca di mantenere il suo profilo
il più basso possibile e fa sapere di essere solo un uomo semplice e
senza grandi ambizioni, aggiungendo via via altri particolari sempre più
intimi. Ora le corse a piedi nudi nei campi da bambino, ora i genitori braccianti
costretti a spezzarsi la schiena sui campi per sfamare 11 figli e via raccontando.
Una saga simile in tutto e per tutto a quella sciorinata da George Bush nelle
vesti del ranchero incurante del successo ed immolatosi alla vita pubblica
per il bene del suo paese.
A curare l’immagine pubblica del candidato alla presidenza di Haiti è
quell’abile stratega politico che risponde al nome di Rob Allyn, uomo capace
di trasformare la fantascienza in realtà e la realtà in fantascienza,
non a caso a suo tempo creò George Bush. Ma basta raschiare appena la
vernice, per accorgersi che sotto al pigmalione di Haiti si nasconde il solito
neocon. Simeus risulta essere tra i fondatori della PromoBank, prima banca d’affari
del paese caraibico con filiali in tutte le città americane, di cui è
oggi presidente.
Anche se lui tace sull’argomento, è noto che fu proprio la Promobank
a finanziare la cacciata di Aristides e la morte di tremila esseri umani seguita
alla sua partenza. Non è difficile intuire che dietro alle promesse di
riportare Haiti ad una condizione di normalità, per poi favorirne la
prosperità, si nasconde il realtà il desiderio di favorire l’arrembaggio
degli investitori stranieri pronti a spremerla fino all’ultima goccia e a calpestare
l’esistenza dei suoi abitanti.
Perché nell’era del neo liberismo, ci vogliono apposite leggi che consentano
a chi sfrutta ed uccide non solo di farla franca come è avvenuto fino
ad ora, ma di averne il pieno diritto.

