Germania, il “disastro” del cancelliere
La leadership del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è appesa sempre più a un filo dopo le ennesime batoste incassate dal suo partito Cristiano-Democratico (CDU) nelle elezioni amministrative del fine settimana. I dati non ancora definitivi del “Land” orientale Meclemburgo-Pomerania Occidentale danno addirittura il partito più importante della Germania del dopoguerra fuori dal parlamento statale. L’eventuale mancato raggiungimento della soglia di sbarramento del 5% sarebbe un disastroso primato interamente attribuibile alle politiche suicide e anti-sociali del governo federale di Berlino. Anche nella capitale, la CDU è calata sensibilmente, pur restando il secondo partito dietro a Die Linke. Il “disastro” riconosciuto dallo stesso Merz non ha tuttavia stimolato autocritiche né propositi di dimissioni nel cancelliere, il quale ha invece rilanciato il suo programma di “riforme”. Programma che, finora, ha solo accelerato la rovina economica della ormai ex “locomotiva d’Europa” e, come ha confermato nuovamente il voto di domenica, l’ascesa dirompente dell’estrema destra di AfD.
Le pressioni su Merz erano enormi dopo la sconfitta in un altro stato federato – Sassonia-Anhalt – per mano dell’AfD appena due settimane fa. Alcuni giornali tedeschi e network internazionali avevano infatti iniziato a riportare indiscrezioni circa un possibile cambio alla guida della CDU e del governo federale. I risultati del fine settimana, ancora più negativi per i cristiano-democratici, mettono quindi in una posizione ancora più precaria il cancelliere, il cui gradimento è da tempo ai minimi storici. Un recente sondaggio ha confermato questa tendenza, con il 78% degli intervistati che ha espresso insoddisfazione per la performance del capo del governo.
In Meclemburgo-Pomerania Occidentale la CDU ha pagato pesantemente la strategia dei socialdemocratici (SPD) di prendere le distanze dal governo federale, nonostante sia sostenuto da entrambi questi partiti. La candidata alla carica di primo ministro in questo “Land” per la SPD, Manuela Schwesig, ha attaccato da sinistra il gabinetto del cancelliere, denunciandone le politiche di impoverimento contro lavoratori e classe media. L’economia e la disoccupazione sono stati non a caso i temi maggiormente sentiti dagli elettori, assieme alla crisi energetica e all’inflazione, riconducibili alla guerra in Ucraina e all’auto-sabotaggio delle forniture di gas russo a basso costo.
L’Alternativa per la Germania ha come di consueto approfittato di questa situazione in uno stato che ha in pratica tutti gli indicatori economici al di sotto della media nazionale. Con un guadagno superiore al 20%, l’AfD ha ottenuto, a conteggi quasi ultimati, il 38,2% dei voti, davanti alla SPD che ha perso oltre il 4% per assestarsi al 35,5%. L’estrema destra non ha comunque possibilità di governare in Meclemburgo-Pomerania Occidentale, così che la coalizione più ovvia sarà tra la SPD, Die Linke e i Verdi, anch’essi in perdita rispetto alle elezioni di cinque anni fa ma in grado di conquistare rispettivamente il 6,5% e il 5.7%. Anche se il muro contro l’AfD consentirà di non avere per ora un governo dell’ultra-destra, la questione politica rimane. A governare saranno infatti partiti che, in diversa misura, hanno condiviso e condividono le politiche che hanno favorito l’ascesa dell’AfD e, di conseguenza, non faranno nulla per invertire questa tendenza.
Il caso della CDU in Meclemburgo-Pomerania Occidentale è ad ogni modo clamoroso. Se resterà fuori dal parlamento statale, si tratterà della prima volta in assoluto in qualsiasi elezione amministrativa della storia tedesca a partire dal secondo dopoguerra. La prestazione in sé è allo stesso modo la peggiore di sempre. Prima di domenica, il risultato peggiore della CDU risaliva al 1951 nella città-stato di Brema, quando ottenne il 9%. In tempi più recenti, la CDU era sprofondata all’11,2% ad Amburgo nel 2020, mentre sempre in Meclemburgo-Pomerania Occidentale era a un già infimo 13,3% nel 2021.
Il partito di Merz ha fatto meglio a Berlino, ma ha ugualmente perso terreno (18,8%) ed è stato superato dalla sinistra di Die Linke, che con quasi il 26% dei consensi è la prima forza nella capitale. La candidata a sindaco, la 45enne di origine turca Elif Eralp, potrebbe essere la prima esponente di Die Linke dal 1990 a guidare uno stato federato, a cui Berlino è equiparata. Anche qui l’AfD ha fatto segnare un risultato molto solido, cioè sopra il 16%. La CDU verrà estromessa così dal governo della capitale, dove faceva parte di una coalizione con la SPD. Il baricentro politico a Berlino è geograficamente inverso rispetto al Meclemburgo-Pomerania Occidentale, ma gli argomenti vincenti si sono sovrapposti. Die Linke ha promesso in particolare misure contro il costo fuori controllo delle abitazioni, così come, in politica estera, ha assunto posizioni critiche verso la NATO e invocato lo stop alla fornitura di armi al regime di Zelensky.
I precedenti di Die Linke alimentano tuttavia esilissime speranze. La retorica di sinistra ha quasi sempre lasciato spazio, a livello concreto e dove il partito ha partecipato a coalizioni di governo regionali, al supporto per politiche di austerity e a favore del rilancio del militarismo tedesco. Situazioni simili si sono verificate anche su scala nazionale. Basti pensare al voto favorevole dei delegati di questo partito nel 2025 all’emendamento costituzionale che ha consentito di finanziare il più massiccio programma di riarmo della Germania dai tempi del nazismo.
Tornando al fine settimana da incubo della CDU, Merz era evidentemente preparato alla batosta, così che nella serata di domenica ha convocato in fretta e furia una riunione d’urgenza della direzione del partito per prevenire sfide e minacce alla sua leadership. Invece di proiettare forza, l’evento ha avuto l’effetto contrario, mostrando a tutta la Germania e non solo la debolezza del cancelliere e la totale assenza di proposte per uscire dal tunnel che non siano le fallimentari politiche che hanno creato la situazione attuale. Merz ha riconosciuto appunto il “disastro” del voto in Meclemburgo-Pomerania Occidentale, ma ha escluso l’ipotesi di dimettersi e ha chiesto ai tedeschi di avere fiducia nel suo programma di “riforme”, che presto darà i risultati sperati.
La supplica disperata di Merz cerca di nascondere il tentativo di restare aggrappato a un piano, già fallito su tutta la linea, per distruggere letteralmente lo stato sociale tedesco allo scopo di finanziare la folle corsa alla guerra contro la Russia. Il tutto smontando nel contempo i principi democratici fissati dopo la seconda guerra mondiale. La collezione di sconfitte alle urne e l’opposizione popolare crescente contro il suo governo fanno però probabilmente in modo che Merz abbia i giorni contati ed è ipotizzabile che nelle prossime settimane si intensificheranno le manovre per costringerlo a farsi da parte. L’obiettivo non sarà in ogni caso un cambio di rotta né elezioni anticipate, ma quello di stabilizzare il sistema e promuovere una nuova leadership meno screditata in grado di implementare le stesse politiche ultra-impopolari respinte a ripetizione dagli elettori tedeschi.

