Il mondo dopo Caracas
L’assalto criminale alla residenza presidenziale per sequestrare il Presidente Maduro e sua moglie Cilia si può leggere insieme al tentato bombardamento della residenza di Putin con 91 droni, tutti abbattuti dal sistema di contraerea russo. Quello dell’attacco ai capi di Stato, espressamente proibito dal Diritto Internazionale, sembra essere il modus operandi scelto dagli Stati Uniti ed i suoi alleati in questo 2026. E’ evidente lo scopo terroristico come l’intento propagandistico, che indicano però un giro nella politica estera USA, ovvero una disponibilità al superamento di ogni limite, di utilizzo della forza come strumento viabile nelle relazioni internazionali, pure in una condizione di guerra non dichiarata.
Addirittura, Trump sostiene di aver avvertito Xi e Putin che “nel continente americano non li voglio”, giacché minaccerebbero l’area vitale degli interessi statunitensi. Che però abbracciano l’intero mondo ed ecco che, infatti, lo stesso viene spiegato agli europei a proposito della Groenlandia: confina con il territorio del continente americano “e si assiste alla circolazione di entità militari russe e cinesi”.
Certo, la sindrome di cesarismo acuta impiantata sull’ego ipertrofico di Trump e la sua esternazione volgare, ignorante e priva di riferimenti politico-diplomatici che sarebbero propri nel linguaggio di un Capo di Stato, aumentano il volume delle sue parole e con esso il fastidio che procurano. Sarebbe però un errore di valutazione ritenere le nuove provocazioni statunitensi finalizzate alla sola dimensione propagandistica, perché comunque determinano un cambio di scenario nel momento in cui si traducono in iniziative militari.
Gli Stati Uniti hanno deciso di utilizzare la forza militare per contenere il loro arretramento economico, politico e militare (quindi strategico). Ovvero, hanno deciso di portare sul terreno dello scontro aperto la sfida alla crescita imperiosa cinese ed alla forza militare e influenza politica russa. Lo fanno non tanto pensando di spaventare Mosca o Pechino, (alle quali comunque si è voluto inviare un segnale di superiorità tecnologico-militare) quanto per inviare un messaggio chiaro alle economie emergenti del Sud globale e, più in generale, a quell’insieme di paesi e organizzazioni che, globalmente, si sono indirizzati verso la dimensione multipolare della governance mondiale.
Il messaggio che arriva dalla Casa Bianca è il seguente: siamo in grado di colpirvi e né i russi né i cinesi sono in grado di proteggervi. Dunque, nonostante crediate che il vostro sviluppo possa avanzare liberandovi dal nostro controllo, sappiate che ostacolare il nostro dominio può portarvi solo ad una condizione ben peggiore di quella attuale.
La risposta dell’Europa alle minacce sulla Groenlandia, come previsto, è stata un miagolio. Diversa invece quella di Cina e Russia. I due giganti euroasiatici hanno condannato duramente il bombardamento di Caracas e il rapimento del suo Presidente legittimo, ma la risposta è stata diversificata perché sono diverse situazioni relativamente al posizionamento geostrategico. Entrambi sono particolarmente concentrati sulla difesa del loro spazio geopolitico che, dall’Ucraina a Taiwan, deve trovare una soluzione che non può più dilatarsi nel tempo. Benché quindi, apparentemente, Trump rilevi l’affidabilità di Xi e Putin, con i quali pensa di giocare con i dadi truccati, entrambi hanno deciso di dare una risposta al mutamento di scenario.
Le risposte di Mosca e Pechino
La Russia ha inviato un missile Orenshnik in risposta ai droni sulla residenza di Putin. Lo scopo? Far capire che se Londra, Bruxelles o la stessa CIA fanno saltare il possibile piano di pace per l’Ucraina, Mosca può tranquillamente procedere con la guerra. Ma se i colloqui dovessero fallire, si riserva di modificare la guerra d’impatto con una guerra d’annientamento, perchè non ha intenzione di far durare ancora a lungo l’Operazione Militare Speciale. Il messaggio a Washington, Londra e Bruxelles è in sostanza questo: se volete la pace le condizioni le conoscete, se preferite la guerra le conseguenze le conoscerete.
