L’ombra della CIA sull’11 settembre
Mentre Riyadh affronta nelle aule dei tribunali statunitensi le famiglie delle vittime dell’11 settembre, testimonianze d’intelligence rimaste sepolte puntano oltre il regno saudita, verso una mano molto più protetta.
Alla vigilia del venticinquesimo anniversario dell’11 settembre, è stato ampiamente riportato che un imminente procedimento civile presso il Tribunale distrettuale di New York contro il noto agente operativo del governo saudita Omar Bayoumi avrebbe fornito la “prova schiacciante” di un coinvolgimento diretto di Riyadh negli attentati. Eppure le prove secondo cui l’intelligence saudita avrebbe gestito due futuri dirottatori come potenziali risorse operative, nell’ambito di un “rapporto di collegamento” con la CIA, sono rimaste in gran parte ignorate, pur essendo disponibili da tempo. Mentre cresce l’attenzione sul ruolo di Riyadh, l’ombra dell’agenzia americana resta quasi completamente fuori dall’inquadratura.
Bayoumi è da tempo accusato dai principali organi di stampa e da funzionari statunitensi di avere intrattenuto un rapporto stretto e sospetto con i dirottatori Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar fin dal loro arrivo negli Stati Uniti, nel gennaio del 2000. Una successiva indagine dell’FBI, denominata Operation Encore, concluse che esisteva una “probabilità del 50%” che Bayoumi — e, per estensione, i regnanti sauditi — fosse a conoscenza in anticipo dei dettagli dell’11 settembre. Questa conclusione esplosiva è stata resa pubblica soltanto nel marzo 2022.
Molta meno attenzione ha suscitato, un anno dopo, il deposito di un documento destinato a fare rumore presso l’Office of Military Commissions, il sistema di tribunali militari incaricato dei procedimenti contro gli imputati per gli attentati dell’11 settembre, emerso pubblicamente solo in seguito. Il documento sintetizza le rivelazioni di prove desecretate del governo e interviste private condotte con alti funzionari anonimi dell’intelligence statunitense. Il suo contenuto raccoglie accuse provenienti da fonti confidenziali secondo cui la CIA avrebbe cercato di reclutare almeno al-Hazmi e al-Mihdhar, se non anche altri futuri partecipanti agli attentati dell’11 settembre, “attraverso un rapporto di collegamento” con la Direzione Generale dell’Intelligence saudita (GID).
La dichiarazione sostiene inoltre che la Commissione d’inchiesta sull’11 settembre fu deliberatamente sabotata dal suo direttore esecutivo, Philip Zelikow, il quale si sarebbe personalmente adoperato per “attenuare” le indagini “sul coinvolgimento saudita con i dirottatori”. Parallelamente, ai funzionari di alto livello dell’FBI incaricati di investigare sugli attentati fu vietato di interrogare cittadini sauditi, nonostante “numerose” piste investigative conducessero direttamente all’ambasciata saudita di Washington. Secondo le fonti citate nel documento, approfondire quei collegamenti avrebbe rischiato di esporre la Direzione Generale dell’Intelligence saudita come un “cutout” della CIA, cioè un intermediario operativo utilizzato dall’agenzia nei suoi rapporti clandestini con i futuri dirottatori.
Alti funzionari dell’FBI citati nel documento descrivono il GID come un consolidato “proxy” della CIA, sfruttato dall’agenzia ogni volta che “non era prudente o pratico… condurre un’operazione direttamente”. Questa esigenza era particolarmente evidente nel contesto delle operazioni clandestine della CIA svolte “sul suolo statunitense”. A venticinque anni dagli attentati, sembra che Riyadh possa infine essere chiamata a pagare il prezzo di una torbida operazione della CIA che, in un modo o nell’altro, ha portato all’11 settembre. Come previsto, ci sono invece ben poche possibilità che sia l’agenzia stessa a finire sul banco degli imputati.
Il “team della CIA”
Tra i passaggi più esplosivi dell’atto depositato in tribunale figura la testimonianza di un agente speciale dell’FBI assegnato ad Alec Station, l’unità della CIA incaricata di monitorare Al-Qaeda e che, secondo il documento, sarebbe stata infine responsabile del reclutamento di al-Hazmi e al-Mihdhar come risorse operative. Nel gennaio del 2000, quando l’agente venne a sapere che i due — noti operativi di Al-Qaeda già sottoposti a un’intensa sorveglianza da parte della CIA e della NSA — erano in possesso di visti per ingressi multipli negli Stati Uniti, redasse un rapporto di allerta destinato al quartier generale dell’FBI. L’invio del documento sarebbe stato però bloccato da un analista della CIA la cui identità non viene indicata.
