Gaza, la tregua che non c’era
Il regime di Netanyahu è tornato formalmente a rispettare il cessate il fuoco mercoledì pomeriggio dopo parecchie ore di intensi bombardamenti sulla striscia di Gaza, ordinati dal primo ministro/criminale di guerra a seguito di presunte violazioni da parte di Hamas. È probabile che l’intervento dell’amministrazione Trump abbia favorito la (relativa) de-escalation, se non altro per non creare imbarazzi a un presidente americano che ha più volte assicurato come la guerra nel territorio palestinese sia definitivamente terminata. Netanyahu, da parte sua, resta di fatto svincolato dai termini del cessate il fuoco e in questa fase è tenuto soltanto a evitare o limitare al minimo le operazioni militari di più vasta portata.
La temporanea ripresa di attacchi di questo genere serve principalmente a placare gli elementi più radicali del gabinetto sionista, che vedono con orrore la pausa dal genocidio mediata dalla Casa Bianca. In generale, comunque, quella in corso non può essere considerata una vera tregua, quanto piuttosto la prosecuzione dello sterminio e dell’occupazione della striscia con altri metodi.
Netanyahu aveva dato il via libera ai bombardamenti dopo essersi consultato d’urgenza con il suo governo. Un primo episodio che aveva scatenato l’indignazione dell’ultra-destra sionista è la consegna da parte di Hamas dei resti di un prigioniero israeliano che, una volta identificato, non è risultato essere tra quelli sulla lista stabilita dall’accordo Trump. I resti appartenevano a un corpo già parzialmente recuperato da Israele nel novembre del 2023. Tel Aviv ha anche accusato il movimento di liberazione palestinese di avere recuperato un altro cadavere, che ha poco dopo seppellito nuovamente per poi avvertire la Croce Rossa Internazionale del ritrovamento di esso.
A spingere Netanyahu verso la decisione di scatenare una nuova sanguinosa offensiva contro la striscia è stata infine una sparatoria, smentita fermamente da Hamas, iniziata dai militanti palestinesi contro soldati israeliani nell’area di Rafah che essi ancora occupano. Quello che è seguito dal tardo pomeriggio di martedì è un’ondata di bombardamenti che Israele ha assurdamente sostenuto essere avvenuti contro obiettivi legati a Hamas. In realtà, come sempre in questi due anni, gli edifici colpiti sono tutti civili, così come le vittime, tra cui 18 membri di una stessa famiglia nella parte centrale di Gaza.
Riassumendo, dopo circa 130 violazioni israeliane della tregua finora registrate e risultate in centinaia di morti e feriti, Netanyahu ha ordinato bombardamenti a tappeto sulla base di una presunta violazione da parte di Hamas che si è risolta senza causare nessun danno alle forze di occupazione. Queste difformità sono del tutto coerenti con i fatti accaduti negli ultimi due anni e la completa libertà di azione attribuita al regime sionista, dipinto sempre e comunque come la vittima da media ufficiali e governi occidentali. Una realtà, come accennato all’inizio, che permette tuttora a Netanyahu di continuare ad agire più o meno liberamente, mentre Hamas e le altre formazioni della Resistenza palestinese sono tenute a non commettere la minima violazione dei termini della tregua.
Israele, in sostanza, vede premiata l’aggressione militare con il contenimento forzato dei suoi rivali, siano essi Hamas o Hezbollah, attraverso la formula del “cessate il fuoco”, avendo nel contempo facoltà di proseguire quanto fatto prima della firma sull’accordo, soltanto con minore intensità. Questa condotta viene registrata in Libano fin dalla tregua con Hezbollah di un anno fa e lo stesso era accaduto durante il breve cessate il fuoco a Gaza a inizio 2025, quando Israele aveva commesso quasi mille violazioni, sfociate in almeno 116 morti e 500 feriti tra la popolazione palestinese.
La breve ripresa dei bombardamenti ad alta intensità tra martedì sera e mercoledì mattina è da collegare anche alla nuova apparizione di Netanyahu in tribunale nella stessa giornata di martedì per testimoniare nel processo che lo vede alla sbarra da tempo per corruzione e altri reati. Il primo ministro sta cercando in tutti i modi di sfuggire alla giustizia, così che le accuse rivolte a Hamas sono state ingigantite ad arte per creare un diversivo che sviasse l’attenzione dei media e degli israeliani dalle sue vicende legali, come sempre sulla pelle dei palestinesi.