Da Pechino, da molti considerato il vero obiettivo del blitz USA in Venezuela, la risposta è stata ancor più contundente: alla condanna politica si è aggiunto un colpo violento all’economia USA: lo Yuan digitale ha fatto il suo ingresso nel mercato globale. La Banca Centrale cinese avrà da ora nello Yuan digitale uno strumento di deposito bancario con rendimento e copertura assicurativa. Lo scopo è aumentare l’attrattiva internazionale verso la valuta cinese e per le aziende e i paesi che commerciano con la Cina significa poter saldare gli scambi e detenere liquidità tramite uno strumento efficace e diretto che bypassa la struttura finanziaria tradizionale e rende irrilevanti Dollari e SWIFT. Con questa misura Pechino crea un canale di pagamento alternativo esente da sanzioni occidentali e che procurerà una forte riduzione nella domanda di Dollari, indebolendo così in maniera decisiva il valore della valuta USA.
E’ un nuovo paradigma finanziario quello cinese: gli USA investono in valute digitali private, sempre soggette a rischio, mentre la Cina investe su una valuta statale integrata nel suo sistema bancario. Non sfugge la differenza di solidità tra i due diversi prodotti ed è facile ipotizzare come quello cinese si affermerà in poco tempo come valuta di riferimento, almeno per quei 27 paesi sottoposti a embargo o a sanzioni unilaterali occidentali, cioè al 73% della popolazione mondiale. E’ l’affermazione di una nuova struttura finanziaria globale che rappresenterà le nuove configurazioni geo-finanziarie e le loro architetture di potere che saranno lo sfondo del nuovo assetto multipolare.
L’operazione cinese, alla quale si aggiungono misure restrittive nei confronti delle esportazioni di terre rare e tecnologia verso gli USA, è la dimostrazione di come l’avventura criminale in Venezuela abbia accelerato il processo di avanzamento della sfera multipolare. Il clima di incertezza internazionale creatosi è ulteriormente accentuato dall’abbandono degli USA di 66 organismi internazionali, che consistevano nell’ombrello legale (pur se solo apparentemente) all’interno del quale Washington era inserita. L’affermazione di Trump per cui gli organismi internazionali sono stati concepiti per danneggiare gli Stati Uniti, oltre ad ignorare che gli organismi dai quali sono usciti sono stati creati dopo il 1945 con il consenso statunitense, dimostra che gli USA non conoscono altra legge che quella della forza, che non vi sono legalità ed opportunità politica ma è solo il valore del possibile saccheggio a determinare la valutazione sul che fare. Non c’è più l’intenzione di sedurre, c’è solo quella di terrorizzare.
Ovviamente buona parte della comunità internazionale non resterà a guardare, nessuno vuole un mondo che abbia la legge del più forte come unica regola nelle relazioni internazionali. Dunque che fare? La rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali, la cacciata delle loro basi militari fuori dall’Occidente; si potrebbe proseguire con diverse altre misure. Ci sono strumenti politici e soprattutto economici che metterebbero in ginocchio gli USA.
Ma prima di arrivare ad uno scontro armato – diretto o proxy – che prima o poi ci sarà se la politica USA del muro di contenzione verso il resto del mondo proseguirà, andrebbe perseguito un processo di unità operativa, se non politica, da parte del blocco che si riconosce nei BRICS (membri, aspiranti tali ed associati) e che ha le potenzialità per costituire un vero e proprio blocco alternativo per la legalità internazionale. Come già durante la seconda parte del secolo scorso, solo una forza in grado di piegargli le ginocchia rende gli USA umili e prudenti nell’incedere.
Erodere lo strapotere del Dollaro e dunque della sua influenza nefasta sui mercati e l’utilizzo della sua piattaforma telematica SWIFT, pur essendo strategico non basta più. Tutti i paesi che vogliono disegnare un’architettura di pace e di rispetto del Diritto quale condizione per opporsi alla distruzione totale, devono compiere uno sforzo unitario che, mettendo da parte le differenze tra ogni Paese, faccia leva sulla frattura che si è creata tra un Occidente alla disperazione che ha imboccato la via criminale per provare ad uscire dal tunnel in cui si trova e il resto del mondo legato ad una idea di crescita e di ampliamento della democrazia internazionale.
Serve uno scatto in avanti strategico verso un blocco che sia economico, commerciale, politico e forte anche dal punto di vista militare. Solo il livello di deterrenza che sarà in grado di mettere in campo il mondo multipolare garantirà il suo avanzare, rassicurerà gli amici e preoccuperà i nemici. Se il Sud globale e il nuovo Est non vogliono essere schiacciati militarmente da un impero in declino che affida al terrore la sopravvivenza del suo dominio unipolare, devono agire. Se si vuole la libertà di sviluppare l’economia, riportare il mondo ad un equilibrio decente nella sua governance, la si dovrà conquistare con le buone e con le cattive. Questo è il messaggio di Trump al mondo e tutto può accadere salvo che resti senza risposta.