Secondo il racconto dell’agente, lo stesso analista ordinò alla Direzione Generale dell’Intelligence saudita (GID) di entrare in contatto con al-Hazmi e al-Mihdhar al loro arrivo negli Stati Uniti, per poi dichiarare falsamente, nelle successive indagini governative, che l’FBI era stato informato della presenza dei due nel Paese. L’agente sostiene inoltre di avere assistito a conversazioni nelle quali il direttore della CIA George Tenet e il responsabile delle operazioni James Pavitt si vantavano di aver “cospirato per ostacolare la Commissione sull’11 settembre”, nascondendo agli investigatori le attività e l’identità dell’analista.
In questo modo, una componente straordinaria — e finora mai riportata — del rapporto tra Riyadh e i dirottatori sarebbe rimasta deliberatamente fuori dalle indagini. L’agente speciale dell’FBI afferma infatti che ad al-Hazmi e al-Mihdhar furono concessi visti statunitensi dal consolato americano di Gedda “per facilitare l’operazione gestita dal GID saudita e dal team della CIA”. Questa rivelazione assume un peso ancora maggiore se si considera che 15 dei 19 dirottatori ottennero complessivamente 18 visti in Arabia Saudita. Quattordici furono rilasciati dal consolato statunitense di Gedda e undici portavano la firma della stessa funzionaria consolare, Shayna Steinger. Molte delle domande di visto erano incomplete o contenevano elementi che avrebbero dovuto richiedere controlli molto più approfonditi.
Steinger arrivò al consolato statunitense di Gedda nel luglio del 2000, appena laureata alla Columbia University, e iniziò successivamente ad approvare le richieste di visto di undici futuri dirottatori dell’11 settembre. All’epoca, tra i funzionari consolari di Gedda era in corso un confronto su quanto rigorosamente dovessero essere controllati i richiedenti sauditi. Alcuni sostenevano che i giovani uomini sauditi dovessero essere sottoposti a colloqui individuali e obbligati a dimostrare uno scopo chiaro del viaggio, ma il consolato seguiva in generale un approccio molto più permissivo.
Steinger, tuttavia, avrebbe deciso personalmente di ribaltare questa impostazione. Inoltre, concesse visti a futuri dirottatori dell’11 settembre nonostante le loro domande fossero spesso incomplete, piene di errori, basate su documenti falsificati e contenessero numerosi elementi che avrebbero dovuto destare sospetti. Steinger interrogò comunque Hani Hanjour, indicato come il presunto pilota del volo 77, quello che si schiantò contro il Pentagono. Al termine del colloquio respinse la sua richiesta di un visto statunitense della durata di tre anni, manifestando dubbi sulle motivazioni dichiarate per il soggiorno negli Stati Uniti. Eppure, appena due settimane dopo, approvò una nuova domanda presentata da Hanjour.
Nelle successive indagini ufficiali, la funzionaria fornì versioni profondamente contraddittorie sulle ragioni per cui i visti dei dirottatori erano stati concessi. Nel caso di Hanjour, sostenne inizialmente che il richiedente avesse presentato la documentazione integrativa richiesta. In seguito ammise invece che Hanjour non aveva fornito alcun documento aggiuntivo, ma spiegò di averlo ritenuto comunque affidabile perché proveniva, a suo dire, da una famiglia della “classe media”.
Se il resoconto contenuto nell’atto depositato in tribunale fosse accurato, ai futuri dirottatori dell’11 settembre sarebbe stato consentito di entrare negli Stati Uniti affinché la CIA potesse reclutarli una volta arrivati nel Paese. Un’ipotesi che apre alla possibilità, particolarmente inquietante, che Steinger agisse seguendo istruzioni dell’Agenzia.
