UE-Ucraina, la pace è uno slogan
Il teatrino dell’assurdo andato nuovamente in scena lunedì a Berlino tra il regime di Zelensky e i suoi sponsor europei e americani ha prodotto l’ennesimo nulla di fatto in merito a una possibile soluzione diplomatica della guerra in Ucraina. I partecipanti al vertice hanno proiettato ottimismo e una certa fiducia nel piano partorito nella capitale tedesca, annunciando trionfalmente l’avvicinarsi della pace proprio mentre concordano una serie di proposte che, al contrario, rischiano di fare esplodere una guerra totale in Europa con la Russia. Gran parte dei progetti e dei proclami dei governi europei sono in ogni caso aria fritta, acrobazie retoriche per convincere l’opinione pubblica e se stessi della loro rilevanza e della disponibilità di inesistenti risorse per prolungare o allargare il conflitto. Quello che conta sono piuttosto le intenzioni degli Stati Uniti che, se anche apparentemente allineati all’esito ufficiale del summit di Berlino, potrebbero avere tenuto posizioni diverse dagli alleati dietro le quinte. Solo nei prossimi giorni, con la risposta ufficiale russa agli ultimi sviluppi sul fronte occidentale, si comprenderà forse se rimane qualche spazio per la diplomazia o se, più probabilmente, la guerra troverà il suo epilogo soltanto sul campo di battaglia.
Alla base delle illusioni europee sembra esserci sempre, oltre a una forma di negazione della realtà al limite del patologico, la speranza da un lato che l’amministrazione Trump rinunci alle ambizioni di normalizzazione dei rapporti con Mosca e dall’altra che la Russia resti imbrigliata in una duplice crisi militare-economica tale da spingerla ad accettare le condizioni dettate da Bruxelles. Evidentemente, nessuna delle due condizioni, in particolare la seconda, sembra però potersi materializzare nel prossimo futuro. Di conseguenza, si resta ancorati a una farsa che non porta a nessun risultato, mentre la situazione dell’Ucraina peggiora giorno dopo giorno, assieme a quella dell’economia e della credibilità dell’Europa.
La fissazione dei vari Starmer, Merz e Macron resta la questione delle “garanzie di sicurezza” da dare a Kiev una volta stipulato un non meglio definito accordo di pace. Dove per “garanzie di sicurezza” si intendono le modalità e le forme con cui la NATO o i singoli paesi europei possano continuare a usare l’Ucraina come arma da tenere puntata contro la Russia, ovvero come raggiungere gli obiettivi alla base del conflitto in corso, da loro provocato, dopo avere perso clamorosamente la guerra.
Il cancelliere tedesco ha così annunciato con il massimo clamore che, a seguito del vertice a Berlino, la Germania e i suoi partner avrebbero stabilito di creare per l’Ucraina un meccanismo di “sicurezza” simile a quello contemplato dall’articolo 5 del Patto Atlantico. In altre parole, da un lato si esclude anche a livello formale l’adesione di Kiev alla NATO e dall’altro si vorrebbe creare un’architettura della sicurezza che ricalca vincoli e assicurazioni della stessa Alleanza. Il dettaglio non proprio trascurabile per far funzionare il giochetto è che il Cremlino abbocchi all’amo accettando una condizione che è stata praticamente la causa principale dell’invasione dell’Ucraina. E ciò dopo che ha di fatto vinto la guerra sul campo.
Anche tenendo in considerazione il livello intellettuale infimo dei leader europei, è difficile credere che questi ultimi non abbiano compreso come la condizione da loro proposta per garantire la sicurezza ucraina sia totalmente inaccettabile da Mosca. Quindi, perché continuano a insistere su questo punto? La risposta è che l’Europa non vuole in nessun modo la fine del conflitto, poiché una soluzione diplomatica non può che includere l’accettazione delle richieste del vincitore (la Russia), e ripropone quindi a ripetizione condizioni che tengono perennemente arenate le trattative.
Queste “garanzie di sicurezza” offerte dall’Europa si appoggerebbero su un impegno degli Stati Uniti, anche se sembra escluso un futuro coinvolgimento diretto di Washington in una guerra con la Russia. In maniera in apparenza preoccupante, gli Stati Uniti hanno infatti rilasciato dichiarazioni dopo il summit di Berlino sulla linea di quelle degli alleati europei. Trump, da parte sua, ha aggiunto dalla Casa Bianca che le discussioni sono state “molto buone” e che, in conseguenza di ciò, si sarebbe “vicini come non mai” a un accordo di pace.
