Ucraina e riarmo affondano il Belgio
Il colossale fallimento del progetto ucraino e l’assurdo piano di riarmo europeo potrebbero fare a breve una nuova vittima tra i paesi membri, dopo che il primo ministro belga, Bart De Wever, ha offerto le proprie dimissioni nel corso di un incontro con il sovrano, Filippo I, nella giornata di lunedì. I cinque partiti che compongono la coalizione altamente instabile di governo (“Arizona”) non sono infatti riusciti a superare le divisioni sul contenuto della nuova legge di bilancio. In ballo ci sono dieci miliardi di euro in tagli e nuove entrate, necessari per iniziare a ridurre deficit e debito pubblico, come richiesto dalle direttive europee.
Le discussioni nella maggioranza non hanno portato finora a nulla, fondamentalmente per il rifiuto dei socialisti fiamminghi (Vooruit) e dei partiti “centristi” – i democristiani fiamminghi del CD&V e i moderati francofoni di Les Engagés – di appoggiare un’altra ondata di austerity che eroderebbe in maniera pericolosa la loro base di consenso nel paese. Nel nuovo bilancio, a detta di questi ultimi, deve essere presente un contributo di solidarietà dei grandi patrimoni, assieme alla tassazione dei redditi finanziari e la cancellazione di alcune scappatoie fiscali per i ceti più abbienti e per le grandi aziende. Il partito dei conservatori fiamminghi di De Wever (N-VA) e i liberali francofoni di MR sono al contrario su posizioni più apertamente classiste e spingono per far pagare come sempre la riduzione forzata del deficit alla parte più debole della società, ovvero esclusivamente per mezzo di tagli alla spesa pubblica, “riforme” strutturali del mercato del lavoro e stretta sui programmi di welfare.
Il primo ministro ha dunque rimesso il suo mandato nelle mani della casa regnante, nel tentativo di fare pressioni sui partner di governo più recalcitranti e convincerli ad accettare concessioni per evitare il voto anticipato o, in assenza di un bilancio approvato, il ricorso all’esercizio provvisorio. Con una strategia attentamente calibrata e, con ogni probabilità, concordata con De Wever, il sovrano ha frenato sulle dimissioni, per poi annunciare consultazioni allargate a tutti i partiti della coalizione di governo, così da convincerli a “mettere l’interesse generale al primo posto”. Ovvero, per ricordare ai rispettivi leader degli impegni del Belgio di fronte all’Europa e ai grandi interessi economici e finanziari. Venerdì prossimo, il premier conservatore incontrerà nuovamente Filippo I per fare il punto della situazione e stabilire le mosse successive.
Il Belgio è uno dei paesi che deve fare i conti con la procedura UE di infrazione a causa di deficit di bilancio e debito superiori ai parametri (teoricamente) consentiti. Il primo ha toccato il 5% del PIL nel 2025, contro il massimo del 3% previsto dall’Europa, mentre il secondo è schizzato al 110% (contro il 60%). Senza interventi correttivi, la situazione finirà per peggiorare ulteriormente. La Banca Nazionale del Belgio prevede ad esempio un deficit vicino al 6% del PIL entro l’anno 2028.
Le difficoltà di bilancio del Belgio sono comuni a molti altri paesi europei, a cominciare dalla Francia, e sono aggravate dai recenti sensibili aumenti degli interessi sul debito, a loro volta collegati al peggioramento della salute finanziaria dei singoli stati. Le politiche di rigore trovano però sempre maggiore resistenza tra le popolazioni, come dimostrano le manifestazioni oceaniche delle ultime settimane, che hanno interessato in maniera pesante anche il Belgio.
Come accennato all’inizio, la crisi crescente che sta interessando l’Europa, e che sta mettendo a rischio il governo belga, non è la conseguenza di forze incontrollabili e senza volto, bensì di scelte politiche e strategiche deliberate delle classi dirigenti del vecchio continente e che hanno in primo luogo a che fare con la guerra – più che provocata – in Ucraina. Anche senza insistere sulle conseguenze devastanti per l’economia europea della decisione suicida di rinunciare a gas e petrolio russi, salvo poi acquistarli per vie traverse a prezzi gonfiati, il meccanismo relativo al processo di riarmo che è stato innescato sta offrendo i primi e già preoccupanti indizi del disastro sociale in avvicinamento.
Il caso del Belgio è ancora più significativo se si considera che il governo De Wever era sembrato essere una delle poche voci ragionevoli lo scorso anno, quando l’UE stava valutando seriamente l’ipotesi di sequestrare i fondi russi congelati nelle banche europee. Il premier belga si era opposto fermamente, avvertendo che il provvedimento avrebbe avuto conseguenze legali enormi e si sarebbe ritorto contro gli stessi paesi europei. Il Belgio sarebbe stato in particolare esposto alle ritorsioni di Mosca, visto che gran parte del denaro russo bloccato a causa dell’invasione dell’Ucraina si trova fisicamente in questo paese.
A parte questo dettaglio, il governo De Wever ha abbracciato senza indugi la crociata anti-russa in corso. Crociata che l’Europa alimenta imponendo, da un lato, politiche violentemente anti-sociali e di austerity, necessarie per finanziare il buco nero dell’Ucraina, e consentendo dall’altro ampi margini di manovra ai singoli governi per finanziare i piani di riarmo. In termini più concreti, l’UE chiede di togliere risorse al welfare per dirottarle verso il regime di Kiev e l’acquisto di armamenti. Il tutto in un quadro segnato da rallentamento dell’economia e inflazione alle stelle, causati principalmente proprio dalle politiche europee.
Le spese per la “difesa” sono la priorità al punto tale da consentire il mancato rispetto dei vincoli di bilancio, anche per quei paesi, come il Belgio, coinvolti in procedimenti di infrazione a causa di livelli di deficit troppo elevati. Così, mentre il premier belga De Wever mette a rischio il suo governo, ufficialmente perché non ci sono spazi per aumentare la spesa sociale o le tasse sui redditi più alti, promuove senza nessuno scrupolo stanziamenti colossali per il settore militare.
Storicamente, il Belgio è stato tra i paesi NATO con la quota di spesa militare più bassa, ma questa situazione è iniziata a cambiare radicalmente dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Nel 2023 le spese in termini assoluti del Belgio in questo ambito si aggiravano attorno ai 6,5 miliardi di euro, pari a poco più dell’1,1% del PIL. L’anno successivo erano salite a quasi 8 miliardi (1,28% del PIL) e poi schizzate a 13 miliardi nel 2025 (2,01%). Inutile rimarcare, a questo proposito, che l’aumento suddetto è andato di pari passo con quello del disavanzo di bilancio e in direzione opposta alla spesa sociale.
Il Belgio rischia così di diventare l’ennesima vittima di una strategia che impone sacrifici sempre più pesanti alle popolazioni, mentre riserva risorse praticamente illimitate agli interessi militari e alla prosecuzione del conflitto ucraino. La crisi del governo De Wever è, in questo senso, molto più di una disputa sui conti pubblici: è il segnale delle contraddizioni di un progetto europeo che pretende di prepararsi alla guerra facendo pagare la pace sociale ai propri cittadini.

