La Grazia
Con La Grazia, Paolo Sorrentino sembra smettere di parlarsi addosso e tornare finalmente a riconoscersi. Dopo Parthenope, film tanto lezioso quanto sorprendentemente privo di ironia, questa nuova opera appare come una riappropriazione consapevole del proprio linguaggio: l’umorismo obliquo, il gusto per il paradosso visivo, la malinconia elegante che non chiede scusa per la propria inattualità. È un film freddo e misurato, una commedia del rimpianto che osserva il dolore con distacco formale, come se indossasse un abito impeccabile di un’altra epoca.
Il ritorno più significativo è però quello a Toni Servillo, vero perno emotivo e intellettuale del cinema di Sorrentino. Qui interpreta Mariano, presidente della Repubblica italiana al termine del mandato: una figura rigorosa, quasi monolitica, ammirata per la sua integrità e per aver presumibilmente arginato una deriva estremista. Non a caso, in una scena memorabile alla Scala, uno spettatore lo ringrazia platealmente per aver “salvato il Paese da uno sciocco”. È il potere osservato come teatro, uno dei territori prediletti del regista fin dai tempi de Il Divo.
Mariano è un vedovo, ex giudice famoso per un ponderoso e illeggibile trattato giuridico, soprannominato “cemento armato” per la sua adesione inflessibile alla lettera della Costituzione. Attorno a lui ruotano figure che ne rivelano le crepe: la figlia Dorotea, avvocata pragmatica e insofferente verso l’indecisione paterna; l’agente di scorta Labaro, unico confidente informale, che gli passa sigarette clandestine; e una serie di dilemmi morali che incombono sulla sua scrivania presidenziale, dalla legalizzazione dell’eutanasia alla concessione della grazia a due casi-limite di omicidio.
Eppure, sotto il peso delle responsabilità istituzionali, il vero conflitto è interamente privato. Mariano è ossessionato da un sospetto antico: che la moglie, morta da tempo, lo abbia tradito quarant’anni prima. Il possibile colpevole è Ugo, vecchio conoscente ambiguo e ambizioso; l’unica a conoscere la verità è Coco Valori, migliore amica della defunta e personaggio corrosivo, tipicamente sorrentiniano, che si rifiuta di parlare. Per Mariano, uomo che ha costruito la propria identità sulla verifica dei fatti, l’idea di non poter accedere all’unica verità che gli importa diventa una tortura. Ma il film, con insistenza crescente, suggerisce una domanda più radicale: quanto conta davvero sapere, se tutto è destinato a dissolversi?
Roma, come spesso accade nel cinema di Sorrentino, non è solo un’ambientazione ma una stratificazione di senso. La Grazia ne esplora la romanità come memoria inscritta nelle pietre, leggibile solo da chi accetta la lentezza dello sguardo. I momenti simbolici abbondano: Mariano che canta con gli Alpini durante una cena ufficiale; oppure la sequenza quasi surreale del presidente portoghese che avanza sotto una pioggia torrenziale lungo un tappeto rosso che il vento spazza via, mentre Mariano resta immobile ad osservare. È un’immagine limpida e crudele della fragilità del potere e dell’assurdità del suo cerimoniale.
La colonna sonora elettronica, pulsante e metallica, accompagna un dettaglio volutamente dissonante: Mariano ascolta rap in cuffia, unico piacere segreto di una vita irrigidita nel ruolo. Anche qui, Sorrentino inserisce il grottesco senza sottolinearlo, lasciando che il contrasto parli da sé.
Forse La Grazia non è il film definitivo che Sorrentino sembra credere di aver realizzato: il finale, carico di una sentimentale euforia, rischia di sbilanciare l’insieme. Ma resta un’opera affascinante, irregolare e viva, che ritrova una voce autentica e riafferma il regista come uno degli ultimi autori italiani capaci di interrogare il potere, la solitudine e il tempo con ambizione formale. E soprattutto, conferma che senza Servillo questo cinema perderebbe la sua anima più profonda.
La Grazia (Italia, 2025)
Regia: Paolo Sorrentino
Cast: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Giovanna Guida, Alessia Giuliani, Roberto Zibetti, Vasco Mirandola, Linda Messerklinger, Rufin Doh Zeyenouin
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Daria D’Antonio
Produzione: The Apartment, Numero 10 e PiperFilm
Distribuzione: PiperFilm