Una rete nascosta in piena vista
Quando al-Hazmi e al-Mihdhar atterrarono a Los Angeles nel gennaio del 2000, incrociarono quasi immediatamente Omar Bayoumi in un ristorante dell’aeroporto. Rapporti dell’FBI citati nell’atto depositato in tribunale riportano le parole di un testimone che assistette all’incontro: Bayoumi avrebbe “lasciato cadere un foglio di carta” vicino al tavolo dei due, per poi “attaccare conversazione con loro” in un modo che appariva “innaturale”. Il testimone riferì questo episodio all’FBI nel 2002, ma la sua versione non fu mai resa pubblica.
Negli interrogatori condotti anni dopo dagli investigatori di Operation Encore, Bayoumi sostenne che l’incontro con al-Hazmi e al-Mihdhar fosse stato del tutto casuale. L’assistenza straordinaria che fornì loro subito dopo — trovare un appartamento, fare da garante per il contratto d’affitto, aprire conti bancari e versare ingenti somme per aiutarli a pagare l’affitto — sarebbe stata, secondo Bayoumi, soltanto un gesto di carità nei confronti di due correligionari musulmani che parlavano a malapena inglese e non conoscevano la cultura occidentale. Ma il documento offre numerosi elementi che delineano un quadro ben diverso dei suoi contatti con i futuri dirottatori.
Ad esempio, emerge che Bayoumi avrebbe ricevuto istruzioni riservate per reclutare al-Hazmi e al-Mihdhar presso il consolato saudita di Los Angeles da Fahad al-Thumairy, imam estremista e funzionario del Ministero saudita degli Affari islamici. L’atto cita inoltre elementi secondo cui Bayoumi si trovava in California “per spiare dissidenti locali” di origine saudita. Sarebbe stato visto con i due dirottatori dell’11 settembre “in numerose occasioni”, arrivando persino a organizzare “un incontro sociale per i dirottatori”. Possiamo solo immaginare chi altro vi abbia preso parte.
Un’altra rivelazione clamorosa riguarda il soggiorno di al-Hazmi e al-Mihdhar, a partire dal settembre del 2000, nell’abitazione di Abdussattar Shaikh, storico informatore e collaboratore dell’FBI. È noto da anni che Shaikh non comunicò ai propri referenti i cognomi dei due uomini, nonostante gli fossero stati richiesti. L’indagine congiunta delle commissioni Intelligence della Camera e del Senato sull’11 settembre concluse che il soggiorno dei due presso Shaikh rappresentò “la migliore occasione della comunità d’intelligence statunitense per sventare il complotto dell’11 settembre”. Proteggere al-Hazmi e al-Mihdhar dal controllo dell’FBI potrebbe essere stato, secondo il documento, il suo obiettivo esplicito.
Il documento afferma inoltre che Shaikh “riceveva finanziamenti” da Riyadh mentre, allo stesso tempo, operava come informatore dell’FBI. Secondo quanto riportato, “importanti esponenti” sauditi “soggiornavano nella pensione di Shaikh durante le loro visite in California”. La sua missione consisteva nel “monitorare le attività dei cittadini sauditi mentre si trovavano all’estero”. Anche Hani Hanjour soggiornò da Shaikh insieme ad al-Hazmi, dopo che al-Mihdhar era rientrato in Arabia Saudita alla fine del 2000. Il documento suggerisce che, in ogni fase della loro permanenza negli Stati Uniti, i dirottatori si trovarono a stretto contatto con figure legate all’intelligence saudita.
Se fosse corretta la ricostruzione contenuta nell’atto, secondo cui il GID operava per conto della CIA, questo intreccio apre un interrogativo evidente: l’agenzia americana, attraverso il suo “proxy” saudita a Riyadh, monitorava direttamente gli spostamenti di al-Hazmi, al-Mihdhar e Hanjour — e forse anche di altri dirottatori sauditi — dal momento del loro ingresso negli Stati Uniti, avvenuto su indicazione della stessa CIA, fino agli attentati dell’11 settembre. Non è dato sapere fino a che punto la CIA abbia potuto seguire o influenzare le loro azioni e i loro movimenti. Tuttavia, il livello di prossimità descritto nel documento pone interrogativi che, secondo il testo, richiederebbero una spiegazione.
