Iran, l’aggressione della coalizione Epstein
Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.
Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.
Netanyahu e Trump sono interpreti del connubio tra affari privati che diventano pubblici, ovvero della guerra come arma di distruzione e di distrazione di massa dalle loro vicende. Vedono nella guerra permanente l’unica possibilità di allontanare indagini e processi che li attendono ma questo è solo un elemento aggiuntivo nella scala delle nefandezze.
Come già nell’Agosto del 2025, l’attacco viene sferrato nel bel mezzo dei colloqui diplomatici, finto rito per una soluzione politica al contenzioso. Contenzioso che non aveva senso né sul piano del Diritto – non essendo gli USA deputati a decidere sulla sugli assetti politici, economici e militari di altri paesi – né su quello politico, visto che l’Iran non rappresentava nessuna minaccia per gli USA. Le richieste insostenibili di Washington al tavolo dei negoziati cercavano il NO iraniano, ma nel timore che la flessibilità negoziale di Teheran potesse prevalere, Trump ha scelto l’attacco, anche perché Netanyahu non avrebbe perdonato un rifiuto. E, con la prospettiva di uno sviluppo delle indagini sul caso Epstein, nel quale è immerso fino al collo con il premier israeliano che dispone della documentazione utile ad affossarlo, Trump si è fatto due conti e ha dato ordine di attaccare.
Israele vuole l’abbattimento di un governo che, per forza militare e influenza politica, è il nemico più insidioso per i piani di dominio dell’area mediorientale e del Golfo Persico. L’idea della Eretz Israel si fonda sul dominio coloniale del mondo arabo e ha come presupposto l’azzeramento di ogni forza militare che può ostacolarne la realizzazione come di qualunque traccia del Diritto Internazionale che ne stabilisca l’ossatura giuridico politica. Ma Israele non possiede la forza sufficiente a piegare l’Iran ed ecco quindi che intervengono gli USA a coprire le necessità strutturali di tipo militare di cui Tel Aviv ha bisogno per tentare un’operazione altrimenti destinata alla sconfitta.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, contano su Israele per mantenere il controllo ferreo sull’area del mondo a maggior valore energetico fossile e su alcuni dei principali corridoi per il commercio mondiale, crocevia naturale tra tre continenti. Per questo sostengono, pagandone anche il prezzo, quello che, a tutti gli effetti, è un rischioso conflitto dai tempi incerti e dagli sviluppi complessi.
E’ infatti una scommessa che rischiano seriamente di perdere, perché l’Iran non è semplice da sconfiggere e non sembra possibile ipotizzare un regime-change dall’interno. La morte di Khamenei ha più valore simbolico che concreto, il ricambio di un uomo di 86 anni era già previsto in tempi brevi. In compenso la sua martirizzazione rinsalda ulteriormente il sostegno popolare al sistema.
Gli scenari possibili sono difficili da decifrare ma l’appoggio popolare è forte e non si vedono una o più figure che vogliano e possano tentare di ammortizzare il conflitto con l’Occidente. E certamente la soluzione importata dall’estero non c’è, dato che la figura patetica del figlio dello Scià non ha nessuna possibilità di essere utilizzata: oltre alla nullità del personaggio, riporta alla repressione di Reza Phalevi e della sua polizia politica, la Savak, uno dei peggiori centri di criminalità poliziesca nella storia persiana.
Dunque seppure l’attacco dovesse dar luogo ad una crisi sistemica, non si vede quale sarebbe la soluzione politica e la mancanza di sbocchi rischia di rendere un inutile massacro quello in corso, con il risultato di saldare ulteriormente il popolo iraniano con il gruppo dirigente e indirizzare il Paese verso la dotazione, questa volta vera, dell’arsenale atomico. Proprio quello che si diceva voler evitare.
Per Washington però l’obiettivo principale dell’attacco è soprattutto colpire la Cina, che del petrolio e gas iraniano (Teheran è terzo produttore di petrolio e secondo di gas al mondo) è il principale acquirente internazionale, al punto da ricavarne oltre il 30% del fabbisogno energetico complessivo.
Gli Stati Uniti hanno chiare due cose: che la loro situazione finanziaria è drammatica, tecnicamente vicinissima ad un default e che la ridotte fiducia degli investitori renderà sempre più difficile piazzare i loro Buoni del Tesoro con cui pagano il debito generando altro debito. La sola soluzione che intravvedono è quella di addossare il loro debito agli alleati occidentali e di migliorare la loro bilancia commerciale saccheggiando risorse e materie prime dei loro avversari.
Parallelamente, solo l’indebolimento commerciale della Cina potrà tentare di ridurre il gap economico tra i due giganti che si presenta sia nella leadership mondiale nel commercio che nel possesso delle materie prime, delle terre rare e dello sviluppo tecnologico, che vedono Pechino decisamente più avanti.
I riflessi su Cina e Russia
Se dopo il blocco delle forniture dal Venezuela, si bloccassero quelle dall’Iran, l’economia cinese patirebbe effetti negativi. Anche il blocco dello stretto di Hormuz non rappresenta un dramma per gli USA, dal momento che il petrolio che vi transita proveniente dalle petro-monarchie del Golfo è diretto verso l’Europa e verso l’Asia, non verso l’Atlantico. L’incidenza sulle forniture europee arriva al 20% del totale, mentre per l’Asia complessivamente l’impatto sfiora il 70% e per la Cina il 30%.
Se il blocco dello stretto di Hormuz produrrà – com’è ovvio – una riduzione del greggio e del gas a disposizione sui mercati e, di conseguenza, un aumento del costo del barile e del metro cubo, (di cui godranno anche i petrolieri texani come pure i russi), questo si riverserà soprattutto sulle bollette e sulle forniture per gli europei, che dovranno magari incrementare gli acquisti – a prezzo 4 volte superiore – dagli USA.
La stessa Russia rischia, perché un’eventuale gestione occidentale del petrolio e del gas iraniano potrebbe vedere un’offerta a prezzi agevolati all’India con la condizione di una loro forte riduzione o addirittura una rinuncia alle forniture russe. Una operazione complessa che difficilmente potrebbe essere fatta propria da Modi, ma è una fantasia radicata a Washington, che da mesi ripete come New Dheli abbia rotto i contratti di fornitura petrolifera con Mosca senza che da nessuna parte arrivino conferme.
Se questo succedesse porterebbe il blocco dirigente dei BRICS ad un sostanziale stallo e, di fronte ad una mancata risposta politica verso l’aggressione a due paesi membri (Venezuela e Iran), l’attrazione verso altri paesi, che pure sarebbero interessati ad associarsi con l’organismo multipolare, potrebbe venir meno. Non per scarsa condivisione del progetto ma per timore di dover affrontare la rappresaglia occidentale senza poter ricorrere all’aiuto dei soci o partner commerciali. In questo modo i BRICS resterebbero un’associazione di tipo economico-commerciale priva di sostanza politica e deterrenza militare e ciò vedrebbe l’innesto di una retromarcia. Quella che riduce il multipolarismo a schema concettuale pragmatico di natura squisitamente finanziaria, senza alcuna ambizione politica di concorrere alla governance globale.

