La tregua per prendere Gaza
Il vero piano di Stati Uniti e, soprattutto, Israele per il futuro di Gaza comincia a delinearsi in maniera chiara proprio mentre le forze di occupazione continuano a violare senza nessuna conseguenza il “cessate il fuoco” teoricamente in vigore nella striscia. Al centro della visione del regime sionista resta il progetto genocida e l’occupazione permanente del territorio palestinese. Progetto che l’amministrazione Trump intende favorire, per i suoi stessi interessi, mascherandolo dietro alla formula di un “processo di pace” in grado di renderlo accettabile alla comunità internazionale e, possibilmente, all’opinione pubblica che si è mobilitata in questi due anni contro la barbarie dello stato ebraico.
Il concetto alla base delle mire americane e israeliane immediate è la suddivisione in due parti di Gaza, con la prospettiva, spiegata cinicamente dal ministero israeliano per gli Affari Strategici Ron Dermer, di arrivare a una “soluzione a due stati”, che non sarebbe però quella auspicata da praticamente tutto il mondo con due entità (israeliana e palestinese) pienamente compiute, bensì due porzioni di territorio ben delimitate all’interno della stessa striscia. Una sotto il controllo permanente di Israele e l’altra abbandonata a fame e distruzione.
Le fondamenta di questo edificio sono contenute nell’accordo che ha messo fine a inizio ottobre alla fase più cruenta, dal punto di vista militare, dell’aggressione israeliana in seguito alla mediazione di Trump. In base a esso, la parte occidentale di Gaza, pari a circa il 42% dell’enclave palestinese, resta sotto il controllo di fatto di Hamas, in attesa dei negoziati della ipotetica “fase 2” della tregua per risolvere i più delicati problemi legati alla governance. Quella orientale invece tuttora occupata dalle forze israeliane e sottoposta alla distruzione programmata di ciò che resta di edifici e infrastrutture.
A dividere le due parti c’è la famigerata “Linea Gialla”, che i palestinesi non possono nemmeno avvicinare pena l’esecuzione immediata da parte dei militari dell’occupazione. Secondo quanto previsto dal piano Trump, questa linea di demarcazione e la presenza israeliana dovrebbero essere temporanee, visto che le forze di occupazione sarebbero tenute a ritirarsi gradualmente per lasciare il controllo del territorio a una ancora non definita forza internazionale di interposizione. Prevedibilmente, Tel Aviv sta disattendendo completamente gli impegni presi e si muove da tempo per consolidare la presenza sionista in questa parte della striscia.
Gli unici palestinesi a cui è consentito restare nella parte orientale della striscia sono i clan e i gruppi armati collaborazionisti che Israele finanzia e sostiene per combattere Hamas e dividere la Resistenza. Per il resto, gli edifici rimasti in piedi dopo due anni di bombardamenti vengono sistematicamente demoliti e ai palestinesi che cercano di tornare alle loro abitazioni viene imposto un divieto assoluto, spesso implementato attraverso esecuzioni sommarie. Qui Israele intende rimanere a lungo, anzi è chiaro l’obiettivo di fare ulteriore spazio verso ovest alla “colonizzazione” delle terre palestinesi. Un obiettivo che verrebbe giustificato ad esempio dal rifiuto di Hamas ad abbandonare le armi.
Questo piano si collega strettamente agli interessi immobiliari intrecciati all’amministrazione Trump, a cominciare da quelli del genero del presidente, Jared Kushner, coinvolto in prima persona nelle trattative diplomatiche e che recentemente ha confermato come la “ricostruzione” della striscia avverrà solo nelle aree interamente sotto l’occupazione dello stato ebraico. Il resto, di conseguenza, resterà coperto dalle macerie fino a che il movimento di liberazione palestinese non sarà liquidato.
In queste manovre si vede chiaramente il tentativo di convincere la popolazione palestinese a lasciare la parte della striscia controllata da Hamas, agitando l’incentivo della “ricostruzione”, di nuove abitazioni, servizi funzionanti e una vita normale in aree sicure. Il primo modello di questo progetto dovrebbe essere la città di Rafah, scelta precisamente perché situata al confine con l’Egitto. Alcuni osservatori hanno fatto notare come l’improbabilità del disarmo di Hamas potrebbe rendere indefinita la permanenza israeliana nella parte della striscia che oggi controlla, così che per i palestinesi che eventualmente dovessero accettare – per disperazione – il piano di Tel Aviv ci sarebbe la prospettiva di vivere in maniera stabile sotto la diretta occupazione sionista. Ancora peggio, il possibile riesplodere della guerra di aggressione faciliterebbe, per quanto riguarda Rafah, l’espulsione dei palestinesi, confinati qui in veri e propri lager, verso l’Egitto, concretizzando un progetto che il regime di Netanyahu coltiva da almeno due anni.