I dossier che Langley tenne nascosti all’FBI
La ricostruzione ormai consolidata mostra che Alec Station nascose ripetutamente all’FBI la presenza di al-Hazmi e al-Mihdhar negli Stati Uniti fino a quando era ormai troppo tardi. Il documento riferisce che, nel giugno 2001, rappresentanti dell’unità mostrarono ad alti funzionari del Bureau le fotografie di tre operativi di Al-Qaeda, tra cui al-Hazmi e al-Mihdhar. La CIA, tuttavia, si rifiutò di rispondere alle domande sull’identità delle persone ritratte o di fornire informazioni utili per identificarle. Se lo avesse fatto, l’FBI avrebbe potuto rintracciare con facilità i nomi e gli indirizzi di al-Hazmi e al-Mihdhar, che comparivano nell’elenco telefonico di San Diego.
Secondo il documento, si trattò di un’evidente operazione-esca, finalizzata a verificare quanto il Bureau sapesse dell’identità degli individui fotografati e della loro presenza negli Stati Uniti. L’atto sostiene inoltre che l’FBI avesse aperto un’indagine di controspionaggio su Bayoumi già prima dell’11 settembre, sospettando che “operasse come ufficiale d’intelligence”. Quando però il Bureau chiese alla CIA informazioni su Bayoumi, si sentì rispondere che l’agenzia “non possedeva alcun dossier” su di lui: un’affermazione definita nel documento come una “menzogna”.
In realtà, la CIA disponeva di un’ampia documentazione “operativa” su Bayoumi, che “non fu mai trasmessa all’FBI”. Questo ostruzionismo, secondo il documento, proseguì anche dopo l’11 settembre. Quando il Bureau scoprì che decine di migliaia di dollari erano stati trasferiti da Haifa bin Faisal, moglie dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti Bandar bin Sultan, alla moglie di Bayoumi, tentò di ottenere tramite mandato i relativi documenti bancari dalla Riggs Bank di Washington. Secondo l’atto, “i funzionari della Riggs ostacolarono per un anno gli sforzi dell’FBI per ottenere quei documenti”.
La Riggs Bank, che annoverava tra i propri clienti presidenti degli Stati Uniti e il dittatore cileno Augusto Pinochet, sostenuto dalla CIA, crollò nel 2005 travolta da gravi scandali di riciclaggio di denaro. Le indagini successive all’11 settembre individuarono irregolarità finanziarie nei conti di diversi facoltosi cittadini sauditi, tra cui l’assenza delle verifiche obbligatorie sui clienti e il sistematico mancato invio di segnalazioni alle autorità per operazioni di grande entità in violazione della normativa bancaria federale. Il crollo della Riggs Bank ricorda la sorte di altre banche riconosciute come coperture operative della CIA, tra cui la Bank of Credit and Commerce International (BCCI), coinvolta in operazioni clandestine e attività criminali, compreso lo scandalo Iran-Contra.
Forse non sorprende che il documento riferisca anche di “pressioni diplomatiche” esercitate sull’FBI affinché non indagasse sui numerosi collegamenti tra Riyadh e l’11 settembre. Gli agenti del Bureau chiamati a testimoniare davanti alla commissione d’inchiesta congiunta sugli attentati sarebbero stati inoltre “istruiti a non rivelare l’effettiva portata del coinvolgimento saudita con Al-Qaeda”. Secondo il documento, alti funzionari del quartier generale dell’FBI erano a conoscenza “sia dei legami di Bayoumi con l’intelligence saudita sia dell’esistenza dell’operazione della CIA per reclutare al-Hazmi e al-Mihdhar”, ma avrebbero comunque “bloccato le indagini” su questi aspetti.
L’atto si conclude ricordando che Bayoumi fu arrestato nel Regno Unito con l’accusa di violazione delle norme sull’immigrazione subito dopo l’11 settembre e che le autorità trovarono “materiale estremista nel suo appartamento”. Dal 2022, sottolinea l’articolo, la rilevanza di questo particolare è passata quasi completamente inosservata. Solo ora, grazie al procedimento civile in corso a New York, i media hanno riconosciuto che, pochi giorni dopo gli attentati, la polizia antiterrorismo britannica sequestrò nell’abitazione di Bayoumi prove definite “potenzialmente decisive” che lo collegavano direttamente all’11 settembre, condividendole poi con l’FBI. Secondo gli investigatori britannici, tuttavia, il Bureau non ricambiò fornendo informazioni ritenute cruciali.
