Shutdown, il salvagente di Trump
La fine dello “shutdown” più lungo della storia americana sembra essere a portata di mano dopo l’approvazione al Senato di Washington, con l’appoggio decisivo del Partito Democratico, di una misura semi-temporanea per sbloccare il bilancio federale. La sostanziale capitolazione dei democratici ha scatenato polemiche furiose all’interno del partito, che ha alla fine rinunciato ai punti fermi che aveva fissato per acconsentire alla riapertura delle attività governative nonostante il capitale politico accumulato dopo le elezioni tenute in molti stati la settimana scorsa. L’approvazione definitiva della Camera dei Rappresentanti già nelle prossime ore dovrebbe essere cosa quasi certa e garantirà all’amministrazione Trump una boccata di ossigeno su un fronte domestico che appariva sempre più complicato.
Sulla Casa Bianca si stavano accumulando anche nubi minacciose in seguito al prolungarsi della crisi, con migliaia di voli di linea cancellati, stipendi dei dipendenti pubblici non pagati e una delicata vicenda legale sul pagamento dei contributi all’acquisto di beni alimentari (SNAP) a decine di milioni di americani a basso reddito. Dopo settimane di trattative, nella serata di domenica il Senato aveva votato, con la maggioranza minima necessaria (60-40), una mozione preliminare per consentire il voto in aula sul provvedimento di bilancio vero e proprio.
Dopo 24 ore è arrivata così l’approvazione di quest’ultimo grazie al voto favorevole di otto senatori democratici, gli stessi che il giorno prima erano stati decisivi per il superamento dell’ostacolo procedurale previsto dalle regole della camera alta del Congresso. Il pacchetto diretto ora alla Camera include tre sezioni che finanziano per tutto l’anno fiscale il dipartimento dell’Agricoltura, da cui dipendono gli stanziamenti per il sostegno delle necessità alimentari delle famiglie americane, la FDA, il dipartimento degli Affari dei Veterani e le attività del Congresso. Tutte le altre agenzie federali avranno invece fondi garantiti solo fino al 30 gennaio 2026, così che altri negoziati saranno necessari per evitare una nuova chiusura degli uffici federali tra meno di tre mesi.
Il Partito Democratico aveva negato, fino al fine settimana scorso, i voti che servivano ad arrivare alla soglia dei 60 indispensabili a licenziare provvedimenti di bilancio. La richiesta principale in cambio dei voti era l’estensione dei sussidi da erogare, sotto forma di crediti d’imposta, agli americani che detengono o intendono acquistare una polizza sanitaria collegata alla legge nota come Obamacare. Questi benefici fiscali scadono a fine anno ed è ferma intenzione dei repubblicani di liquidare ogni forma di “ingerenza” pubblica in abito sanitario.
Questa condizione sembrava essere imprescindibile per i democratici, i quali hanno invece alla fine ceduto clamorosamente, accontentandosi della promessa dei vertici del Partito Repubblicano di tenere un voto in aula nel mese di dicembre sul prolungamento dei sussidi. Non avendo i democratici la maggioranza in nessuno dei due rami del Congresso, è piuttosto improbabile che una delle poche misure positive previste da Obamacare possa restare in vita dopo il 31 dicembre 2025. L’accordo bipartisan che ha portato al voto di lunedì sera stabilisce anche la riassunzione dei dipendenti federali sospesi dall’inizio dello “shutdown” e il pagamento degli stipendi arretrati, mentre saranno proibiti ulteriori licenziamenti fino al 30 gennaio prossimo. Nel complesso, l’impressione è che i due partiti abbiano voluto evitare nel periodo delle festività natalizie cancellazioni di massa di voli e code di americani per ricevere un pasto dalle organizzazioni assistenziali.
I democratici che hanno appoggiato l’accordo con i repubblicani sostengono che si sia trattato di una “vittoria”, visto che l’impegno a votare sull’estensione dei sussidi di Obamacare era il massimo ottenibile da un partito di maggioranza irremovibile e totalmente contrario a negoziare durante la chiusura degli uffici federali. In realtà, i democratici non hanno raggiunto nessuno dei loro obiettivi dichiarati, poiché le presunte concessioni relative ai dipendenti sospesi dai loro incarichi in queste settimane sono misure comuni, implementate regolarmente al termine dei precedenti “shutdown”.
Il comportamento dei democratici al Senato è stato subito oggetto di attacchi, in alcuni casi insolitamente pesanti, anche da parte di molti compagni di partito che hanno denunciato il cedimento davanti a un Partito Repubblicano e a un presidente in difficoltà politica dopo gli eventi delle ultime settimane. Il salvataggio di fatto del presidente Trump è arrivato pochi giorni dopo i successi dei democratici in tutte le principali competizioni elettorali tenute martedì scorso: dal New Jersey alla Virginia, dalla California a New York. Il cosiddetto voto “off-year” aveva evidenziato la crescente impopolarità dei repubblicani e dell’inquilino della Casa Bianca, sia per le conseguenze di politiche economiche ultra-classiste sia per le tendenze autoritarie evidenziate fin dall’inizio del suo secondo mandato.
