IL FUNERALE DELLE LARGHE INTESE
di Domenico Melidoro

Nei giorni passati molti osservatori ritenevano, e spesso auspicavano, che l’elezione
dei Presidenti di Camera e Senato e del Presidente della Repubblica potesse essere
la prima occasione per saggiare la possibilità di quelle larghe intese
tra l’Unione e la Casa delle libertà, che sarebbero necessarie
a superare la situazione di stallo determinata da un risultato elettorale che
non garantisce una solida maggioranza alla coalizione guidata da Romano Prodi.
Eppure, le vicende che hanno preceduto e seguito le elezioni di Franco Marini
e di Fausto Bertinotti, rispettivamente alla seconda e alla terza carica dello
Stato, hanno reso evidente che al momento non c’è nessun margine di intesa
tra i due schieramenti. Nelle prossime settimane si procederà all’elezione
del successore di Carlo Azeglio Ciampi e l’ipotesi di un Ciampi-bis pare essere
l’unica capace di raccogliere un consenso più o meno unanime.
Tuttavia la riconferma di Ciampi al Quirinale non pare rientrare nei progetti
del diretto interessato e dunque spetterà ai parlamentari dell’Unione
eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, avendo bene in mente che i
DS si trovano nella scomoda posizione di essere il primo partito della
maggioranza senza avere ancora alcun rappresentante che ricopra gli incarichi
istituzionali più importanti della Repubblica. I tentativi di dialogo
si infrangono sulle pretese avanzate da Berlusconi di eleggere un proprio uomo
(Gianni Letta, Pierferdinando Casini, Marcello Pera, o Beppe Pisanu) al Quirinale
per evitare quella che il Cavaliere e alcuni dei suoi alleati considerano l’occupazione
delle istituzioni da parte dell’Unione e in particolare delle sue componenti
più estremiste. Tutto ciò contraddice la consuetudine secondo
la quale è la maggioranza che propone l’elezione di un Presidente della
Repubblica capace di riscuotere consensi anche tra le file dell’opposizione.
Inoltre, il tentativo di intesa per l’elezione del Presidente del Senato con
la candidatura di Andreotti da parte della CDL si è dimostrato
più come un tentativo di mettere in difficoltà la risicata maggioranza
di cui l’Unione dispone a Palazzo Madama che come la proposta di un candidato
super-partes nel quale un Paese politicamente frantumato e socialmente
diviso potesse trovare le ragioni della propria unità. Infatti, come
Eugenio Scalfari ha efficacemente osservato a proposito della candidatura del
Divo Giulio, è evidente che "tra i personaggi eminenti del
quarantennio democristiano della Prima Repubblica lui è stato ed è
il più discusso di tutti. Andreotti non è un nome che unisce ma
un nome che divide" (la Repubblica, 30 aprile 2006). Quanto ciò
fosse vero lo hanno dimostrato anche i malumori che i rappresentanti della Lega
hanno manifestato prima di essere costretti, per ragioni di schieramento, a
votare quell’Andreotti che da sempre costituisce uno dei bersagli polemici preferiti
del Carroccio.
Se ci si sforza di guardare cosa si nasconde realmente dietro gli inviti al
dialogo da parte della CDL, e in particolare dell’ancora non rassegnato
e sempre più solo Berlusconi, ci si rende conto che si tratta dell’estremo
tentativo del Cavaliere di scompaginare gli avversari (di cui ancora si ostina
a non riconoscere la vittoria) e di impedire il successo di chi nel Centrodestra
prepara il terreno per il post-berlusconismo. Gli alleati di Berlusconi hanno
da tempo accantonato i toni allarmati del leader di Forza Italia e si
preparano al ruolo di minoranza senza imitare il Cavaliere che minaccia una
dura opposizione fuori e dentro le aule parlamentari.
L’incoerenza tra la ricerca di larghe intese da parte di Berlusconi per il
rinnovo degli incarichi istituzionali e l’ostinazione con la quale l’ormai ex-Premier
non accetta la legalità del responso delle urne è sotto gli occhi
di tutti. Quando si parla di larghe intese ci sarebbe piuttosto da chiedersi,
come ha fatto con grande lucidità Barbara Spinelli qualche giorno fa:
"ma larghe intese su cosa precisamente, su quali requisiti personali, pubblici?
Se il terreno comune non ha come base la maestà della legge e la moralità
da restaurare, le larghe intese sono un complice patto che perpetua il fango
e rende grotteschi i paragoni con la grande coalizione tedesca" (la
Stampa, 30 aprile 2006).
Il terreno comune necessario alla pratica delle larghe intese al momento non
esiste, ma è presente a chiunque che c’è un Paese da governare
che richiede riforme serie ed egualitarie e che, nei giorni in cui si piangono
le ultime vittime di Nassiriya, continua a chiedere il ritiro delle truppe italiane
dalla tragica avventura della guerra in Iraq. Il nuovo governo guidato da Prodi,
che auspichiamo si costituisca in tempi molto stretti, dovrà saper interpretare
al meglio la voglia di cambiamento. Non possiamo nascondere la delusione per
le contrattazioni sulle poltrone alla quale gli esponenti del Centrosinistra
non si sono sottratti, ma ci consola parzialmente il discorso inaugurale del
neo Presidente della Camera. Bertinotti ha dedicato il suo successo alle operaie
e agli operai del nostro Paese e ha fatto riferimento, oltre alla centralità
del Parlamento nella vita democratica, all’anti-fascismo quale valore fondante
delle istituzioni repubblicane. Non resta che sperare che questo discorso si
traduca in un’inversione di rotta rispetto alla legislatura appena conclusa,
che si è caratterizzata per scarso rispetto per le istituzioni democratiche,
per emarginazione delle ragioni del mondo del lavoro e per disprezzo per i valori
della Resistenza.

