Non solo Epstein files: c’è l’Honduras-gate
Chi pensava che i colpi di Stato in Honduras e le ingerenze della CIA appartenessero al secolo scorso, deve fare i conti con la cruda realtà del 2026: l’Honduras-gate. Un gigantesco scandalo internazionale, scoppiato grazie ai leak della piattaforma investigativa Hondurasgate.ch, che svela l’ennesima cospirazione di estrema destra volta a eradicare “il cancro della sinistra” dal continente.
Al centro della ragnatela troviamo una vecchia conoscenza della giustizia internazionale: l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández (JOH), già condannato negli Stati Uniti per narcotraffico. Com’è possibile che un criminale di tale calibro sia tornato libero? La risposta è scritta nei file audio ed è stata analizzata da varie testate giornalistiche; file audio in cui si fa esplicitamente riferimento alla necessità di organizzare omicidi politici e falsi attentati terroristici da affibbiare a presunte sigle marxiste ed in cui si può udire chiaramente non solo paventare un ritorno ai tempi dei desaparecidos, ma con il generale coinvolto che risponde che ha già pronta una squadra selezionata, motivata ed adatta al caso.
A liberare JOH non sono stati i miracoli della diplomazia, ma soldi sporchi e i favori incrociati. Hernández stesso ammette che il denaro per la sua grazia presidenziale – concessa da Donald Trump alla fine del 2025 – è arrivato direttamente da lobby pro-Israele e da una “giunta di rabbini”. Mediatore d’eccezione? Benjamin Netanyahu in persona, che ha fatto valere il suo peso politico sulla Casa Bianca.
Ma come hanno fatto centinaia di migliaia di dollari a muoversi indisturbati tra Buenos Aires, Tel Aviv, Tegucigalpa e Washington senza far scattare gli allarmi dell’antiriciclaggio internazionale? I leak svelano una sofisticata struttura finanziaria a scatole cinesi concepita per aggirare i controlli bancari tradizionali.
Il denaro sporco – compresi i fondi neri che il governo argentino di Javier Milei avrebbe destinato all’operazione – è transitato inizialmente attraverso una rete di fondazioni culturali ed editoriali fittizie con sede in Florida e nel Delaware, storici paradisi fiscali interni agli Stati Uniti. Da qui, i capitali venivano polverizzati ed immessi su piattaforme decentralizzate di criptovalute. L’uso intensivo di strumenti di offuscamento della blockchain e mixer di Bitcoin ha permesso alla rete di far perdere le tracce dei movimenti finanziari. I fondi, così ripuliti, venivano infine prelevati in contanti in Honduras o utilizzati per pagare i server esteri e i canali della disinformazione, garantendo il completo anonimato ai finanziatori statali e privati della cospirazione.
Il terminale di questo flusso di capitali è spesso riconducibile a progetti di colonizzazione economica. Il più eclatante è Próspera, sull’isola di Roatán. È la terra promessa dei miliardari della Silicon Valley, finanziata dal guru libertario Peter Thiel insieme a Sam Altman e Marc Andreessen. Una ZEDE (Zona per l’Occupazione e lo Sviluppo Economico), ovvero una città-stato privata sottratta alle leggi dello Stato honduregno, dotata di una propria polizia privata armata e di tribunali indipendenti.
Di fronte a questo insulto geopolitico, la reazione diplomatica della presidente progressista Xiomara Castro è stata netta: nel 2022 ha abrogato la legge sulle ZEDE per difendere la sovranità costituzionale del Paese. La risposta dei padroni del vapore non si è fatta attendere. Sfruttando i tribunali arbitrali della Banca Mondiale, la società dietro Próspera ha intentato una colossale causa legale da 10,7 miliardi di dollari contro lo Stato dell’Honduras. Castro ha denunciato l’azione come un’estorsione globale tesa a soffocare l’autodeterminazione dei popoli. L’Hondurasgate prova l’esistenza di una struttura che serve proprio a questo: rimettere al potere i complici locali per disinnescare la resistenza diplomatica della presidente e blindare i profitti di Thiel e soci.
Dietro la facciata degli investimenti privati si muovono apparati ben più oscuri. I file audio rivelano il comportamento di ex agenti e apparati dei servizi di intelligence occidentali – in particolare statunitensi e israeliani – nella creazione e nella gestione di una “cella informativa” transnazionale, con basi operative negli Stati Uniti.
