Tra multipolarità e monroismo
La settimana scorsa ho partecipato a un’attività culturale organizzata con il Municipio della città di Milano, in Italia. Nella mia esposizione, intitolata «L’America Latina dalla Mitad del Mundo e di fronte a un mondo in guerra», ho formulato quattro tesi che riassumo qui di seguito.
Primo. Europa e America Latina hanno storie differenti. Nella nostra regione vi è un lungo periodo indigeno; poi tre secoli di colonialismo, seguiti dall’epoca delle indipendenze e, dall’inizio del XIX secolo, da quella delle repubbliche. Molti studi analizzano questi processi, ma nelle scienze sociali latinoamericane è ormai chiaro che le teorie e i concetti elaborati nei paesi del Nord Globale spesso non si applicano alla nostra realtà con lo stesso significato originario.
Abbiamo categorie di analisi proprie, che rendono conto della storia diversa che abbiamo attraversato rispetto agli Stati Uniti o all’Europa. Ad esempio, il capitalismo latinoamericano è tardivo, non nasce da una rivoluzione industriale, è essenzialmente periferico e dipendente; inoltre, nella maggior parte dei paesi manca una borghesia «schumpeteriana», capace di «rivoluzionare» le forze produttive, come direbbe Marx.
La nostra storia politica è segnata da caudillos civili e militari, populismi diversi da quelli europei e una democrazia in costruzione, segnata da forti conflitti sociali, disoccupazione, sottoccupazione, povertà diffusa, presenza di nazionalità indigene organizzate – soprattutto in Messico, Guatemala, Ecuador, Perù e Bolivia – e da un’inconcepibile concentrazione della ricchezza. Perciò, anche quando alcuni concetti teorici del Nord Globale sembrano identici, il loro contenuto è profondamente diverso se applicato all’America Latina.
Secondo. L’Ecuador, in particolare – poco conosciuto e studiato a livello internazionale – condivide dinamiche tipiche dell’America Latina. La sua regionalizzazione economica e geografica ha segnato la sua evoluzione, ma fino agli anni ’50 del XX secolo il paese era tra i più arretrati e sottosviluppati, dominato ancora dal regime oligarchico-latifondista. Solo negli anni ’60 e ’70 acquisì un chiaro cammino capitalista dipendente, grazie al desarrollismo (sviluppismo ndr) e al petrolio.
Dal 1979 l’Ecuador vive l’epoca costituzionale più lunga della sua storia, tra scosse politiche, conflitti e acute tensioni sociali. Dagli anni ’80 in poi ha seguito il modello neoliberale, indotto dalle lettere d’intenti con il FMI e dal Consenso di Washington – fenomeno comune a quasi tutta l’America Latina – che ha reso la regione la più diseguale del mondo, con l’Ecuador tra i primi posti.
I governi di Rafael Correa (2007-2017) superarono quell’eredità. Si mise in moto un’economia sociale del Buen Vivir, basata sul ruolo regolatore dello Stato, sull’espansione dei servizi pubblici in istruzione, sanità, previdenza sociale e sulla garanzia dei diritti individuali, sociali e del lavoro. La Costituzione del 2008 espresse tali ideali e fu pioniera nel riconoscere i diritti della natura e uno Stato plurinazionale. Questo ciclo coincise con la “marea progressista” o “marea rossa” dei governi di nuova sinistra in diversi paesi latinoamericani.
In contrasto con quel periodo, dal 2017 tre governi identificati con la destra politica e le élite ricche del paese (Lenín Moreno, Guillermo Lasso e Daniel Noboa) hanno restaurato il neoliberismo, perseguitato il correísmo e consolidato un blocco di potere al servizio dei gruppi economici oligopolistici, animati da interessi e cultura oligarchici. Si sono inoltre rafforzati gli accordi con il FMI e la subordinazione agli interessi geostrategici degli Stati Uniti. Ne sono derivati una nuova concentrazione della ricchezza, il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, l’esplosione dell’insicurezza nazionale per l’espansione del crimine organizzato e l’accumularsi di forze di protesta sociale, culminate recentemente in un mese di sciopero indigeno e manifestazioni popolari, represse in modo brutale e inedito negli ultimi quarant’anni.
