Israele, la tregua che uccide
Il regime israeliano di Netanyahu ha alzato drammaticamente il numero e la qualità degli attacchi a Gaza e in Libano negli ultimi giorni, allungando la striscia di morti a partire dall’entrata in vigore delle rispettive tregue teoriche e confermando come esse siano state manovre deliberate per restringere le azioni della resistenza e permettere allo stato ebraico di continuare con massacri e occupazione. Mentre Tel Aviv viola in pratica e senza conseguenze ogni singolo giorno i termini dei cessate il fuoco, sono gli obiettivi dei bombardamenti e degli assassini a venire accusati dal premier/criminale di guerra di non avere implementato le condizioni previste per mettere fine alle ostilità. Queste accuse disegnano intenzionalmente una realtà parallela per giustificare la continuazione delle stragi e la messa in atto di un progetto regionale di dominio, nel quale – a differenza di quanto dimostrato i fatti – non è Israele l’entità terrorista ma le forze che questo mostro resistono e combattono.
L’operazione che ha avuto la maggiore eco nel fine settimana è quella avvenuta domenica in un sobborgo densamente popolato di Beirut, dove un edificio di dieci piani è stato colpito dall’artiglieria israeliana uccidendo quello che è stato definito il numero due di Hezbollah, Haitham al-Tabatabai, noto come comandante Abu Ali. Assieme a quest’ultimo, nello stesso attacco hanno perso la vita anche altri quattro membri del partito-milizia sciita. Il bilancio include inoltre almeno 28 feriti e danni diffusi a edifici e automobili che si trovavano nell’area.
Sempre domenica, Israele ha continuato a martellare il sud del Libano, con almeno un civile morto in seguito ad un attacco con un drone e altre due vittime il giorno precedente al termine di un’offensiva di vasta portata. Dall’anno scorso, a partire dalla firma del cessate il fuoco con Hezbollah, il regime sionista ha ucciso più di 300 persone in Libano, in larga misura nella parte meridionale del paese dove continua a occupare alcune postazioni militari in violazione della stessa tregua. Proprio settimana scorsa si era registrato il singolo episodio più sanguinoso della campagna di terrore israeliana in Libano, con l’attacco su un campo profughi palestinese. Le vittime erano state in quell’occasione 13, per lo più donne e bambini.
La motivazione ufficiale di questi raid è invariabilmente la necessità di prendere di mira i “terroristi” di Hezbollah che si starebbero riarmando in contravvenzione di quanto stabilito dal cessate il fuoco, così da ricreare una minaccia esistenziale nei confronti di Israele. Netanyahu intende anche aumentare le pressioni sul presidente e sul primo ministro libanesi, affinché procedano con i piani israelo-americani di disarmo di Hezbollah. Il movimento della Resistenza libanese aveva in larga misura soddisfatto le condizioni dell’accordo, smantellando le proprie basi a sud del fiume Leonte (Litani) e, allo stesso modo, si è finora sempre astenuto dall’attaccare Israele, rispettando periò la tregua sottoscritta.
Ciò che viene “richiesto” a Hezbollah è ora di consegnare tutte le armi, così da liquidare di fatto l’unica forma di resistenza alla sottomissione a Israele e Stati Uniti. Il gabinetto libanese aveva approvato una risoluzione a questo scopo lo scorso agosto su insistenza dell’Occidente, ma nella pratica il disarmo di Hezbollah risulta impossibile senza scatenare una nuova guerra civile. I vertici militari libanesi e almeno il presidente, Joseph Aoun, ne sono consapevoli e invitano alla cautela, ma Washington e Tel Aviv spingono per sfruttare il frangente di relativa debolezza di Hezbollah per assestare un colpo mortale alla Resistenza nel paese dei cedri.
Il “Partito di Dio” sostiene legittimamente che non è possibile discutere di disarmo con Israele che viola la sovranità del Libano e punta a rendere il paese poco più di un protettorato di Tel Aviv e Washington. Solo nel quadro di una strategia più ampia che getti le basi di una nuova architettura della sicurezza libanese, Hezbollah sarebbe disposto ad accettare la consegna delle armi oppure l’integrazione della sua ala militare nelle forze armate. Al momento, l’ipoteca di Stati Uniti e Israele sul Libano è però fortissima e i due alleati non intendono retrocedere dai loro obiettivi, a costo di fare esplodere il conflitto interno nel paese. Tanto per rendere l’idea della situazione, settimana scorsa la Casa Bianca aveva cancellato bruscamente la visita programmata negli USA del capo di stato maggiore libanese, generale Rodolphe Haykal, perché colpevole di avere affermato il vero, denunciando il “nemico” israeliano dopo l’ennesimo attacco militare nel suo paese e astenendosi dal citare le presunte responsabilità di Hezbollah.
