L’Iran e la propaganda della BBC
Un’inchiesta pubblicata dal sito investigativo The Grayzone ha acceso un nuovo caso mediatico attorno alla BBC, mettendo in discussione non solo l’operato di una sua giornalista di punta sul dossier Iran, ma anche l’intero processo editoriale dell’emittente pubblica britannica. Al centro della vicenda c’è la pubblicazione — e successiva rimozione — di una dichiarazione estremamente controversa, attribuita a un cittadino della Repubblica Islamica, in cui quest’ultimo esprimeva sostegno all’aggressione militare israelo-americana e, addirittura, all’uso di un’arma nucleare contro l’Iran stesso. Una frase rimasta online per alcune ore prima di essere sostituita, senza spiegazioni convincenti, con un contenuto molto più moderato.
Secondo quanto ricostruito da The Grayzone, l’episodio non rappresenterebbe un incidente isolato, ma il sintomo di problemi più profondi legati alla figura della giornalista che ha firmato l’articolo, Ghoncheh Habibiazad. Nonostante la giovane età e un’esperienza professionale limitata, la reporter ha raggiunto in pochi anni una posizione di rilievo all’interno della redazione persiana della BBC; un’ascesa che solleva interrogativi sui criteri di selezione e promozione adottati dall’emittente.
Il profilo professionale della giornalista, sempre secondo l’inchiesta, è strettamente intrecciato con ambienti apertamente ostili al governo iraniano. Dopo gli studi a Teheran, Habibiazad ha iniziato la propria carriera presso Radio Free Europe/Radio Liberty, struttura storicamente legata agli apparati di propaganda occidentali e nata durante la Guerra Fredda su impulso della CIA. Parallelamente, ha collaborato con media legati a circuiti dell’opposizione iraniana in esilio, tra cui piattaforme note per la loro vicinanza a posizioni monarchiche e per la promozione di un cambio di regime a Teheran.
Un altro elemento messo in luce da The Grayzone riguarda le modalità con cui la giornalista ha costruito alcune delle sue inchieste più rilevanti. In particolare, durante le proteste iraniane del 2022, Habibiazad aveva co-firmato articoli basati su testimonianze anonime e su fonti difficilmente verificabili, spesso provenienti da ambienti dichiaratamente ostili al governo. In alcuni casi, accuse molto gravi — come presunte violenze sistematiche da parte delle forze di sicurezza — sarebbero state pubblicate senza il supporto di prove concrete, ma facendo affidamento su reti di contatti tra loro collegate.
Questo approccio, che in contesti giornalistici tradizionali verrebbe sottoposto a rigorosi controlli, non ha impedito alla reporter di consolidare la propria posizione all’interno della BBC. Anzi, l’emittente avrebbe continuato ad affidarle incarichi sensibili, inclusi quelli legati al monitoraggio delle comunicazioni ufficiali iraniane e alla selezione di contenuti da sottoporre a verifica attraverso organismi di fact-checking spesso finanziati o collegati a governi occidentali.
Un ulteriore aspetto controverso riguarda la dichiarata assenza di pluralità nelle fonti utilizzate. La stessa Habibiazad ha ammesso pubblicamente di interagire esclusivamente con interlocutori contrari al governo iraniano, escludendo di fatto qualsiasi voce interna favorevole o anche solo neutrale. Una scelta che contrasta apertamente con i principi di equilibrio e imparzialità che dovrebbero guidare il servizio pubblico radiotelevisivo.
La gestione del caso da parte della BBC ha alimentato ulteriori critiche. La rimozione della frase più controversa senza chiarimenti dettagliati, unita al comportamento della giornalista sui social — dove avrebbe bloccato numerosi utenti critici — ha contribuito a rafforzare l’impressione di una gestione opaca e poco trasparente. Tutto ciò solleva interrogativi non solo sulla responsabilità individuale, ma anche sulle dinamiche interne di controllo editoriale.
Nel complesso, il quadro delineato dall’inchiesta suggerisce una sovrapposizione sempre più evidente tra informazione e attivismo politico, in particolare quando si tratta di paesi considerati avversari dell’Occidente. La selezione delle fonti, la costruzione delle narrazioni e la stessa carriera della giornalista sembrano inserirsi in un ecosistema mediatico in cui il confine tra giornalismo e propaganda appare sempre più sfumato.
Questo episodio si inserisce in una tendenza più ampia che riguarda una parte consistente dei media occidentali, quasi sempre disinteressati a mantenere un approccio realmente indipendente quando trattano questioni geopolitiche sensibili. In contesti come quello iraniano, l’informazione tende così a trasformarsi in una cassa di risonanza delle posizioni governative, con standard giornalistici che si abbassano drasticamente.
Il risultato è un livello complessivo sempre più povero e poco affidabile del dibattito pubblico: fonti selezionate in modo unilaterale, verifiche carenti, narrazioni costruite per confermare pregiudizi politici. In questo scenario, l’affidabilità dei media ufficiali occidentali su temi che riguardano paesi “nemici” risulta inevitabilmente compromessa, fino a ridursi, in molti casi, a uno strumento di legittimazione delle politiche estere dei rispettivi governi (propaganda) piuttosto che a un mezzo di informazione indipendente.