Terzo. La questione di fondo in America Latina è il conflitto tra due modelli economici.
Da un lato, quello che confida nel libero mercato e nell’impresa privata; ritiene che lo Stato debba essere “snello”, la sua presenza economica minima, le imposte ridotte, e che occorra attrarre investimenti stranieri, “flessibilizzare” e precarizzare il lavoro, privatizzare ogni settore pubblico.
Dall’altro, un modello di economia sociale, paragonabile a quello europeo, che propone Stati forti, capaci di redistribuire la ricchezza, promuovere lo sviluppo con benessere sociale e imporre gli interessi nazionali ai proprietari del capitale. In America Latina si rivendicano la sovranità, la costruzione di un blocco geopolitico proprio e influente, in grado di fronteggiare l’imperialismo e, in particolare, il neoamericanismo monroista che oggi ha ripreso la via del Big Stick che caratterizzò Theodore Roosevelt.
Sono forze sociali diametralmente opposte a sostenere l’uno o l’altro modello economico. Il neoliberismo ha fatto un passo avanti con l’“anarco-capitalismo” o “libertarianismo” proclamato dal presidente argentino Javier Milei. Il modello di economia sociale avanza più lentamente, ma attualmente ne sono esempi progressisti i governi di Claudia Sheinbaum in Messico, Lula in Brasile e Gustavo Petro in Colombia, mentre Argentina ed Ecuador guidano il fronte di destra.
Nella prospettiva della filosofia greca classica, in questi ultimi non si produce democrazia, ma oligarchia; e, nei termini di Platone e Aristotele, si cammina verso la tirannide o la dittatura.
Quarto. Nella geostrategia mondiale l’attenzione si concentra oggi sul Medio Oriente e sull’Ucraina, mentre in Occidente cresce la preoccupazione per Russia e Cina. Ma questi temi non sono prioritari in America Latina, che si confronta invece con la povertà, il dominio delle “élite del potere”, la migrazione, lo sviluppo, la democrazia e il crescente autoritarismo dell’estrema destra.
Da decenni la regione respinge ogni guerra ingiusta, ogni interventismo e ogni blocco (come quello contro Cuba) e, naturalmente, ogni massacro o genocidio — eventi che essa stessa ha vissuto nella propria storia, come con le dittature terroriste della “sicurezza nazionale” e dell’anticomunismo nel Cono Sud.
Viviamo un’epoca di inevitabile spostamento dell’egemonia statunitense e occidentale, a favore del nuovo mondo multipolare in cui avanzano Cina, Russia e i BRICS, mentre in Africa crescono le lotte contro il neocolonialismo, alle quali l’America Latina partecipa. Esiste una vera e propria terza guerra mondiale ibrida. In queste condizioni, l’America Latina è una regione “contesa” tra Oriente e Occidente, sulla quale si proietta il neomonroismo della seconda “era Trump”.
È dunque necessario comprendere che l’America Latina si è proclamata “zona di pace” nella II Cumbre della CELAC (2014); che la regione cerca di rompere con la tradizionale dipendenza esterna, di diversificare le proprie economie aprendosi a tutto il mondo – inclusi Cina, Russia, i BRICS, l’Asia e l’Africa. Non sono i nostri “nemici”. Allo stesso tempo, la regione rifiuta qualsiasi potenza, vecchia o nuova, che voglia imporre i propri interessi contro la sovranità di ciascun paese.
L’America Latina è una regione di speranze. Cerca di porre fine alla contrapposizione tra élite dominanti e popolazioni che, nel rivendicare giustizia sociale, subiscono il peso della repressione. Siamo ancora in tempo per riprendere gli ideali di pace, progresso, diritti, sviluppo e cooperazione tra i popoli nel nuovo mondo multipolare.

