Il volo del falco per salvare Londra
Il viaggio affatto occultato, anzi fin troppo evidenziato, del direttore della Cia, John Ratcliffe, a Mosca, ha aperto diversi interrogativi, sulla scia di indiscrezioni giornalistiche che hanno insinuato fosse una sorta di avvertimento circa l’eventualità che Mosca decidesse e di attaccare un paese NATO o un tentativo di accordo per le annunciate sanzioni planetarie all’Iran. Insomma, tutto e il contrario di tutto, meno che dell’unica cosa certa, ovvero l’incontro con il suo omologo russo, Serguéi Naryshkin, del SVR. Il viaggio di Ratcliffe, il primo dal 2021 di un Direttore della Cia, rimette comunque al centro lo scenario ucraino, dove sulla ricerca di una soluzione negoziata sembra prevalere quella che prevede solo la forza. Quel che è certo è che Washington non intende delegare agli europei la gestione del conflitto in Ucraina e che vuole mantenere un canale diretto di dialogo con Mosca. Cosa ovvia, date dimensioni, influenza politica e peso militare dei due giganti e data la totale dipendenza della NATO europea dagli USA.
Gli Usa hanno ricevuto nella scorsa settimana un documento ucraino nel quale vengono ipotizzate soluzioni che, sebbene sarebbero gradite alla NATO e a Washington in particolare, sarebbero semplicemente inaccettabili per la Russia e ridicole per chiunque volesse prenderle in esame. Ma nemmeno alla CIA e al Pentagono ritengono ipotizzabile un simile piano che, sostanzialmente, prevederebbe nell’ordine: il ritiro delle truppe russe dal Donbass, il contemporaneo ritiro dei militari ucraini da quella porzione minima della regione ancora sotto il loro controllo e il mantenimento di uno stato de facto per la Crimea, ma privo di riconoscimento internazionale.
A garantirne la tenuta vi sarebbe un contingente militare formato dai paesi NATO e guidato dalla Gran Bretagna, con la supervisione politica degli Stati Uniti. Insomma si pensa di fermare la guerra riproponendo, a guerra persa, la presenza NATO in Ucraina, ciò che della guerra è origine. Ma ora è persino più assurdo, perché non si capisce perché la Russia, che occupa il 27% ormai del territorio ucraino e che avanza ogni giorno, dovrebbe ritirarsi. Un accordo siffatto, invece di ricalcare la realtà del confronto sul terreno, rovescerebbe tutto attraverso un negoziato impensabile. Per la Russia significherebbe non solo non capitalizzare politicamente la vittoria militare, ma rendere inutile il percorso iniziato nel 2022 con l’Operazione Militare Speciale.
Pare che nell’impossibilità di ottenere una vittoria militare, la NATO sogni di ottenerne una politica. Ma non si può ottenere al tavolo delle trattative ciò che non si è ottenuto sul campo di battaglia. E la situazione sul terreno racconta di un esercito allo sbando e un Paese ridotto di un quarto, uno stato corrotto fallito (l’Ucraina), in buona parte distrutto e per la cui ricostruzione non basteranno più i 500 miliardi di Dollari ipotizzati da Black Rock. Un Paese ormai privo di sbocchi al mare e dunque inabile a qualunque esportazione e importazione e con la possibile rivendicazione di una parte del suo territorio (la Galizia) da parte di Polonia, Romania e Ungheria.
Mosca è disposta solo ad un accordo che metta in campo una architettura regionale della sicurezza, con il riconoscimento di quanto già con Misk 1 e 2 era stato stabilito. Non prende in esame ipotesi di tregua per rianimare un esercito ucraino alla disfatta e non prende sul serio le pagliacciate di Zelensky.
Il Cremlino registra invece l’ennesimo pacchetto di aiuti UE da 6,1 miliardi nelle tasche dei corrotti di Kiev e la dichiarata disponibilità di Londra e Parigi a cedere tecnologie e strumenti di fabbricazione per la fabbricazione in Ucraina dei missili a lungo raggio Storm Shadow. Che siano necessari anni per realizzarli conta poco: quel che importa è la disponibilità a trasformare l’Ucraina in una fabbrica bellica occidentale e in questo contano anche sull’apertura annunciata di una sede dell’italiana Leonardo, tra le prime aziende belliche ad alta tecnologia del mondo. Al riguardo per Maria Zakharova la risposta agli attacchi ucraini con armi britanniche potrebbe colpire obiettivi militari britannici «in Ucraina e al di fuori di essa».
