LA SINISTRA CHE VERRA’
di Domenico Melidoro
Forse
sembrerà ozioso, a pochi giorni dal voto e alla fine di una campagna
elettorale ricca di polemiche, discutere del futuro della Sinistra italiana
dopo il voto del 9 e 10 aprile. Probabilmente sembrerebbe più opportuno
continuare ad analizzare le proposte programmatiche dei due schieramenti, cercando
magari di capire qual è il limite oltre il quale l’Unione intende tassare
la successione, oppure interrogandosi sull’ultima sortita di un Berlusconi in
vena di promesse propagandistiche sull’esenzione dal pagamento dell’ICI sulla
prima casa. Eppure, dopo l’accantonamento della Lista Arcobaleno che avrebbe
dovuto unire la cosiddetta Sinistra radicale e in seguito al presentarsi agli
elettori in ordine sparso delle forze parlamentari progressiste, l’esigenza
di ristabilire un dialogo tra le diverse anime della Sinistra che non accetta
l’egemonia moderata dell’Unione appare sempre più necessario.
Mentre l’Ulivo (pur tra tutte le contraddizioni) si rafforza e sembra
far presagire un più o meno agevole cammino verso la costituzione di
un Partito Democratico, sul quale peseranno molto i condizionamenti dei
gruppi di potere che cinque anni fa sostenevano apertamente Berlusconi, la Sinistra
appare divisa e frantumata. L’unico tentativo di semplificazione del quadro
politico, vale a dire l’alleanza elettorale al Senato tra Verdi e PdCI,
è poco più di un’operazione elettorale per cercare di superare
la soglia del 4% necessaria ad eleggere propri rappresentanti a Palazzo Madama.
Ci pare invece meritevole di attenzione e degna di suscitare un vivo dibattito
la recente riproposizione da parte di Fausto Bertinotti dell’idea di rinnovare
lo scenario politico e di costituire la sezione italiana della Sinistra europea.
Il fatto che il leader di Rifondazione comunista ribadisca in piena campagna
elettorale la già nota proposta di andare al di là delle categorie
della politica novecentesca avrebbe dovuto innescare una seria riflessione nella
quale sarebbe dovuta emergere l’importanza di rafforzare chi, da Sinistra, intende
rappresentare chi non si rassegna alle politiche economiche liberiste che impongono
la precarizzazione dei rapporti di lavoro e l’esclusione di settori sempre più
larghi della popolazione.
Non è qui possibile, per ragioni di spazio, valutare la proposta del
leader del PRC di sostituire il concetto di ‘classe’ con quello di ‘persona’,
ma va senza dubbio accolta con favore l’idea di rendere le categorie di interpretazione
della società adeguate a un mondo sociale in rapida e costante trasformazione.
In altri termini, non è possibile pretendere di incidere concretamente
sulla realtà sociale facendo finta che il quadro di riferimento non sia
mutato. Altrettanto interessante è l’esigenza di contaminare le culture
politiche: è almeno a partire dall’ultimo periodo della segreteria di
Enrico Berlinguer che la Sinistra italiana avverte il bisogno di incontrarsi
e di discutere con i movimenti pacifisti, con gli ambientalisti che hanno sollevato
le questioni dello sviluppo sostenibile, con i movimenti femministi che hanno
fatto emergere le questioni di genere, con i movimenti sociali che hanno condotto
le lotte per i diritti civili in un paese in cui, la laicità delle istituzioni,
è di continuo minacciata dal potere politico delle gerarchie ecclesiastiche.
In questi ultimi anni la cultura con la quale la Sinistra deve necessariamente
confrontarsi e dialogare è quella di quei movimenti (costituiti in gran
parte da giovani) che contestano la globalizzazione per il modo in cui produce
disuguaglianze, genera emarginazione e mette a rischio l’equilibrio ambientale
del pianeta. È proprio con questa cultura che il PRC intende stabilire
un rapporto privilegiato di reciproca e feconda contaminazione, e l’inclusione
di rappresentanti del movimento no-global nelle proprie liste è
la dimostrazione di questa intenzione. Tuttavia, il pericolo è che la
relazione tra partito e movimento si trasformi in un rapporto di subordinazione
e istituzionalizzazione di quest’ultimo. I movimenti infatti sono per loro natura
spontanei e difficilmente conciliabili con la rigidità dell’organizzazione
propria di un partito politico tradizionale. A questo punto l’ipotesi più
opportuna sarebbe quella di andare oltre i partiti per come li abbiamo conosciuti
fino ad ora.
Non andiamo oltre nell’illustrazione delle idee di Fausto Bertinotti, nella
speranza che almeno dopo le elezioni (qualunque sia il risultato) a Sinistra
si apra un ampio dibattito sulle questioni sollevate dal leader del PRC.
Per ora il dibattito, di certo a causa del clima di competizione elettorale
in cui ciascuno cerca di racimolare voti per il proprio partito che di certo
non facilita il sereno confronto intellettuale, non c’è stato. Da notare,
purtroppo più per la chiusura ideologica che per l’ansia di rinnovamento,
c’è la presa di posizione dell’eurodeputato Marco Rizzo (PdCI)
sull’ultimo numero de la Rinascita della sinistra che paragona la ‘svolta’
di Bertinotti e quella con la quale Achille Occhetto pose fine all’esistenza
del PCI e afferma che "senza il conflitto tra capitale e lavoro arretrano
le battaglie di tutti i diritti". È difficile rispondere in poche
righe alla dichiarazione di Rizzo, ma non si può non notare la debolezza
intellettuale e la miopia politica di chi si tiene stretto alle proprie certezze
rivendicando la propria purezza di ‘comunista’ quale unica garanzia per ergersi
a difensore degli interessi dei lavoratori piuttosto che cercare di aprirsi
al nuovo (seppure per valutarlo criticamente).
Qualche mese fa Alberto Asor Rosa ci ha ricordato che "si mantiene, anzi
in un certo senso si accentua, la distinzione fra le due culture, quella della
sinistra moderata e quella della sinistra radicale" (l’Unità, 14
gennaio 2006). Il rischio è che quest’ultima arrivi eccessivamente frantumata
al confronto con le componenti moderate dell’Unione. È per questo che
va ripreso il dibattito sull’unità a Sinistra e che si cerchi di superare
quella che lo stesso Asor Rosa ha definito "l’impermeabilità del
ceto politico professionistico (anche di quello spesso micro o micro-microscopico
della sinistra radicale) a processi di contaminazione" (l’Unità,
14 gennaio 2006). Tutto questo richiede un notevole sforzo intellettuale ma
anche una messa in discussione della composizione degli attuali partiti che
non dovranno intendere l’unità a Sinistra come assimilazione delle componenti
minori, ma come creazione di un soggetto politico realmente nuovo.