Le prove che il Regno Unito non ha potuto approfondire
Il materiale sequestrato comprendeva, secondo quanto riferito, una rubrica telefonica con i contatti di oltre due dozzine di funzionari del governo saudita negli Stati Uniti e in Arabia Saudita, un software di simulazione di volo, biglietti e documenti di viaggio, oltre a un taccuino contenente il disegno di un aereo. Una nota allegata, redatta da un agente dell’antiterrorismo britannico, descriveva quest’ultimo reperto con queste parole: “contiene appunti manoscritti con calcoli matematici relativi all’altezza degli aerei”. Un componente del team legale delle famiglie delle vittime dell’11 settembre, promotore dell’azione giudiziaria, ha dichiarato alla BBC: “Si tratta del calcolo matematico dell’impatto contro il Pentagono”.
Entro il 22 settembre 2001, questo materiale apparentemente schiacciante era già nelle mani dell’FBI. Tra le prove figuravano anche filmati amatoriali di Bayoumi mentre si aggirava per Washington nel 1999, soffermandosi sulle misure di sicurezza del Campidoglio, parlando apertamente del vicino aeroporto nazionale Ronald Reagan e facendo riferimento davanti alla telecamera a un non meglio precisato “piano”. Altri video mostrerebbero Bayoumi a stretto contatto con figure di primo piano di Al-Qaeda, tra cui il predicatore statunitense Anwar al-Awlaki, ucciso in Yemen nel settembre 2011 in un attacco con drone degli Stati Uniti.
Secondo quanto riportato, gli investigatori britannici ritenevano che quel materiale fosse sufficiente a sostenere una richiesta di estradizione. L’FBI, però, non avrebbe fornito gli elementi necessari per supportarla. Bayoumi venne così rilasciato dopo sette giorni senza alcuna incriminazione e successivamente rientrò in Arabia Saudita. La risposta delle autorità statunitensi assume un significato ancora più inquietante se letta alla luce delle accuse secondo cui la CIA avrebbe utilizzato il proprio canale di collegamento saudita per avvicinare al-Hazmi e al-Mihdhar, nascondendo al tempo stesso all’FBI la loro presenza negli Stati Uniti.
Tutto ciò rafforza l’ipotesi che un’operazione di reclutamento fallita sia stata successivamente occultata dopo essersi conclusa in una catastrofe. La riluttanza dei media ad approfondire le accuse contenute nel documento sul ruolo del “proxy” saudita avrebbe contribuito a mantenere questa questione al di fuori delle aule di tribunale. A questo punto, è lecito chiedersi se il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA) del 2016, che ha consentito alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio Riyadh davanti ai tribunali statunitensi, non sia stato approvato deliberatamente anche per mantenere il regime wahhabita sotto pressione.
I governi sauditi che si sono succeduti hanno combattuto con ogni mezzo per ottenere l’abrogazione della legge, mentre la corrispondenza resa pubblica indica che rappresentanti sauditi avrebbero cercato l’aiuto di Jeffrey Epstein, poi condannato per traffico sessuale di minorenni, per fare pressioni dietro le quinte affinché la normativa venisse cancellata. Lo JASTA ha suscitato forti polemiche in alcuni ambienti. Diversi critici hanno avvertito che la legge avrebbe potuto innescare provvedimenti analoghi in altri Paesi nei confronti degli Stati Uniti, alla luce delle attività illegali condotte da Washington all’estero. Esperti di diritto hanno inoltre sostenuto che la normativa indebolisce il principio dell’immunità sovrana degli Stati.
Le prove presentate dai ricorrenti potrebbero ancora dimostrare che funzionari sauditi fornirono un sostegno materiale ai dirottatori. Il documento depositato presso il tribunale militare, tuttavia, solleva una questione distinta e ben più delicata: se alcuni di quei funzionari agissero come “intermediari” della CIA nei loro rapporti con i futuri responsabili dell’11 settembre. La CIA, però, non figura tra le parti citate nell’azione civile, e Bayoumi non è personalmente sotto processo. Inoltre, il ricorso al privilegio del segreto di Stato ha ripetutamente protetto le operazioni clandestine dell’agenzia da un effettivo scrutinio giudiziario.
Finché il presunto canale di collegamento tra CIA e intelligence saudita non verrà esaminato, il procedimento contro Riyadh potrebbe portare alla luce un livello della rete di supporto agli attentati dell’11 settembre, lasciando però intatto quello maggiormente protetto.
di Kit Klarenberg
fonte: The Cradle