Il partito-movimento sciita non ha finora mai risposto agli attacchi israeliani sia per non dare a Netanyahu un’occasione per rilanciare una guerra su vasta scala sia per l’oggettivo indebolimento che oltre un anno di campagna militare sionista ha causato tra le sue fila. È chiaro, tuttavia, che la mancata risposta e la docilità dei vertici dello stato libanese nei confronti di Washington e Tel Aviv non serviranno a limitare i crimini israeliani, né a liberare il paese dall’occupazione e dall’influenza sionista. I segnali di una possibile rottura della tregua anche da parte di Hezbollah, cosa che sarebbe evidentemente del tutto legittimato a fare, sono arrivati proprio dopo l’assassinio del comandante Abu Ali. Un esponente di spicco del movimento sciita ha affermato infatti ad Al Jazeera che gli ultimi attacchi rappresentano il superamento di una “linea rossa” e, per questo, la leadership di Hezbollah starebbe studiano la possibilità di mettere in atto ritorsioni.
Quello libanese fa parte in ogni caso del fronte multiplo su cui si sta sviluppando l’offensiva terroristica e genocida di Israele. Netanyahu lo ha spiegato senza nessuno scrupolo domenica. Proiettando sui propri nemici i crimini israeliani, il primo ministro ha assicurato che continuerà a colpire il terrorismo sui vari fronti, anche senza l’autorizzazione americana. Per quanto riguarda Hezbollah, le operazioni dell’entità di occupazione sarebbero giustificate appunto dall’imperativo di ostacolare la ricostruzione delle capacità del partito-milizia di rappresentare nuovamente una minaccia per Israele. Stesso discorso, secondo il premier genocida, vale per Hamas a Gaza, dove il problema non è lo sterminio che sta proseguendo nonostante la tregua, ma che il movimento di liberazione palestinese non avrebbe smesso di violarla da quando è entrata in vigore l’11 ottobre scorso.
In un mese e mezzo le violazioni israeliane del cessate il fuoco nella striscia sono state quasi 400. I morti, secondo i dati del ministero della Salute di Gaza, circa 340 e poco meno di 900 i feriti. Solo nella giornata di sabato gli assassini sono stati 24, con molti bambini, come sempre, tra le vittime. Le assurde giustificazioni che offre il regime di Netanyahu per le violenze che commette sono sempre le stesse, né esiste la necessità di variare la versione visto che esso gode della più totale libertà di azione. Le forze di occupazione sarebbero finite cioè sotto attacco da parte di uomini di Hamas, così che sono state costrette a rispondere, ovviamente senza potere fare a meno di compiere l’ennesima strage di civili. Altrettanto ovviamente non vi è traccia di prove di quanto sostenuto dagli israeliani né di danni, ferimenti o decessi tra l’esercito sionista.
Hamas ha affermato l’ovvio nel protestare contro le operazioni del fine settimana, accusando Tel Aviv di “inventare pretesti” per le proprie azioni. Il movimento che governa Gaza ha poi chiesto nuovamente ai “mediatori”, ovvero all’amministrazione Trump, di “intervenire urgentemente” per fare pressioni su Israele affinché cessi le violazioni della tregua, oltre che consenta finalmente l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari necessari nella striscia. Questi appelli sono destinati a cadere nel vuoto perché la Casa Bianca è tutto fuorché un attore imparziale nella crisi di Gaza. Trump ha messo in piedi la farsa del cessate il fuoco in collaborazione con il suo partner nel crimine – Netanyahu – allo scopo non di fermare il genocidio, bensì di consentire a Israele di proseguire nel raggiungimento dei suoi obiettivi sotto la copertura della pace finalmente ristabilita.
L’accademico e commentatore palestinese Ramzy Baroud ha scritto nel fine settimana in un articolo pubblicato dal sito Antiwar che il “cosiddetto cessate il fuoco non è una reale cessazione delle ostilità”, quanto “una strategica e cinica rimodulazione del genocidio e della campagna di distruzione in corso”. Da inizio ottobre, con l’avvio della tregua nominale, “Israele ha cambiato tattica” passando dai “bombardamenti aerei indiscriminati alla demolizione calcolata di abitazioni e infrastrutture vitali” nella striscia. In particolare nell’area ancora direttamente sotto il controllo delle forze di occupazione, a est della cosiddetta “Linea gialla”, Israele “sta sistematicamente smantellando qualsiasi sembianza di vita, senso di appartenenza e civiltà rimaste” dopo la campagna genocida. Tra il 10 ottobre e il 2 novembre, Tel Aviv ha così demolito 1.500 edifici con il contributo decisivo delle unità speciali del genio militare.
Mentre Netanyahu cerca di far naufragare i negoziati sulla seconda fase di una tregua fantasma, in modo da mantenere totale libertà d’azione sul campo, le operazioni messe in atto in questo frangente puntano a rendere la striscia “permanentemente inabitabile”. In pratica, conclude Baroud, “questo cessate il fuoco è una tregua a senso unico, dove Israele ha facoltà di condurre una guerra ininterrotta e di bassa intensità a Gaza, mentre ai palestinesi è sistematicamente negato il diritto di rispondere e di difendersi”.

