TANGENTOPOLI ROSSA AD HANOI
di Carlo Benedetti

Il colpo di grazia è venuto da un uomo della vecchia guardia. Il leggendario
generale Giap, 94 anni, contemporaneo di Ho Chi Minh, eroe delle guerre vietnamite
e fenomenale stratega che a Dien Bien Phu umiliò l’esercito francese.
Nei mesi scorsi, ad Hanoi, dopo un silenzio di 25 anni era salito alla tribuna
del congresso comunista. E qui, prendendo la parola in qualità di "consigliere
speciale", si era lanciato all’attacco contro i corrotti e la corruzione.
Aveva insistito – applaudito per minuti e minuti dai delegati – sulla necessità
di trasparenza e democrazia nel Partito e d’azioni decise come in tempo di guerra.
"Un partito che nasconde i suoi difetti è in rovina – aveva detto
Giap – e un partito che ammette e fa chiarezza sui suoi errori è coraggioso,
forte ed onesto". E da quel momento nel Vietnam, che fu di Ho Chi Minh,
quel yankee, come back non va più tanto di moda, perché
il rischio è che prendano il sopravvento capitalismo e corruzione, mentre
dilaga una tangentopoli che coinvolge – come uno tsunami politico – il
vertice del Paese. Insorge una questione morale.
Scatta così – sollecitata dal vecchio generale – una purga a tutto campo
con gran parte della popolazione (ormai si toccano i 90 milioni d’abitanti)
che chiede pulizia e normalità nel quadro di una revisione critica d’idee
e di teorie.
La parola ai fatti. E, prima di tutto, a quelli più recenti.
Il grande scandalo – vera marea del malaffare – viene alla luce il 24 giugno
scorso. Quando le tre più alte cariche dello Stato – il presidente Tran
Duc Luong (69 anni), il primo ministro Phan Van Khai (72 anni) e il presidente
dell’Assemblea nazionale Nguyen Van An (68 anni) – annunciano le dimissioni.
E l’elenco, a quanto sembra, si potrebbe arricchire con altre uscite eccellenti
che riguarderebbero i dicasteri della Difesa, degli Esteri e dei Trasporti.
Il "sommovimento" è presentato come una sorta di primo passo
verso l’atteso rinnovamento dei vertici a favore di una nuova generazione di
leader. Ma si sa che c’è anche dell’altro poiché di questo "cambio
della guardia" si parlava già da qualche tempo e precisamente da
aprile quando i tre massimi leader non erano stati rieletti nel Politburò
del Partito comunista che dirige il paese dal 1975.
La tangentopoli del vertice era nota e il Partito stava preparando le trappole
facendo esplodere – già nei mesi scorsi – uno scandalo in seno al ministero
dei Trasporti dove, nel quadro dell’attività della società "Project
Management Unit" (Pmu) – che gestisce le autostrade e altri progetti
d’infrastrutture – si era scoperto un ampio giro di corruzione: coinvolti alcuni
funzionari pubblici appropriatisi indebitamente di fondi statali per milioni
di dollari. L’inchiesta, scattata nel giro di poche ore, aveva portato alle
dimissioni del ministro dei Trasporti Dao Dinh Binh che in una lettera al premier
aveva ammesso: "Sono responsabile per ciò che è successo
all’interno della Pmu e nel settore delle costruzioni".
La situazione generale, comunque, è ancora carica d’imprevisti. Ma intanto
si parla di nuove candidature. Al posto di primo ministro dovrebbe andare Nguyen
Tan Dung, 56 anni, ex governatore della Banca centrale; come capo dello Stato
avanza Nguyen Minh Triet, 64 anni, attuale segretario del Partito di Ho Chi
Minh City e come presidente dell’Assemblea nazionale, Nguyen Phu Trong, 62 anni,
capo del Comitato del Partito comunista di Hanoi.
Intanto il paese registra sempre più un inseguirsi di verità
e d’errori in una fuga senza meta e senza traguardi. Il sistema politico dominante
è fortemente spezzettato ed è difficile da gestire. Si vive uno
straordinario boom economico (come avviene anche in Cina) e si ha fretta di
dimenticare la guerra e l’ideologia. L’obiettivo è di raggiungere le
altre economie rampanti del Sud-Est asiatico. Ed è in questo contesto
che si punta sulla globalizzazione per vincere la sfida alla povertà
e all’arretratezza. Naturalmente si cerca di coniugare il passato con l’apertura
ad un capitalismo moderato, muovendo le leve del potere con un bilanciato gioco
di spinte e controspinte. E così l’impegno del nuovo gruppo dirigente
– stando alle recenti indicazioni del congresso comunista – dovrebbe essere
concentrato su una linea politico-economica capace di far uscire il Paese dai
dogmi del socialismo e dell’uguaglianza forzata.
Ma è la corruzione che blocca ogni eventuale rinnovamento. Le bustarelle
segnano le tappe della vita quotidiana e i giovani – questo il vero problema
– non seguono le campagne di moralizzazione. Rimproverano al governo di continuar
ad operare sulle linee delle liturgie rivoluzionarie e chiedono, di conseguenza,
formule nuove di gestione. Il vecchio Giap, stratega militare, non a caso, aveva
auspicato nel suo discorso d’avere coraggio e lottare contro la corruzione.
Voleva forse affermare che per il Vietnam c’è bisogno di una nuova rivoluzione
"culturale"?

