Ucraina, tempesta su Zelensky
I conflitti interni tra le varie fazioni della classe dirigente ucraina esplodono talvolta pubblicamente, riproponendo l’interrogativo sul tempo che potrebbe rimanere al (ex) presidente Zelensky prima di essere rimosso, esiliato o fare una fine molto peggiore. Il fatto poi che i diversi centri di potere nell’ex repubblica sovietica facciano riferimento a diverse potenze straniere – Stati Uniti, Regno Unito, Europa – per trovare sostegno politico e finanziario complica e aggrava questi stessi conflitti. Fino ad ora, l’ex comico televisivo e la sua cerchia sono riusciti a navigare la burrasca e a restare al loro posto, ma l’ultimo scandalo appena scoppiato, attorno a episodi di corruzione che coinvolgono gli ambienti presidenziali, potrebbe stravolgere definitivamente gli equilibri di potere a Kiev. Soprattutto se si considera la serissima minaccia di un tracollo delle forze armate ucraine sotto la spinta dell’avanzata russa nella località strategica di Pokrovsk (Krasnoarmeysk), nella parte orientale del “oblast” di Donetsk.
Praticamente fin dall’avvio delle operazioni russe nel febbraio 2022 è in corso uno scontro interno combattuto a colpi di indagini, processi, misure repressive e assassini. A livello pubblico, questo confronto era iniziato a emergere la scorsa primavera, quando l’ufficio indagini anti-corruzione (NABU) aveva messo gli occhi su personalità vicine al (ex) presidente, come il comandante della Guardia Nazionale, generale Alexander Pivnenko, accusato di avere intascato svariati milioni di dollari provenienti dagli aiuti occidentali in teoria destinati a costruire strutture difensive lungo la linea del fronte.
Zelensky e i suoi uomini avevano espresso il proprio malcontento nei confronti delle indagini, sia a livello pubblico sia, con ogni probabilità, lontano dai riflettori. Tuttavia, a luglio, in parallelo a una serie di attacchi coordinati sulla stampa ufficiale in Occidente contro Zelensky per via delle sue tendenze sempre più autoritarie, quest’ultimo aveva cercato, con un colpo di mano, di mettere sotto il proprio controllo il già citato NABU e la procura che si occupa dei casi di corruzione ad alto livello (SAPO). Questi due organi anti-corruzione “indipendenti” erano stati creati dopo il golpe di Maidan del 2014 dietro pressioni occidentali e sono ben presto diventati uno strumento nelle mani degli sponsor del nuovo regime – soprattutto gli Stati Uniti – per controllare le dinamiche politiche ucraine, utilizzando indagini e accuse di corruzione per colpire politici non allineati ai loro interessi o non più utili alla promozione di essi in Ucraina.
È chiaro perciò che NABU e SAPO coordinano le loro azioni con Washington e, quindi, non solo le indagini che vengono lanciate, quasi sempre con un forte impatto mediatico, rispecchiano gli obiettivi occidentali, ma qualsiasi tentativo di limitarne la “indipendenza” viene accolto con estrema preoccupazione. Infatti, l’iniziativa di Zelensky aveva messo in allarme gli sponsor occidentali dell’Ucraina e la stampa europea e americana non aveva esitato a collegarla al nuovo filone di indagine lanciato dal NABU contro figure ancora una volta vicine al (ex) presidente, come il vice-primo ministro, Alexei Chernyshov.
Massicce proteste erano così esplose in varie città ucraine e forti pressioni sono seguite su Zelensky, il quale aveva inoltre ordinato perquisizioni e arresti di impiegati anche di vertice delle due agenzie anti-corruzione. Nemmeno una settimana dopo avere presentato la legge che avrebbe messo NABU e SAPO sotto il controllo presidenziale, Zelensky è stato costretto a fare marcia indietro. Entrambi gli uffici hanno conservato la loro indipendenza nominale e, soprattutto, il lavoro di indagine nei confronti del (ex) presidente e della sua cerchia di potere è proseguito con maggiore intensità.
Ad agosto e settembre erano così emersi altri dettagli della corruzione dilagante in Ucraina. I casi più eclatanti, frequentemente rivelati dai media ucraini ed esteri, riguardavano sempre dirottamento di fondi, regolarmente inviati su conti esteri, da opere mai ultimate per fortificare le linee difensive alle tasche di politici e alti ufficiali militari. Il moltiplicarsi degli episodi denunciati e oggetto di indagini ufficiali indica la possibile perdita del controllo sulle operazioni anti-corruzione da parte di Zelensky e il suo entourage, i quali avevano in precedenza messo a tacere con più o meno successo casi simili, anche facendo ampio ricorso all’intervento dei servizi segreti domestici (SBU).