La questione è seria. Se missili e droni acquistati con denaro europeo partono da paesi europei e vengono azionati da personale NATO per colpire la Russia; se paesi come GB e Francia rivendicano la fornitura di tecnologia missilistica a Kiev, è inevitabile che la Russia vada a colpire i luoghi da dove gli attacchi hanno origine, ovvero la retroguardia europea di Kiev. Si pensa di poter colpire la Russia senza che essa reagisca? O che dovrebbe farlo solo quando i missili sono nel cielo russo? È chiaro che la reazione ci sarà e la domanda è solo quale sarà l’entità della stessa. Se cioè si limiterà a colpire i luoghi dove missili e droni partono o se invece verrà calibrata sui danni che Mosca riceve. Non si può escludere in principio una risposta simmetrica, per far passare una volta e per tutte l’idea di poterla colpire impunemente. Il valore della dissuasione risiede qui, nello stabilire il senso preciso del first strike. Non ti colpisco per primo, ma se mi colpisci non avrai modo di rifarlo.
Mosca non ha intenzione di attaccare un paese NATO, ma reagirà ad attacchi che dovessero provenire da basi situate in questi o che dovessero contare con armamenti dell’alleanza che, per la loro complessità, potrebbero essere solo manovrati da personale occidentale e non certo ucraino. In quel caso la risposta sarà adeguata ed arriverà dentro e fuori dell’Ucraina. Sarà così più precisa la valutazione del costo da pagare per i bulli di Londra e Varsavia o dei Baltici, e sarà dunque opportuno che l’Inghilterra cessi le sue provocazioni se non vuole trovarsi a fungere da bersaglio di un contrattacco russo.
Il gioco di fornire denaro e armi, consiglieri e mercenari, alzare il livello dello scontro sapendo che saranno gli ucraini a pagare il conto, non può durare. Del resto dell’Ucraina agli occidentali non interessa nulla e la plastica verità è che non c’è un Occidente che aiuta l’Ucraina ma, al contrario, è l’Ucraina che fa il lavoro sporco della NATO. Il cui sogno resta quello nato alla fine del 1990 ed esplicitato dal Rapporto della Rand Corporation, che vedeva la divisione in tre macro regioni della Russia e la calata delle corporation USA per appropriarsi delle risorse di suolo e sottosuolo, mentre la NATO ne disarmerebbe l’arsenale atomico e resterebbe così l’unica forza militare a dimensione globale.
La UE urla alle “minacce del Cremlino”, ma la portavoce russa ha solo ricordato come le modifiche alla dottrina militare sull’uso della forza nucleare russa siano già state approvate e comunicate e prevedono novità sostanziali sulla questione del first strike. In particolare, contemplano la possibilità di una risposta nucleare di Mosca anche nel caso in cui fosse vittima di un attacco convenzionale, se ritenuto una minaccia seria alla sicurezza nazionale russa.
Non è un segreto che sia proprio l’Inghilterra a rappresentare l’ala più insistente dell’Occidente collettivo (o di quel che ne resta) a procedere verso l’escalation militare contro la Russia, pensando che il Cremlino eviterebbe lo scontro frontale con Londra in quanto secondo membro per importanza della NATO. Ma è un’ipotesi irragionevole, una scommessa destinata ad esser persa. Forse dagli uffici del M-I6 dovrebbero fornire, magari a fascicoli, un riassunto del quadro d’insieme a Downing Street, contenenti effettivi costi e benefici, anche solo per evitargli figuracce politiche o rischi concreti di determinare le condizioni affinché Londra finisca inabissata nel Tamigi.
È evidente che la NATO intende utilizzare l’Ucraina fino all’ultimo uomo pur di mantenere la Russia impegnata in un conflitto per consumarla e limitarla ad un ruolo regionale e non globale. Una sorta di nuovo Afghanistan che provocherebbe un indietreggiamento economico accompagnato da una incrinatura del consenso politico a Putin e che ridurrebbe sia la sua forza negoziale sullo scenario internazionale che l’eventuale appoggio a Pechino, nel caso gli USA decidessero di attaccare la Cina.
In questo risiko da imbecilli sul quale Londra punta le proprie ambizioni di guida dell’Occidente, con i nani baltici che ballano e celebrano gli ex SS tedeschi e l’Ucraina banderista che rinnova il suo legame con il nazismo, si riscontra il vizio d’origine della guerra: l’atavica russofobia condita dal desiderio di vendetta e l’idea che la Russia sia quella di Eltsin e che l’allargamento della NATO ad Est possa risolversi con una partita di mazzette e formule politiche. Non sembrano in grado di comprendere come la Russia abbia deciso di riprendersi il ruolo e il posto politico che la storia gli ha assegnato e che l’idea di circondarla e minacciarla in attesa di colpirla non ha nessuna possibilità di riuscita. L’indipendenza della Russia e il suo ruolo internazionale non sono negoziabili e per i russi – lo ha insegnato la storia – la difesa della loro patria e della loro sicurezza nazionale è tema decisamente più sentito di quanto non lo sia per l’Occidente. Farsi illusioni su una presunta retromarcia di Mosca sarebbe l’ultimo errore dei nostalgici del Terzo Reich travestiti da liberal.