Le elezioni avevano seguito anche una nuova manifestazione di massa diretta proprio contro Trump. Battezzata “No Kings”, la protesta aveva portato nelle strade di migliaia di città americane milioni di persone, anche se i media ufficiali ne avevano minimizzato impatto e partecipazione. Ci sono inoltre parecchi segnali di un crescere della resistenza di attivisti e cittadini comuni ai metodi da Gestapo degli agenti anti-immigrazione che stanno dando la caccia agli stranieri in varie città degli Stati Uniti, in alcuni casi con il sostegno della Guardia Nazionale inviata illegalmente da Trump. A proposito dello “shutdown”, infine, tutto suggeriva che i democratici avrebbero potuto essere premiati continuando a resistere, dal momento che i sondaggi indicavano come gli americani attribuivano ai repubblicani al Congresso e al presidente le maggiori responsabilità della chiusura prolungata degli uffici governativi.
Le critiche più pesanti sono state rivolte alla leadership democratica da deputati e senatori riconducibili alla sinistra del partito. In particolare, il numero uno dei democratici al Senato, Chuck Schumer, è stato bersaglio di attacchi e inviti alle dimissioni. Il comportamento di quest’ultimo è apparso particolarmente ingannevole, perché, pur avendo preso parte ai negoziati, ha votato contro l’accordo sul bilancio e addirittura criticato pubblicamente i repubblicani per non avere accettato la proroga dei sussidi previsti da Obamacare. Schumer, con ogni probabilità, ha orchestrato il voto favorevole degli otto senatori democratici scegliendo tra quelli che non dovranno affrontare le elezioni di metà mandato del prossimo anno, in modo da risparmiarli, assieme a quelli che hanno votato contro, dalle conseguenze politiche del gesto di collaborazione con Trump e i repubblicani.
La decisione dei democratici di soccorrere la Casa Bianca acconsentendo all’approvazione del bilancio non è chiaramente solo una decisione politica sbagliata o inopportuna. Il sospetto molto forte è che si sia in presenza di una scelta deliberata, presa paradossalmente nel momento in cui si stavano aprendo le prospettive più promettenti per il partito di opposizione da un anno a questa parte. Con la giustificazione di volere evitare ulteriori disagi e disservizi pubblici, la leadership democratica ha optato per un’iniziativa che arresta di fatto la crisi dell’amministrazione Trump, neutralizzando sul nascere il coagularsi dell’opposizione nel paese alla deriva anti-democratica in corso e alle politiche economiche disastrose implementate in questi mesi.
Da un’altra prospettiva, l’atteggiamento del Partito Democratico rivela come il muro contro muro tra i due principali attori politici americani è tale solo in apparenza, visto che essi sono le due facce della stessa medaglia e differiscono soltanto su questioni tattiche e, soprattutto, in relazione ai settori dei poteri forti a cui fanno riferimento. Schumer e gli altri nel suo partito che hanno confezionato l’accordo per riaprire gli uffici governativi hanno in sostanza preso atto delle possibili conseguenze destabilizzanti del dilagare dell’opposizione contro Trump in un quadro economico e sociale esplosivo, come quello segnato appunto dallo “shutdown”.
In questo scenario, i democratici hanno così optato per la stabilità del sistema, indipendentemente dal fatto che la loro decisione ha rimesso in piedi, nel momento di massima vulnerabilità, un presidente impegnato a implementare un piano autoritario ben preciso sul fronte domestico e di guerra totale su quello internazionale. Che non sia una decisione casuale è testimoniato anche dal fatto che già lo scorso marzo, Schumer e il suo vice al Senato, Dick Durbin, avevano ugualmente gettato un salvagente alla Casa Bianca sbloccando un altro stallo politico su questioni di bilancio.
L’intera vicenda ha anche molto a che fare con gli sforzi del Partito Democratico di riallineare definitivamente Trump alle posizioni del suo predecessore in merito all’Ucraina e all’offensiva anti-russa. Questo obiettivo risulta sempre più urgente alla luce del possibile imminente crollo del fronte ucraino e chiarisce abbondantemente le priorità del partito oggi all’opposizione negli Stati Uniti. La vergognosa ritirata sulla questione dello “shutdown” distrugge precocemente anche le illusioni di quanti ancora, solo una settimana fa, indicavano il successo di Zohran Mamdani a New York come la dimostrazione che uno spostamento a sinistra del baricentro politico americano sia possibile attraverso il Partito Democratico nella sua forma attuale.

