Israele, la stretta di Netanyahu
Negli ultimi giorni il governo Netanyahu sta spingendo per l’approvazione di un pacchetto di proposte di legge che ridisegnerebbe in profondità gli equilibri istituzionali, il sistema giudiziario, i media e i diritti civili in Israele. Dalla limitazione dei poteri della Corte Suprema alla riforma dell’ufficio del procuratore generale, fino a nuove norme sulla pena di morte, sul controllo dell’informazione e sull’espansione coloniale nei territori occupati, l’esecutivo punta a concentrare potere politico e repressivo mentre il paese è impegnato su più fronti di guerra. Un’offensiva legislativa che si inserisce in un contesto di forte crisi interna e che viene letta da opposizione, giuristi e organizzazioni per i diritti umani come un ulteriore passo verso un assetto sempre più autoritario dello Stato.
Questa offensiva legislativa va letta anche come il riflesso di una profonda crisi politica del governo Netanyahu, sempre più fragile sul piano del consenso e tenuto insieme da una coalizione eterogenea di partiti dell’estrema destra nazionalista e ultra-religiosa. Con elezioni che dovranno tenersi entro l’ottobre 2026 e i sondaggi che segnalano un netto calo di sostegno, il primo ministro sembra puntare a blindare il proprio potere prima del voto, riducendo gli spazi di opposizione istituzionale e mettendo al riparo sé stesso e il suo entourage da procedimenti giudiziari. La strategia si inserisce in un quadro di instabilità cronica che precede l’attuale esecutivo: tra il 2019 e il 2022 Israele ha attraversato cinque elezioni in rapida successione, con un sistema politico paralizzato e spaccato a metà sulla figura di Netanyahu.
Uno dei pilastri di questa nuova offensiva legislativa riguarda l’Alta Corte di Giustizia (o Corte Suprema), tradizionalmente uno dei pochi contrappesi al potere esecutivo in Israele. La proposta di riforma punta a depotenziare il vertice della magistratura imponendo l’assegnazione casuale dei casi, sottraendo così al presidente della Corte Suprema il potere discrezionale di scegliere i giudici per i processi più politicamente sensibili. In un sistema privo di una costituzione formale e di una seconda camera parlamentare, la Corte ha svolto storicamente un ruolo centrale nel controllo della legalità dell’azione governativa. Indebolirne le prerogative significa ridurre drasticamente gli strumenti giuridici per contrastare decisioni arbitrarie, aprendo la strada a un potere esecutivo sempre meno vincolato da limiti istituzionali e sempre più libero, ad esempio, di imporre misure eccezionali in nome della “sicurezza”.
Ancora più significativa è la proposta di scindere i poteri del procuratore generale, una figura che in Israele unisce le funzioni di consulente legale del governo e di capo dell’azione penale. La separazione di questi ruoli consentirebbe all’esecutivo di nominare una personalità politica alla guida delle funzioni più sensibili, svuotando di fatto l’ufficio della sua autonomia. Nel contesto dei procedimenti per corruzione che coinvolgono direttamente Netanyahu e delle numerose indagini sui ministri dell’estrema destra, questa riforma appare come uno strumento su misura per neutralizzare ostacoli giudiziari e mettere sotto controllo l’apparato investigativo. Le implicazioni sono profonde: non si tratta solo di una riorganizzazione amministrativa, ma di un passaggio chiave nella trasformazione dello Stato di diritto in un sistema in cui la legge viene piegata alle esigenze di sopravvivenza politica del governo.
Un altro asse centrale dell’agenda del governo riguarda la riorganizzazione militare e l’espansione degli insediamenti nei territori occupati, presentate come misure tecniche ma in realtà funzionali a una trasformazione strutturale della Cisgiordania. Il piano promosso dal ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, prevede lo spostamento di basi dell’esercito israeliano, la costruzione di nuove infrastrutture e strade e la creazione di decine di nuovi “cluster” di colonie, consolidando sul terreno una presenza permanente israeliana. Parallelamente, la regolarizzazione retroattiva di insediamenti finora illegali anche secondo il diritto israeliano e il rilancio di proposte di annessione formale di grandi blocchi come Ma’ale Adumim segnano un salto di qualità verso l’annessione di fatto della Cisgiordania.
