IL PREZZO DEL DIALOGO
di Domenico Melidoro

Mentre i giornali e le televisioni discutono dell’operato di Prodi e del suo
governo nei primi ottanta giorni di lavoro, si ritorna a discutere con insistenza
di dialogo tra gli schieramenti, larghe intese e possibili allargamenti di maggioranza.
Il dibattito è stato innescato da un’intervista che il Presidente di
AN ha rilasciato qualche giorno fa. Gianfranco Fini, che al pari di altri
leaders della Casa delle Libertà, non nutre grande fiducia nella
durata del governo e prevede grosse lacerazioni al suo interno quando si tratterà
di varare la manovra finanziaria, si è detto convinto che l’esecutivo
guidato da Prodi "mostra rapidamente la corda. In 75 giorni hanno già
messo sette volte la fiducia. Segno che devono avere qualche problema grosso".
L’ex ministro degli Esteri, che non giudica positivamente un’ipotesi di allargamento
della maggioranza e promette un’opposizione dura, si è spinto fino a
proporre un patto con la maggioranza: "Voi non mettete la fiducia sulla
Finanziaria, noi presentiamo pochi emendamenti qualificati, ma su quelli discutiamo.
Su quelli si vota. Perché poi voglio vedere se sugli emendamenti che
vanno in una certa direzione nella maggioranza prevale la logica di Padoa Schioppa
o dei ministri castristi" (La Repubblica, 3 agosto 2006).
Le reazioni alla proposta di Fini sono state immediate. La Lega si è
detta subito contraria a qualsiasi tentativo di dialogo con la maggioranza.
Un atteggiamento simile è stato mostrato anche da Maurizio Gasparri,
che tuttavia milita nello stesso partito di Fini. Di segno diverso la posizione
dell’UDC, che molti giudicano in procinto di abbandonare la CDL.
Il Segretario Cesa, pur escludendo di voler aiutare il governo dell’Unione
e ribadendo di avere come obiettivo la caduta di Prodi, si è detto favorevole
ad aprire una nuova fase politica in cui sia possibile trovare un’intesa con
la maggioranza quando ci sarà da discutere su questioni di fondamentale
interesse nazionale. Berlusconi, dal canto suo, non ha gradito le uscite dei
suoi riottosi alleati. Il Cavaliere teme che Fini e Casini vogliano smarcarsi
dalla sua ingombrante presenza e mettere in discussione la sua logorata leadership.
L’ex premier non sta a guardare e, annunciando prossimi incontri con Roberto
Formigoni e Francesco Rutelli, si sforza di accreditarsi come il più
autorevole leader della CDL disposto a dialogare con i centristi di entrambi
gli schieramenti.
Nel governo e nella maggioranza, ad eccezione del rifiuto espresso dal PdCI
e da altri esponenti della Sinistra alternativa nei confronti di qualsiasi ipotesi
di dialogo con l’opposizione e di eventuali allargamenti di maggioranza, si
registrano timidi segnali di disponibilità. Per esempio, si osserva l’apertura
del diessino Chiti all’UDC e al Nuovo PSI, che egli stesso giudica
"vicini al centrosinistra" (Il Corriere della Sera, 4 agosto
2006) a proposito del modo di fare politica e su molte questioni di merito.
Rutelli, pienamente soddisfatto dell’operato del governo, si dice disposto a
voler "civilizzare i rapporti con l’opposizione", ma giudica poco
interessanti i discorsi relativi alle debolezze della maggioranza e ai probabili
soccorsi provenienti dai delusi del Centrodestra. Per il vice-premier
le priorità sono altre: "Noi dobbiamo andare avanti col nostro programma
e la nostra coalizione. Anzi, dobbiamo rinvigorire il programma col processo
politico del Partito Democratico" (L’espresso, 10 agosto 2006).
Particolare attenzione meritano le prese di posizione del Presidente della
Camera. Su l’Unità del 4 agosto si leggeva che Bertinotti manifestava
le proprie perplessità sulle proposte di Fini e di altri esponenti dell’opposizione
sostenendo che "la distanza tra dialogo e accordo è abissale. L’accordo
implica una condivisione programmatica che non vedo". A soli due giorni
di distanza il tono del Presidente della Camera appare più conciliante
e di sicuro più vicino a quelle di Franco Marini (che da tempo ritiene
desiderabile la collaborazione tra maggioranza e opposizione). Secondo Bertinotti,
"questa maggioranza e questo governo si giustificano se vanno avanti con
un’idea di grande riforma del Paese. Se in uno schieramento politico contrapposto
ci sono delle forze che vogliono unirsi a questo sforzo siano le benvenute"
(l’Unità, 6 agosto 2006). Dunque, per Bertinotti ci sarebbero
possibilità di dialogare con settori dell’opposizione che, a suo avviso,
sarebbero disposte a condividere l’urgenza di alcuni fondamentali provvedimenti
relativi a questioni di giustizia sociale.
Non sappiamo se sia realmente possibile trovare soluzioni (per esempio a proposito
del mercato del lavoro) che siano ugualmente accettabili da parte dei centristi
dell’UDC e dalle forze di Sinistra che attualmente sostengono il governo
Prodi. Tuttavia, ci preme sottolineare la colpevole assenza, soprattutto tra
le file degli esponenti della maggioranza, di un’adeguata considerazione dell’inevitabile
prezzo che qualsiasi tentativo di dialogo con il Centrodestra porterebbe
con sé; vale a dire un insopportabile moderatismo che si rifletterebbe
su tutte le scelte politiche ed economiche. Ciò tradirebbe il risultato
delle elezioni e si porrebbe in stridente contraddizione con lo spirito riformista
(per ora segnali positivi giungono soprattutto dalle liberalizzazioni, dalle
politiche di cittadinanza per gli immigrati previste da un ddl del governo e
dalla promessa di una manovra finanziaria particolarmente attenta all’equità
e alla lotta all’evasione fiscale) che l’Unione sta faticosamente mostrando
nei primi mesi di governo.