Salvo sviluppi diversi avvenuti lontano dai riflettori, è difficile però credere che il documento diffuso pubblicamente lunedì possa stimolare anche solo qualche progresso diplomatico. La questione è ancora più singolare se si considera che, assecondando l’entusiasmo registrato nella capitale tedesca, Mosca dovrebbe accettare condizioni irricevibili senza nemmeno ottenere in cambio, quanto meno non in questa fase, il riconoscimento dei territori ex ucraini del Donbass che in larghissima misura controlla e ha annesso dall’autunno 2022. Dopo il summit, Zelensky ha infatti ribadito che non intende riconoscere il passaggio alla Russia dei quattro “oblast” in questione né de jure né di fatto.
Entrando nello specifico della dichiarazione rilasciata lunedì, che dovrebbe rappresentare la base dei negoziati di pace, si rilevano molte altre assurdità. Uno dei modi in cui l’Europa e la NATO dovrebbero sostenere l’Ucraina è attraverso il contributo alla ricostruzione delle sue forze armate. Il numero di militari a cui si fa riferimento sconfina nel fantastico, vale a dire 800 mila uomini. Per riferimento statistico, Kiev aveva meno di 200 mila soldati in servizio a febbraio 2022, oltre a circa 900 mila riservisti. Dopo quasi quattro anni di guerra, le forze ucraine sono state decimate e l’emigrazione di adulti in età militare ha raggiunto livelli spaventosi.
A ciò si deve aggiungere il fatto che il mantenimento di un esercito di 800 mila effettivi costerebbe, secondo le stime dello stesso ministero della Difesa ucraino, non meno di 22 miliardi di euro all’anno, cioè una cifra spropositata vista la situazione fiscale del paese. E tutto ciò senza nemmeno considerare che la Russia non accetterebbe mai un numero simile in uno scenario in cui Kiev dovrebbe mantenere lo status perpetuo di neutralità. Per dare un ulteriore riferimento, durante i negoziati di Istanbul nel 2022, affondati dai governi occidentali, Russia e Ucraina si erano accordate per un numero attorno alle 85 mila unità.
Un altro punto, legato sempre alle “garanzie di sicurezza” NATO, ha lo stesso potenziale di uccidere sul nascere qualsiasi ipotesi diplomatica. Gli sprovveduti membri della cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” hanno ostentato nuovamente l’ambizione di dispiegare truppe in territorio ucraino per assicurare la tenuta di un eventuale accordo di pace e che l’Ucraina non venga attaccata. Anche in questo caso è difficile tenere traccia delle occasioni in cui Mosca ha spiegato che non accetterà contingenti occidentali sul suolo dell’ex repubblica sovietica. Evidentemente non per facilitare aspirazioni di conquista, ma nel quadro di un progetto di (relativa) smilitarizzazione e neutralità dell’Ucraina – unica vera “garanzia di sicurezza” – impossibile da implementare con forze nemiche che farebbero di questo paese un avamposto NATO contro la Russia.
Le questioni affrontate finora rendono di fatto superflue considerazioni su altri punti che, allo stesso modo, servono a impedire una soluzione pacifica del conflitto, come l’uso (furto) dei fondi russi congelati in Europa per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina o l’ingresso di Kiev nell’Unione Europa. Su quest’ultimo argomento, in realtà, la Russia non ha mostrato una ferma opposizione, ma sono molti membri stessi dell’UE a escluderne l’ipotesi.
Dal Cremlino, intanto, arrivano dichiarazioni attendiste. Il portavoce Peskov ha detto che non ci sono discussioni in essere sulle decisioni prese a Berlino e che Mosca si aspetta un contatto da parte della Casa Bianca per conoscere la posizione americana alla luce delle discussioni intrattenute dagli USA con gli alleati di Europa e Ucraina. Da quello che è stato reso pubblico, in ogni caso, non sembra esserci molto su cui trattare. Le operazioni sul campo perciò proseguiranno almeno fino alle prossime iniziative dei sostenitori del regime di Zelensky, i quali non sembrano avere ripensamenti su una strategia che rischia di portare a una guerra su vasta scala.
Nei prossimi appuntamenti dedicati alla loro autocelebrazione, tuttavia, farebbero meglio a dimostrare di avere prestato ascolto agli avvertimenti di Putin, a cominciare da quello indirizzato recentemente a un’Europa intestardita su posizioni guerrafondaie. In caso le provocazioni dovessero sfociare in un’azione bellica, ha spiegato il presidente russo, l’Europa non dovrà aspettarsi una risposta “chirurgica” o limitata da parte di Mosca, ma, piuttosto, un contrattacco che non lascerebbe “nessuno con cui negoziare”.

