Olanda, l’illusione europeista
Le elezioni anticipate di mercoledì in Olanda hanno riservato alcune sorprese rispetto alle previsioni dei sondaggi, anche se il quadro generale che è emerso dal voto era ampiamente prevedibile e non cambierà di molto la situazione di profonda crisi politica che attraversa questo paese di 18 milioni di abitanti. L’Europa ha celebrato l’arretramento dell’estrema destra di Geert Wilders e il successo dei “liberal-progressisti” del partito D66, guidato dal probabile prossimo primo ministro, il 38enne Rob Jetten. I risultati indicano comunque un quadro estremamente fluido e frammentato, così che la possibile nascita di una nuova coalizione centrista servirà solo a traghettare l’Olanda verso le prossime elezioni senza risolvere nessuno dei problemi reali emersi in campagna elettorale. E, senza una vera alternativa all’ossessione atlantista e neo-liberista dominante, il ritorno dell’ultra-destra xenofoba risulterà inevitabile.
Lo scioglimento anticipato della camera bassa del parlamento olandese era dovuto alla crisi di governo avvenuta lo scorso giugno con l’uscita dalla coalizione a quattro del Partito della Libertà (PVV) di Wilders una volta assodata l’impossibilità di implementare la propria agenda radicale anti-migranti. Il gabinetto di transizione era poi passato attraverso un’altra grave crisi ad agosto con le dimissioni di alcuni ministri di fronte al rifiuto dei loro colleghi di adottare anche solo una simbolica risoluzione di condanna contro il genocidio palestinese commesso dal regime di Netanyahu.
Il PVV veniva dato in calo, ma comunque ancora in grado di ottenere il maggior numero di seggi. Con i dati pressoché definitivi, la previsione è stata confermata, ma i 26 seggi conquistati (su 150 totali) sono alla fine gli stessi andati, a sorpresa, al D66 (Democrazia 66), che ha quasi triplicato quelli delle precedenti elezioni del 2023. Il PVV ne ha persi così 11, visto che due anni fa era volato a quota 37. Anche gli altri tre partiti di centro-destra che componevano la coalizione uscente hanno perso terreno, incluso il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) dell’ex premier e ora segretario generale della NATO, Mark Rutte. I sondaggi prevedevano per il VVD una perdita fino a dieci seggi, mentre alla fine ne ha ceduti solo due, attestandosi a 22. Qualunque sia il dato definitivo, tutti gli altri partiti hanno escluso la partecipazione in un governo con Wilders, anche se, di norma, il leader del partito con il maggior numero di seggi ha la possibilità per primo di verificare la possibilità di mettere assieme un esecutivo.
Le reazioni provenienti da Bruxelles hanno nascosto a fatica l’entusiasmo per la ripresa delle forze europeiste e liberali, anche se tra i commentatori più attenti è subito circolata una sensazione di cautela e il sospetto che i festeggiamenti lasceranno spazio presto alla disillusione. Il riemergere delle forze moderate e europeiste in Olanda non è in linea generale la conseguenza di un ripensamento degli elettori, improvvisamente tornati a vedere la burocrazia UE come un modello di democrazia, stabilità e benessere, sebbene questo paese abbia tratto qualche beneficio in più dall’Unione rispetto ad altri.
Il riflusso elettorale registrato mercoledì è tutt’al più da ricondurre alla disastrosa esperienza del governo uscente, segnato da paralisi e scontri interni per praticamente tutti i 335 giorni della sua vita. L’approdo al potere del PVV di Wilders ha poi mostrato tutti i limiti delle formazioni di estrema destra, che non raccolgono consensi per la popolarità della loro agenda quanto per la capacità di presentarsi come unica alternativa ai partiti di sistema.
