New Start, lo stop di Trump al disarmo nucleare
Pochi giorni orsono, il 5 febbraio, è scaduto il Trattato New Start, l’accordo sul controllo degli armamenti nucleari tra Washington e Mosca. E’ stato il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a non volerlo rinnovare, sostenendo che il Trattato sia anacronistico perché non terrebbe conto dell’entrata in campo di un nuovo attore come la Cina. D’altra parte nemmeno tiene conto di Francia, GB, Israele – solo per nominare gli alleati stretti di Washington – e nemmeno della proliferazione nucleare che vede almeno un’altra decina di paesi dotati di testate atomiche.
Indipendentemente dalle motivazioni addotte, il mancato rinnovo poteva però vedere nell’immediato una sua possibile proroga in attesa della definizione di nuovi criteri e nuove opzioni. Ma Trump si è opposto e ha scelto di far scadere il Trattato New Start come già avvenuto nel corso del suo primo mandato, quando il 2 agosto 2019 ruppe il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), ovvero quello sui missili balistici a medio raggio firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov. Con l’obiettivo di eliminare i missili balistici – i Cruise e gli SS-20 – a medio o corto raggio (dai 500 ai 5.500 km di gittata) lanciati da terra, armati in modo convenzionale o con testate nucleari, il Trattato INF prevedeva un attento regime di verifiche reciproche, comprese ispezioni in loco che aprirono l’era della cooperazione bilaterale sul fronte del disarmo.
Così come nel caso del Trattato INF venne respinta la richiesta russa di dichiarare una moratoria sullo sviluppo di missili nucleari a breve e medio raggio in Europa, (che è il territorio più esposto al venir meno del Trattato INF), anche in questa occasione le richieste russe di determinare almeno una moratoria provvisoria in attesa di un nuovo accordo sono state respinte.
Trump insiste quindi per inserire la Cina nel nuovo trattato ma la Cina, dal canto suo, dotata di circa 600 ogive nucleari, non ritiene di dover essere parte di un accordo che riguarda le due massime potenze nucleari del pianeta, che proprio dalla dotazione cadauna di migliaia di missili balistici intercontinentali con testata nucleare, possono e devono affrontare sia il tema del controllo degli stessi come quello di una progressiva riduzione degli arsenali.
La posizione degli Stati Uniti appare concettualmente sbagliata e politicamente strumentale. Intanto andrebbe ricordato come nemmeno la Francia, che con la sua Force de Frappe è dotata di 200 ogive nucleari e la Gran Bretagna, che ne possiede 220, non vengono conteggiate nel totale attribuito agli Stati Uniti, sebbene sia del tutto evidente come la collaborazione militare stretta sia in ambito NATO che negli accordi bilaterali debba per forza conteggiare il totale dei missili a testata nucleare in grado di colpire la Russia, obiettivo per il quale sono stati predisposti e puntati. Dunque o per conteggiare le testate cinesi si inseriscono anche quelle inglesi, francesi e israeliane, o si tengono fuori tutte quelle che non siano russe e americane.
La questione era già stata sollevata nel 1983, nel corso delle trattative sugli Euro missili tra Unione Sovietica e Stati Uniti: Parigi e Londra si rifiutarono di porre i loro missili nel conteggio delle testate e nonostante le proteste sovietiche a Washington sostennero con forza questa apparente diversa ripartizione, non inserendo quelle di Gran Bretagna e Francia che si rifaceva ad una teorica autonomia della Force de Frappe. I governi europei accettarono di installare i Cruise e i Pershing statunitensi e questo obbligò i russi a inserire le capitali europee nella lista degli obiettivi militari.
Proprio a seguito di una situazione che vedeva comunque i numeri truccati della NATO al tavolo dei negoziati con l’allora Patto di Varsavia, Mosca scelse di consolidare e ampliare il posizionamento degli SS-20 e SS-21 dando inizio alla progettazione di quelli che vennero poi denominati missili Iskander. La ragionevolezza e i mutamenti epocali intervenuti portarono al Trattato INF, firmato nel 2010 da Obama e Medvedev, che puntava tanto ad una riduzione delle testate attraverso un controllo reciproco, quanto ad un’Europa che potesse risultare potenzialmente neutrale in caso di un conflitto diretto tra USA e Russia.
La cancellazione del Trattato New Start non sembra poter essere superata da un nuovo accordo tra le due superpotenze. Appare invece il tentativo di eliminare qualunque vincolo alla ricerca e sperimentazione bellica statunitense per tentare di colmare il gap strategico esistente nei confronti della Russia. Il che, oltre a costituire una importantissima fonte di profitti per il complesso militar-industriale statunitense, indica una linea di scontro con la quale si vorrebbe ridisegnare la supremazia USA e ridefinire il primato statunitense nel ruolo di ordinatore principe degli assetti internazionali. Una pretesa irrealizzabile, anacronistica e irragionevole che spingerà ulteriormente sia Mosca che Pechino ad una maggiore saldatura dell’alleanza strategica che ne caratterizza l’agire comune e l’agenda condivisa da oltre dieci anni.
Ma la proliferazione nucleare, auspicata da Trump sin dalla campagna elettorale, inverte bruscamente una tendenza al disarmo progressivo in piedi sin dagli anni settanta e la fine di ogni controllo incrociato nella direzione di un sostanziale smantellamento dell’apparato balistico, che dovrebbe avvenire sia con il disarmo della parte più vecchia degli arsenali che con il rallentamento della produzione di nuovi missili. “Per la prima volta, in più di mezzo secolo, ci troviamo di fronte a un mondo senza limiti vincolanti per gli arsenali nucleari strategici dei due stati che possiedono la stragrande maggioranza delle scorte globali di armi nucleari”, ha avvertito il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.
Abbastanza paradossale, dunque, che gli USA chiedano all’Iran di rinunciare al nucleare anche solo per usi civili e non militari per ridurre la minaccia verso Israele, mentre si continua a rifornire Tel Aviv di ogni tipo di ordigno atomico. Purtroppo, l’uscita da ogni organismo ONU che regola l’applicazione del Diritto internazionale si accompagna all’uscita da tutti i protocolli per la riduzione degli armamenti. Oggi, in un quadro strategico che vede l’Unione Europea armarsi con la dichiarata intenzione di combattere la Russia non appena ve ne fossero le condizioni, il senso del Trattato INF andrebbe certo radicalmente riconsiderato.
Ma il New Start, che si riferiva al reciproco disarmo tra le due superpotenze nella logica di una governance militare condivisa, nel venir meno apre ulteriormente agli allarmi su un quadro strategico complessivo. Come ricorda Defense News, il New Start rappresentava l’ultimo patto rimasto di una lunga serie di accordi tra le due potenze per limitare i rispettivi arsenali nucleari, a partire dal SALT I del 1972.
In questo senso non si può non avvertire come la scadenza del New Start lasci ora senza limiti i due maggiori arsenali atomici per la prima volta dagli anni Settanta. Il tutto in presenza di un quadro quanto mai incerto e convulso, proprio a causa di una politica degli Stati Uniti che dall’America latina al Medio Oriente, dall’Europa all’Asia, fa della minaccia dell’uso delle armi l’asse principale delle relazioni internazionali.
Non è l’esasperazione congiunturale che denuncia uno stato di difficoltà, non è l’estremismo politico del MAGA. E l’essenza di una identità, la continuità storica di un Paese che quest’anno compie 250 anni di storia avendone passati in pace solo 18. Perché la guerra non è un modo di essere degli USA, né è la loro stessa essenza.

