LA SOLUZIONE PEGGIORE, NEL MODO PEGGIORE
di Maurizio Coletti *

Tra le migliaia di provvedimenti di tutti i generi e per tutte le tasche che
l’agonizzante governo e la sua maggioranza stanno facendo passare in tutta fretta,
quello della nuova regolamentazione sulle droghe rischia di non richiamare l’attenzione
che merita.
Il Ministro Fini aveva, circa tre anni fa, partorito una proposta di legge di
120 articoli che conteneva indicazioni per affermare che "tutte le droghe
sono uguali" e che "lo Stato dichiara che non vi può essere
diritto a drogarsi". La gravidanza fu misteriosa; nessuno sapeva cosa si
stesse scrivendo, in concreto. Il parto avvenne al Senato ed iniziò un
percorso tormentato ed incerto. Molte furono le audizioni e quasi tutte ruotavano
attorno alle perplessità ed alle contrarietà sui principi e (molto
di più) sulle conseguenze pratiche delle norme che si stavano discutendo.
Qualche dubbio iniziò ad affiorare tra diversi esponenti della maggioranza.
A giugno dell’anno passato, la proposta si arenò alla Commissione Affari
Costituzionali che avanzo qualche rilievo (la mancata copertura finanziaria,
per esempio) ai quali non venne data risposta.
A mezza bocca, i dirigenti del neonato Dipartimento Nazionale delle Politiche
Antidroga rassicuravano sulla morte prematura della creatura.
Anche perché contro l’insieme delle norme repressive ed insensate si
erano organizzati ben tre cartelli di associazioni e centri. Tra questi, il
cartello "Non incarcerate il nostro crescere" associava la stragrande
maggioranza dei centri di trattamento e di intervento esistenti in Italia. Solo
l’ineffabile "San Patrignano" ed i centri di "trattamento"
di Don Pierino Gelmini avevano mostrato assenso ed interesse per la proposta.
Migliaia di operatori dei servizi pubblici e di privato sociale e le loro organizzazioni
criticavano duramente il provvedimento: scioccamente repressivo in alcune parti,
inattuabile in altre, carente in altre ancora.
Si avvicinava l’appuntamento della quarta Conferenza Nazionale sulle Tossicodipendenze
e vi era la sensazione che potesse celebrarsi senza il cappio al collo rappresentato
dalla proposta Fini.
Ma non avevamo fatto i conti con quel diavolo del Ministro Giovanardi: avute
le deleghe dal collega Fini, inizia a rassicurare tutti: magari, diceva, recuperiamo
alcune norme secondarie. Non c’è tempo, affermava, per un iter parlamentare
regolare.
Fu allora che iniziarono a circolare i cosiddetti "punti qualificanti"
dello "stralcio Giovanardi".
Si trattava di tre quisquilie:
la prima: innalzamento da tre a sei anni del limite della pena
per chiedere un’alternativa al carcere (leggi, Comunità Terapeutica);
la seconda: accorpamento in un’unica tabella di tutte le droghe, mettendo
così allegramente assieme cocaina, eroina, cannabis, exstasy ed altro.
La terza: lo stabilirsi di una "parità tra le strutture
pubbliche e quelle del privato, centrata sulla possibilità di quest’ultime
di certificare (atto medico-legale) lo stato di tossicodipendenza e di poter
ammettere direttamente i soggetti ai trattamenti, senza passare per i servizi
pubblici.
Il tutto condito dalla pervicace assenza di qualsivoglia risorsa finanziaria
destinata ad un mondo durissimamente provato da tagli, sparizione di fondi,
ritardi insopportabili nei pagamenti delle rette.
L’opposizione è stata, ancora una volta, molto dura.
Viene deciso di disertare la Conferenza di Palermo, che fu celebrata (pateticamente)
di fronte a pochi intimi, essendo la maggioranza assoluta del mondo di operatori
ed esperti riunito polemicamente e costruttivamente a Roma.
Ma l’ineffabile Giovanardi non molla, tira dritto.
All’inizio dell’anno decide che occorre accelerare; prende spunto da un grossolano
errore contenuto nella ex-Cirielli a proposito di tossicodipendenti e carcere
e ti infila (demonio, veramente, un demonio!) 22 articoli e la correzione a
cui si è fatto cenno nel decreto di conversione per le…Olimpiadi
invernali di Torino.
Non soddisfatto, pone la fiducia ed il decreto passa il 27 Gennaio scorso al
Senato, senza possibilità di replica né di discussione.
Ora, lo stesso accadrà alla Camera dove si voterà il prossimo
Martedì 7 Febbraio.
Fin qui l’agghiacciante evoluzione di una faccenda molto seria.
Si tratta, ora, di accennare ai contenuti. Ad una lettura nemmeno tanto approfondita
e facendo ammenda di dozzine di traumatici errori dal punto di vista scientifico
e costituzionale, faremo cenno a 4 punti che rappresentano un vero e proprio
dramma, se messi in atto:
Il primo: l’equiparazione tra droghe leggere e pesanti mette
sostanze, effetti e persone tra loro molto diverse sullo stesso piano e porterà
inevitabilmente nel circuito carcerario molti assuntori di sole droghe leggere.
Questa nuova legislazione ci riporterà a quanto avveniva tra il 1990
e il 1993.
Il secondo: si definisce per legge la differenza tra tossicodipendente
e spacciatore, impedendo alla magistratura di prendere in considerazione le
differenze esistenti tra le persone, le storie, i contesti.
Il terzo: una volta considerato colpevole (non solo per spaccio, ma anche
per uso, possesso, detenzione, ecc.) il soggetto può "optare"
per una alternativa pseudocarceraria scelta solo per evitare di passare troppo
tempo dietro le sbarre. Con buona pace di chi (tutti gli operatori e le strutture
serie) pensa che il trattamento debba essere liberamente scelto e che la fatica
del recupero si può basare solo e solamente sulla partecipazione consapevole
dell’individuo.
Il quarto: le norme sulla parità tra pubblico e privato sono destinate
a ricreare un contesto di scontro tra organizzazioni differenti, faticosamente
superato negli ultimi anni. Per stessa ammissione di Giovanardi, questa è
una riposta pensata per quelle strutture che sono in crisi di utenti. Non interessa,
quindi, la persona, ma è prioritaria la "baracca" ed i suoi
posti letto.
Conclusioni ve ne potrebbero essere molte.
Limitiamoci ad una: in un terreno fortemente polemico e sul quale insistono
sensibilità differenti, esperienze divergenti, aspettative non omogenee,
si è andati giù con l’accetta. Non solo, ma si è umiliato
un mondo di operatori e di volontari che, da molti anni, tenta di ragionare,
di riflettere, di studiare, di approfondire. Lì dove la pratica clinica
e professionale suggerirebbe soluzioni diversificate ed integrate si propone
un modello unico basato su un solo assunto: non lo devi fare. Se lo fai sei
un delinquente e sarai punito.
Invece, noi continuiamo a gridare: "giusto o sbagliato, non può
essere reato".