È interessante notare a questo proposito che il leader politico olandese maggiormente identificato con le ultra-screditate istituzioni europee, l’ex vice-presidente della Commissione Frans Timmermans, ha dovuto incassare una sconfitta tale da spingerlo alle dimissioni immediate da segretario del partito Sinistra Verde-Laburista (GL/PvdA). Secondo i sondaggi avrebbe dovuto piazzarsi secondo dietro il PVV, mentre a urne chiuse ha registrato una flessione di 5 seggi, risultando il quarto partito in parlamento. Circa la prestazione deludente del partito di Timmermans – alleato con il Partito Socialista (SP), anch’esso in discesa – va considerato inoltre il persistente modesto appeal dei movimenti nominalmente di sinistra in tutta Europa, principalmente perché appiattiti su posizioni liberiste e atlantiste che consentono di attrarre consensi significativi solo tra la borghesia urbana.
Visto il veto di fatto su Wilders e il PVV, Rob Jetten otterrà ora con ogni probabilità il mandato per formare il nuovo esecutivo e c’è da attendersi tempi lunghi per le trattative tra i partiti che potrebbero sostenerlo. Questo aspetto è d’altra parte tipico della politica olandese, come conferma il fatto che il governo uscente aveva avuto bisogno di 223 giorni per vedere la luce. Alcuni analisti ritengono possibile una coalizione tra D66, GL/PvdA, VVD e Cristiano Democratici (CDA), con questi ultimi che hanno quasi quadruplicato i seggi vinti rispetto al 2023. Il VVD ha però escluso, almeno fino a prima del voto, di entrare in un governo con il centro-sinistra e l’alternativa potrebbe essere allora un gabinetto spostato più a destra che includa il partito JA21, che si attribuisce un’immagine meno radicale del PVV, passato da uno a nove seggi.
I risultati restituiscono comunque una marcata dispersione del voto, con i primi partiti olandesi che non sono arrivati nemmeno al 17% dei consensi, così da rendere impropria la definizione di successo per il D66, nonostante i progressi rispetto al dato del 2023. Il sistema elettorale proporzionale in questo paese, che inizia ad assegnare seggi ai partiti che raggiungono la soglia dello 0,67%, favorisce evidentemente la frammentazione – ci saranno 15 partiti nel nuovo parlamento – ma allo stesso tempo gli equilibri politici, anche se non inediti, e il repentino cambiamento degli orientamenti di voto testimoniano di una sfiducia diffusa tra gli elettori.
Ciò consiglia nuovamente cautela nel celebrare il rilancio delle tendenze europeiste e moderate. I temi che hanno dominato la campagna elettorale, a parte quello dell’immigrazione, in larga misura alimentato a scopi divisivi dalla classe dirigente olandese, sono stati in particolare la gravissima crisi abitativa e il costo alle stelle delle prestazioni sanitarie. Questioni, queste ultime, che, come altre sentite fortemente da lavoratori e classi medie, non solo non troveranno soluzioni con il prossimo governo europeista/liberista, ma verranno anzi aggravate proprio a causa degli orientamenti dei partiti che hanno “vinto” le elezioni.
Non è quindi difficile prevedere, al prossimo appuntamento con le urne, un nuovo rimbalzo dell’estrema destra, che capitalizzerà, oltre al vuoto a sinistra, le frustrazioni prodotte dall’ennesimo governo centrista ispirato ai “valori” europei. Una previsione fatta involontariamente anche dallo stesso premier in pectore, Rob Jetten, in un’intervista rilasciata alla testata on-line Politico alla vigilia del voto, quando ha affermato senza la minima incertezza che l’obiettivo principale del suo partito è una “ulteriore integrazione” con l’Europa. Ovvero l’insistenza a perseguire quelle impopolari politiche economiche e sociali, nonché in materia di esteri con il servilismo verso Washington e l’isteria anti-russa, che sono alla base della crisi irreversibile dei paesi europei. Nel frattempo, Geert Wilders e il suo partito restano alla finestra, in attesa della nuova occasione che l’establishment liberista-europeista consegnerà all’estrema destra olandese.

