Mio Fratello è un Vichingo
Nel cinema di Anders Thomas Jensen non esistono limiti né tabù: santi e assassini siedono allo stesso tavolo, la follia diventa una lingua comune e persino il cattivo gusto si trasforma in strumento di satira. Con Mio Fratello è un Vichingo, il regista danese torna a casa – e lo fa con la sua solita banda di complici: Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas, Bodil Jørgensen e Nicolas Bro, una sorta di “Rat Pack” nordico che da oltre venticinque anni porta avanti il culto della commedia più nera e assurda. Da Flickering Lights a Riders of Justice, questi protagonisti hanno costruito un universo riconoscibile, dove il confine tra tragedia e farsa si dissolve in un unico, esplosivo cortocircuito.
Il risultato è, come sempre, spiazzante. Mio Fratello è un Vichingo apre con un prologo animato sui tempi dei vichinghi e deraglia subito in un delirio di modernità, Beatles finti e fratelli allo sbando. L’idea parte da un classico cliché cinematografico — un rapinatore che torna a cercare il bottino nascosto anni prima — ma Jensen lo trasforma in un viaggio psichedelico tra identità multiple e nostalgia pop. A guidarlo c’è Mikkelsen, irriconoscibile con un’acconciatura che sfida ogni buon senso, accompagnato da Kaas in un’avventura che alterna surreale, grottesco e commovente.
Solo a metà film si capisce davvero di cosa si tratta: Anker, appena uscito di prigione dopo quindici anni, vuole recuperare il denaro della sua rapina. Il fratello Manfred, però, è convinto di essere John Lennon e l’unico a sapere dove il bottino è sepolto. Per aiutarlo, un certo Lothar decide di organizzare una “reunion dei Beatles” con altri individui affetti da disturbi dissociativi. L’impresa prende presto una piega delirante, tra jam session improvvisate in una casa di famiglia trasformata in Airbnb e vecchi nemici che riaffiorano per reclamare la loro parte di tesoro.
Lo humour di Jensen non è mai stato per i deboli di cuore. Qui si spinge oltre: battute sulle malattie mentali, riferimenti all’Olocausto e gag surreali che sembrano voler testare quanto lo spettatore sia disposto a ridere del tragico. A volte funziona — ci sono momenti di comicità irresistibile e numeri musicali memorabili — ma altre volte il gioco diventa troppo cinico, e la pellicola vacilla tra provocazione e smarrimento. Il finale, sorprendentemente cupo e violento, ribalta ancora una volta il tono: da commedia anarchica a parabola grottesca sulla colpa e la redenzione.
Forse Mio Fratello è un Vichingo non raggiunge la forza di Le mele di Adamo, ma conferma che Jensen e il suo gruppo restano i veri maestri dell’umorismo estremo, pronti a colpire dove fa più male… e a far ridere comunque. Nemmeno la pettinatura di Mads Mikkelsen si salva, e forse è proprio questo il segreto: in un mondo dove nulla è sacro, anche la follia ha diritto alla sua musica di fondo.
Mio Fratello è un Vichingo (Danimarca, Svezia 2025)
Regia: Anders Thomas Jensen
Cast: Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas, Sofie Gråbøl, Lars Ranthe, Kardo Razzazi, Bodil Jørgensen, Nicolas Bro, Lars Brygmann, Anette Støvelbæk, Søren Malling
Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen
Fotografia: Sebastian Blenkov
Produzione: Zentropa Entertainments, Zentropa Productions
Distribuzione: Plaion Pictures