Ancora più brutale è il pacchetto di misure che prende di mira direttamente la popolazione palestinese, dentro e fuori Israele. La proposta di introdurre la pena di morte per i palestinesi condannati per “terrorismo”, sostenuta dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, rompe un tabù giuridico di lunga data e istituzionalizza una giustizia apertamente discriminatoria, che le principali organizzazioni per i diritti civili israeliane denunciano come rivolta esclusivamente contro gli arabi. A ciò si affiancano iniziative per colpire l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, attraverso il taglio di servizi essenziali come acqua ed elettricità e la confisca di terreni a essa intestati. In un contesto di guerra permanente e di crisi umanitaria crescente, queste misure non solo aggravano le condizioni di vita dei palestinesi, ma mirano a smantellare uno dei pochi strumenti di assistenza internazionale rimasti, rafforzando una strategia di pressione collettiva che si muove sul confine – e spesso oltre – della punizione collettiva.
Un altro fronte su cui la coalizione di governo sta spingendo con determinazione è quello del controllo dell’informazione, così da trasformare in chiave autoritaria ciò che finora era un terreno di libertà relativa. La Knesset ha passato in prima lettura una legge che renderebbe permanente la cosiddetta “Al Jazeera Law”, consentendo all’esecutivo di chiudere emittenti straniere ritenute una “minaccia per la sicurezza” senza alcun controllo giudiziario; un potere prima previsto solo in situazioni di emergenza bellica e ora proposto come norma ordinaria. Parallelamente, si discute una riforma complessiva della regolazione delle trasmissioni che concentrerebbe nelle mani del Ministero delle Comunicazioni un nuovo organo di controllo unico, con poteri ampliati di sorveglianza e sanzione sulle emittenti, via etere o digitale, e la possibilità di bloccare contenuti online ritenuti “dannosi”. Assieme alla decisione governativa di chiudere storiche voci come la radio dell’esercito e alle pressioni per limitare l’accesso dei giornalisti stranieri alle zone di guerra, queste mosse configurano un quadro in cui la libertà di stampa viene progressivamente messa sotto tutela statale, con il pretesto della “sicurezza nazionale”.
In mezzo a questo massiccio pacchetto di leggi repressive e autoritarie spunta anche la coscrizione obbligatoria degli ultra-ortodossi come nodo politico e militare critico. Il governo sta spingendo una legge sulla coscrizione che riforma il sistema di leva per includere i giovani haredi — tradizionalmente esentati dal servizio militare — e soddisfare l’urgenza di nuove reclute in un esercito impegnato su più fronti di guerra, dal genocidio a Gaza alle tensioni con Hezbollah in Libano e oltre. Tuttavia, secondo alti ufficiali delle forze armate, il testo attuale della legge non risolve affatto il problema di carenza di personale e non è in grado di soddisfare le necessità operative reali dell’esercito, che deve colmare un deficit stimato in decine di migliaia di soldati tra effettivi regolari e riservisti sotto pressione per l’impegno prolungato delle unità.
La questione della leva obbligatoria degli ultra-ortodossi ha già scatenato forti tensioni sociali e politiche: massicce proteste nelle strade di Gerusalemme, scontri con le autorità e un profondo malcontento tra la popolazione laica che vede nell’esenzione storica un’ingiustizia crescente alla luce della guerra in corso e della richiesta di sacrifici collettivi. Il risultato è una legislazione che, pur presentata come risposta alla crisi di personale delle forze armate, finisce per aggravare fratture interne e dimostra l’incapacità dell’esecutivo di proporre soluzioni efficaci mentre cerca di mediare tra le pressioni della destra religiosa, le esigenze militari e un’opinione pubblica sempre più esasperata.
Il quadro che emerge è quello di un governo che tenta di compensare una profonda crisi di legittimità interna con una fuga in avanti sul terreno della politica estera. Il sostegno israeliano al riconoscimento del Somaliland, enclave secessionista strategica nel Corno d’Africa, e l’incontro di Netanyahu con Donald Trump negli Stati Uniti si inseriscono in questa logica: rafforzare alleanze con figure e progetti apertamente destabilizzanti dell’ordine internazionale, aggirando il diritto internazionale e puntando su accordi bilaterali di pura convenienza geopolitica. Mentre sul piano interno l’esecutivo concentra potere, smantella contrappesi istituzionali e radicalizza la repressione contro i palestinesi, all’estero Netanyahu cerca legittimazione e protezione politica, presentandosi come attore indispensabile in una regione sempre più attraversata da conflitti. È la saldatura tra autoritarismo interno e avventurismo esterno che segna l’ultima fase di un governo deciso a restare in piedi a qualsiasi costo.