Nei giorni scorsi è così scoppiata un’altra bomba con un nuovo scandalo riguardante casi di corruzione nel settore energetico, guarda caso proprio in un frangente segnato dall’escalation degli attacchi mirati russi contro la rete elettrica ucraina, che sta obbligando le autorità a imporre prolungati black-out in molte città. I due principali indagati sono personalità di spicco della fazione che fa capo al (ex) presidente, ovvero l’ex ministro dell’Energia, ora alla Giustizia, German Galushchenko, e il partner in affari di Zelensky, il produttore televisivo Timur Mindich. Quest’ultimo aveva fondato assieme a Zelensky la società di produzione Kvartal95 prima che l’ex clown diventasse presidente. Mindich è noto in Ucraina come il “portafogli” di Zelensky, per via dei finanziamenti che gli ha garantito e per avere fatto da tramite nei traffici che avrebbero permesso al (ex) presidente di spostare illegalmente su conti esteri parte dei fondi arrivati dall’Occidente per sostenere lo sforzo bellico del suo paese.
Le autorità anti-corruzione ucraine hanno condotto perquisizioni nelle abitazioni di Galushchenko e Mindich, così come negli uffici della compagnia energetica pubblica Energoatom. Anche in questo caso, si parla di denaro destinato ad alleviare le conseguenze della guerra per la popolazione e invece appropriato dagli indagati. La cifra “sparita” sarebbe di circa 100 milioni di dollari. A rendere ancora più esplosivo il caso è la pubblicazione, da parte della NABU, di migliaia di ore di conversazioni intercettate, nelle quali personalità di primissimo piano discutono dei loro traffici illegali. Alcune delle registrazioni segrete sono state effettuate nella residenza di Mindich e nelle riunioni in questione si discuteva di come programmare lavori ultra-costosi per riparare o rafforzare le infrastrutture energetiche ucraine senza che poi venissero portati a termine. Il denaro così impegnato sarebbe finito nella disponibilità dei cospiratori. Le intercettazioni sono in fase di pubblicazione e, secondo molti osservatori, potrebbero a breve rivelare anche la presenza del capo di gabinetto del (ex) presidente, Andriy Yermak, e dello stesso Zelensky.
Dall’Ucraina arrivano voci che la cerchia ristretta di Zelensky è in panico totale dopo i fatti di questi giorni. Mindich, assieme ad altri uomini d’affari coinvolti nel più recente scandalo, come i fratelli Zuckermann, ha opportunamente lasciato il paese poco prima delle perquisizioni ordinate dal NABU, con ogni probabilità in seguito a soffiate ricevute da fonti interne. Altri, come il ministro Galushchenko, sono invece ancora in Ucraina, ma è evidentemente il contraccolpo che la vicenda potrebbe avere su Zelensky a rappresentare il dato politico più importante. Quest’ultimo mercoledì si è mobilitato per cercare di contenere la crisi. Due ministri coinvolti nello schema corruttivo sono stati licenziati sommariamente, Herman Halushchenko (Giustizia) e Svitlana Grynchuk (Energia), mentre Zelensky ha chiesto misure punitive contro Mindich.
Dietro al caso c’è la fazione che fa capo all’ex presidente, Petro Poroshenko, oggetto di provvedimenti persecutori da parte di Zelensky e che oggi sta cercando di sfruttare i suoi legami con Washington e il caos esploso con gli ultimi casi di corruzione per liquidare l’ex comico e tornare al potere. Zelensky, da parte sua, continua a poter contare sulla fedeltà dei servizi segreti e di almeno una parte dei vertici militari, così che non è difficile ipotizzare un feroce contrattacco per salvare la sua posizione e quella dei suoi uomini. C’è però da sottolineare il fatto che la rete di solidarietà interessata attorno al (ex) presidente potrebbe sfaldarsi rapidamente, visto che quest’ultimo sembra essere sempre meno in grado di garantire protezione ai membri ultra-corrotti della sua cerchia, come dimostra appunto il caso di Mindich e Galushchenko.
Il nodo cruciale è in ogni caso il livello di coordinamento tra le agenzie anti-corruzione ucraine e l’Occidente, ovvero – in primo luogo – gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump, viene spesso scritto o accennato sulla stampa, non vedrebbe negativamente l’uscita di scena di Zelensky, con cui non c’è mai stato evidentemente feeling, ed è del tutto possibile che abbia favorito l’indagine in corso per forzare un cambio di regime a Kiev. Da tenere in considerazione ci sono anche le dispute tra Stati Uniti, Regno Unito ed Europa, che si contendono influenza e controllo sulle dinamiche politiche ucraine attraverso l’appoggio a diverse fazioni dell’apparato di potere del paese.
È perciò difficile prevedere quali saranno i prossimi sviluppi e se i giorni di Zelensky sono contati o se riuscirà a rimanere ancora al potere per qualche tempo. Di certo, l’offensiva in corso contro la sua amministrazione sembra essere la più seria da quasi quattro anni a questa parte, anche perché rischia di saldarsi alle frustrazioni crescenti per una gestione disastrosa della strategia di guerra che potrebbe causare a breve il cedimento definitivo del fronte lungo la linea del Donbass.