L’atteggiamento di Israele viene assecondato in pieno dagli Stati Uniti. La testata on-line Axios ha scritto in questi giorni che la Casa Bianca ha invitato Netanyahu semplicemente a non ricorrere a “misure radicali” che possano far crollare la tregua. Una tregua che, nuovamente, si applica di fatto solo a Hamas e alla Resistenza palestinese. Trump non considera infatti violazioni quelle di Israele, ma risposte adeguate e legittime a “provocazioni”, in larga misura inesistenti. Lo stesso presidente americano ha confermato martedì in una dichiarazione rilasciata durante la sua trasferta asiatica che l’unica parte a essere tenuta a rispettare i termini del cessate il fuoco è Hamas. In caso contrario, nelle parole di Trump, i suoi membri “cesseranno di vivere”.
Il movimento di liberazione palestinese si trova così davanti a ostacoli enormi. Già in questa prima fase della tregua è sottoposto a pressioni formidabili, a cominciare da quelle esercitate per restituire tutti i corpi degli “ostaggi” israeliani morti in questi due anni, nonostante le difficoltà ben note nel recuperare i cadaveri sepolti sotto le macerie causate dai bombardamenti israeliani. Israele continua anche a limitare drasticamente l’ingresso degli aiuti umanitari nella striscia, in un’altra macroscopica violazione della tregua, con la scusa della mancata consegna dei corpi da parte di Hamas. Il regime di Netanyahu ha poi scatenato vari clan e gruppi armati collaborazionisti finanziati da Israele nella striscia, al preciso scopo di provocare Hamas e attribuire al movimento islamista la responsabilità delle violenze seguite all’entrata in vigore della tregua.
L’ottimismo di Trump è ad ogni modo condiviso dagli altri esponenti della sua amministrazione. Dal segretario di Stato Rubio al vice-presidente Vance, tutti hanno espresso fiducia nella “tenuta” del cessate il fuoco, non perché ciò stia realmente accadendo, ma perché l’accordo proposto dalla Casa Bianca sta assolvendo al proprio scopo, ovvero limitare gli spazi di azione di Hamas e permettere a Israele di continuare a perseguire i suoi obiettivi di sterminio e annessione, sia pure temporaneamente con un ritmo ridotto. In questa prospettiva, le forze sioniste possono sempre rispondere agli attacchi di Hamas – anche quando sono di pura invenzione – mentre Hamas non può in nessun modo reagire alle centinaia di violazioni israeliane.
Resta comunque il fatto che a Washington ci sia un certo scrupolo per impedire che la tregua precipiti definitivamente, poiché si verificherebbero contraccolpi politici che rischiano di mandare a monte i piani della Casa Bianca. Piani che hanno a che fare con la ristrutturazione degli equilibri strategici in Medio Oriente a favore di USA e Israele e che sarebbero appunto a rischio senza la farsa di un processo di stabilizzazione nella striscia di Gaza. In altri termini, la ripresa del genocidio nelle forme di questi ultimi due anni rischierebbe di far naufragare la normalizzazione tra Israele e i regimi arabi sunniti, ovvero un elemento centrale del progetto trumpiano, dopo che questi ultimi hanno acconsentito a collaborare con il governo americano nell’implementazione di una tregua che è in definitiva una trappola per liquidare in via definitiva la Resistenza palestinese.
In questa commedia che dovrebbe consolidare l’immagine di pacificatore di Trump, il presidente ha annunciato mercoledì, mentre era in volo dal Giappone alla Corea del Sud, che l’accordo di pace a Gaza “sta entrando nella fase due”. Nessuna spiegazione è stata offerta circa i dettagli, anche se il piano presentato a inizio ottobre prevedeva, dopo la fase iniziale, negoziati su questioni esplosive come il disarmo di Hamas, la struttura della governance per la striscia, l’ingresso di una forza internazionale di interposizione e il graduale ritiro delle forze di occupazione.
Le difficoltà restano dunque immense e tutto il processo rischia di arenarsi a causa delle contraddizioni dell’intero progetto, pesantemente sbilanciato a favore dello stato ebraico nonostante sia oggettivamente responsabile di un genocidio. Resta da vedere quali spazi di manovra avrà Hamas una volta che i nodi verranno al pettine durante gli eventuali prossimi negoziati. Se cioè due anni di barbarie e violenze sioniste avranno piegato a tal punto la Resistenza da portare a una resa di fatto o se rimarrà forza a sufficienza per proseguire la lotta, unica reale opzione per tenere accese le aspirazioni di libertà e indipendenza del popolo palestinese.