La questione del disarmo di Hamas è stata messa deliberatamente al centro del “piano Trump”, in modo da dare a Israele mano libera per continuare a bombardare Gaza a piacimento e ignorare la condizione del ritiro graduale dalla striscia. Il persistere dell’occupazione e delle violenze contro i palestinesi alimenterà sempre e comunque una qualche forma di resistenza, così che lo stato ebraico potrà a sua volta giustificare il suo comportamento criminale.
La stampa israeliana ha scritto nei giorni scorsi che i regimi del Golfo e gli altri paesi musulmani che hanno avallato il “piano Trump” appaiono estremamente diffidenti a proposito del progetto di iniziare la ricostruzione nella parte della striscia occupata da Israele. Allo stesso modo, questi paesi, che dovrebbero contribuire alla forza di interposizione da dispiegare a Gaza, sono riluttanti a impegnarsi concretamente fino a quando Washington non avrà garantito l’implementazione effettiva delle condizioni previste dalla tregua. Incluso il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze di occupazione.
Si intravede in queste apprensioni il timore sia per l’atteggiamento fuori controllo di Israele sia per l’opposizione dei palestinesi a un piano imposto con la forza e che non tiene minimamente in considerazione i loro interessi e aspirazioni. Resta comunque il fatto che questi paesi hanno una grave responsabilità nella crisi, avendo acconsentito ad appoggiare un piano pesantemente sbilanciato a favore dello stato ebraico, così da allentare le pressioni interne che li spingevano ad agire per fermare il genocidio.
L’obiettivo ultimo delle manovre di Trump e Netanyahu resta in definitiva l’espulsione dei palestinesi dalla striscia di Gaza e l’appropriazione pura e semplice di questo territorio – considerato cruciale dal punto di vista strategico e per l’accesso a importanti risorse energetiche – da parte di Israele. Non risultando più sostenibile lo sterminio “ad alta intensità”, con stragi multiple trasmesse in diretta televisiva praticamente ogni giorno, la Casa Bianca ha applicato un minimo di pressione sul regime di Netanyahu per allentare la presa e accettare il cessate fuoco. I vincoli sono però stati da subito molto limitati per Israele che, come nel caso del Libano, è tenuto soltanto a evitare, almeno per il momento, bombardamenti di vasta portata. Per il resto, le mire sulla striscia possono procedere per altre strade, facendo credere all’opinione pubblica internazionale che la pace è stata ristabilita o che è Hamas l’ostacolo a una soluzione definitiva alla tragedia palestinese.
Nella realtà, Israele non ha nessuna intenzione di accettare un futuro dignitoso e indipendente per la Palestina, mentre Washington punta a stabilizzare il più possibile la situazione per favorire il consolidamento dell’influenza americana in Medio Oriente. A ciò si sovrappongono gli interessi economici che fanno capo al già citato Kushner. Il Wall Street Journal ha scritto a questo proposito nei giorni scorsi che l’impegno del genero-inviato di Trump è in primo luogo per la “creazione di un ambiente sicuro per i miliardi di dollari di investimenti necessari alla ricostruzione” della striscia.
L’intreccio tra genocidio, occupazione permanente, geopolitica e progetti di sviluppo immobiliari multimiliardari è dunque alla base della tregua promossa dalla Casa Bianca, con la popolazione palestinese come vittima sacrificale e la Resistenza unica opzione per fermare questo processo distruttivo. Sospeso per il momento lo sterminio puro e semplice, il piano di Trump e Netanyahu segue altri percorsi ma diretti verso la stessa destinazione.
Sempre il Journal ha rivelato anche che il modello Cisgiordania potrebbe essere replicato a Gaza, con Israele che assume il controllo totale di porzioni di territorio, costringendo i residenti palestinesi in piccole aree isolate e non collegate tra loro. Proprio perché la striscia ha rappresentato finora l’unico elemento “territorialmente contiguo” di un ipotetico stato palestinese, lo smembramento di Gaza replica appunto una strategia distruttiva di occupazione e appropriazione che renderebbe virtualmente irrealizzabile qualsiasi futuro progetto di emancipazione di questo popolo martoriato.