Non si tratta di spionaggio tradizionale, ma di una sofisticata centrale di guerra psicologica e cibernetica. Questa struttura è stata concepita con un unico scopo: l’uso massiccio di sistemi di sorveglianza avanzati (compresi malware sul modello di Pegasus) e campagne di disinformazione algoritmica su scala continentale. Il bersaglio? I governi legittimi di Messico, Colombia e Brasile, aggrediti da una costante fabbrica del fango digitale per orientare l’opinione pubblica e preparare il terreno a mutamenti di regime soft.
Il piano trova una perfetta sponda finanziaria e politica nell’Argentina di Javier Milei. Secondo le inchieste di Red e di El País, l’esecutivo di Buenos Aires si prepara a importare lo stesso identico modello di saccheggio normativo sperimentato in Honduras attraverso il pacchetto di riforme noto come RIGI (Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones).
Come purtroppo sperimentato dal popolo argentino, da sempre vittima e laboratorio di tutte le follie e storture del peggiore capitalismo possibile e del fascismo chiamato a difenderlo, l’impatto del RIGI sull’economia e sul territorio argentino è devastante. Si tratta di una totale deregolamentazione che concede esenzioni fiscali straordinarie, doganali e valutarie per trent’anni ai grandi capitali stranieri.
Sul piano territoriale, il RIGI svende di fatto le risorse strategiche dell’Argentina: i giacimenti di litio nel nord, il gas di Vaca Muerta e l’accesso all’acqua dolce in Patagonia vengono messi a disposizione delle multinazionali hi-tech, immobiliari e di sicurezza straniere. Lo Stato argentino rinuncia persino alla sovranità giudiziaria, accettando che qualsiasi disputa futura venga risolta in tribunali arbitrali esteri, come il CIADI.
Questa brutale espansione coloniale sta però trovando un muro invalicabile nella resistenza dei popoli nativi e dei movimenti sociali, che pagano il prezzo più alto in termini di repressione:
In Honduras, sull’isola di Roatán e lungo le coste caraibiche, le comunità indigene e afro-discendenti Garífuna, coordinate dall’organizzazione OFRANEH, sono scese in piazza contro il progetto Próspera. Denunciano l’esproprio illegale delle loro terre ancestrali e la violazione dei trattati internazionali. La loro resistenza pacifica sfida quotidianamente i confini militarizzati dell’enclave e la sorveglianza della polizia privata delle multinazionali, mentre in Argentina, nelle province patagoniche di Neuquén e Río Negro, la difesa del territorio ha il volto della nazione Mapuche. Le comunità indigene, supportate dai movimenti ambientalisti, stanno bloccando l’accesso ai giacimenti estrattivi legati al RIGI per difendere l’acqua e la terra dalla contaminazione chimica. I Mapuche denunciano la militarizzazione strisciante dei loro territori operata da corpi di sicurezza privati e statali, descrivendola come una vera e propria svendita coloniale della sovranità argentina.
Mentre l’America Latina che resiste denuncia il ritorno dei fantasmi del golpismo e del saccheggio coloniale, l’Occidente guarda altrove, complice e colpevole. Una storia evidentemente scomoda, vista la totale assenza dai telegiornali mainstream di una qualsivoglia cronaca a riguardo, in un’operazione di copertura nel mare dell’infodemia post Epstein files. Perché se c’è un aspetto che sovviene in un secondo momento del famoso caso, che pur rassomiglia sempre più ad un vaso di Pandora, è proprio l’aver evidentemente desensibilizzato l’opinione pubblica anche riguardo alla stessa manipolazione mediatica, in una manovra a tenaglia con l’ombra del Deep fake e la perdita di ogni rimasuglio di attendibilità di internet, e il fascismo di piazza e repressione legale del dissenso.
È quello che si è visto in USA, UK e Germania, un tempo faro del mondo occidentale, che ha dimostrato che la società non vuole o non può più arrivare ad un punto di rottura, neanche se vede i rastrellamenti razziali e le migliaia di bambine scomparse o rimaste incinte nei centri di detenzione della ICE, e ricordando quando si ascoltavano queste storie dall’Argentina, c’è da temere che la tropicalizzazione in Occidente non sia un problema solamente climatico.

