Diritti umani: un percorso ondulante
La Rivoluzione francese del 1789 fu un evento di portata universale. Il 26 agosto di quell’anno l’Assemblea Nazionale Costituente approvò la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, un testo di 17 articoli che inaugurò i diritti civili e politici, definiti di “prima generazione”. In America Latina esiste una lunga storia di assimilazione e ampliamento di tali diritti.
In effetti, la traduzione realizzata da Antonio Nariño e la pubblicazione clandestina di quella Dichiarazione a Bogotá nel 1793 arricchirono gli ideali indipendentisti con i principi di libertà, uguaglianza e sovranità popolare. I primi due articoli della Dichiarazione mantengono ancora oggi una straordinaria attualità:
Art. 1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti…
Art. 2. Il fine di ogni associazione politica è la tutela dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Tali diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.
Tuttavia, la Dichiarazione originaria non contemplava esplicitamente l’abolizione della schiavitù. I piantatori e i commercianti francesi si opposero all’estensione di questi diritti alle colonie, dove le piantagioni di zucchero e caffè, come nell’isola di Saint-Domingue – oggi Haiti – impiegavano schiavi. Sostenevano inoltre che i neri non potessero essere cittadini e che la tutela della proprietà privata includesse anche gli schiavi. Furono però le rivolte degli schiavi neri ad Haiti a imporre l’abolizione della schiavitù in Francia nel 1794 e a ottenere l’indipendenza della colonia nel 1804. La Costituzione haitiana del 1805 proclamò:
Art. 2. “La schiavitù è abolita per sempre”.
Nel complesso latinoamericano, l’abolizione della schiavitù iniziò con la “libertà dei ventri”, secondo cui i figli delle schiave nascevano liberi. Le abolizioni si susseguirono quindi in Cile (1811 e definitiva nel 1823), Messico (1810 e definitiva nel 1829), Argentina (1813 e definitiva nel 1853) e si generalizzarono a metà del XIX secolo, come in Uruguay (1842), Colombia (1851), Ecuador (1852), Perù (1854), Venezuela (1854). Gli ultimi Paesi ad abolirla furono Porto Rico (1873), Cuba (1886) e Brasile (1888). I proprietari “danneggiati” furono indennizzati.
Tuttavia, questo processo contrasta con la condizione degli indigeni dopo le indipendenze. Sebbene la Corona riconoscesse le “Repubbliche degli Indios” (soggette a tributo) e garantisse le loro terre comunitarie, i nuovi Stati nazionali imposero la proprietà privata individuale, un concetto che rese possibili l’espropriazione delle terre collettive. Le haciendas e le piantagioni si espansero a spese delle comunità indigene, mentre sulle loro popolazioni si consolidò una dura forma di sfruttamento attraverso varie modalità coercitive del lavoro: peonaggio per debiti, “servizio personale”, leggi contro il “vagabondaggio”, concertaje, pongueaje, esclusione dalla cittadinanza (soprattutto per analfabetismo) e repressioni sanguinose, come quelle avvenute nei Paesi andini.
La piena liberazione degli indigeni si verificò solo nel XX secolo, grazie all’insorgenza delle loro popolazioni, alle riforme agrarie e al riconoscimento costituzionale. L’Ecuador riconobbe i diritti delle comunità e delle lingue indigene nella Costituzione del 1998 e fu pioniere nel proclamare lo Stato plurinazionale e i Diritti della Natura nella Costituzione del 2008, mentre la Bolivia fece lo stesso nella Costituzione del 2009.
I diritti civili e politici furono consacrati nelle diverse costituzioni latinoamericane con ritmi differenti: Venezuela (1811), Cundinamarca (1811), Argentina (1853), Messico (1857) o Ecuador, nelle costituzioni del 1897 e soprattutto del 1906, considerata la “Carta Magna del liberalismo”. Essi dovettero affrontare l’opposizione delle oligarchie, della Chiesa cattolica e dei conservatori. Inoltre, sebbene la Costituzione ecuadoriana del 1897 abolisse la pena di morte per reati politici e comuni, la mantenne per alcuni reati militari; quella del 1906 la abolì definitivamente per tutti i reati e riconobbe l’“inviolabilità della vita”.
L’America Latina è la prima regione del mondo ad abolire la pena di morte: Venezuela (1863), Costa Rica (1877), Uruguay (1907), Colombia (1910), Panama (1922). La Costituzione messicana del 1917 fu la prima a proclamare i diritti del lavoro. L’Ecuador è inoltre il primo Paese ad aver riconosciuto il voto femminile nella Costituzione del 1929, frutto della Rivoluzione Juliana, e ad aver esteso il voto agli analfabeti nella Costituzione del 1979. L’America Latina è anche la prima regione a dichiararsi libera da armi nucleari con il Trattato di Tlatelolco del 1967 e a proclamarsi Zona di Pace nella II Cumbre della CELAC del 2014.
Sebbene la Dichiarazione francese includesse la libertà personale, la presunzione di innocenza e il giusto processo, la crescente coscienza umanista ha portato ad ampliarli e svilupparli. La “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” dell’ONU fu adottata nel 1948 con 30 articoli su uguaglianza, libertà, diritti civili e politici, economici e sociali, educazione, cultura e proibizione della schiavitù e della tortura, perché la vita, l’integrità e la dignità di ogni persona – inclusi i detenuti – sono supremi.
Per questo motivo, le carceri “modello” di El Salvador, come il Centro de Confinamiento del Terrorismo (CERCOT), sono state ampiamente denunciate da organizzazioni per i diritti umani, poiché luoghi in cui tali diritti vengono violati con totale impunità. Ancora più grave è il fatto che il modello salvadoregno delle “megacarceri”, basato su politiche di “mano dura”, si stia diffondendo in altri Paesi: Costa Rica, Colombia, Honduras ed Ecuador.
Il riconoscimento dei diritti umani e le garanzie che lo Stato teoricamente offre non hanno impedito le loro violazioni. La lotta al “comunismo” in America Latina ha portato a crimini contro l’umanità da parte delle dittature militari del Cono Sud negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Questo rischio si ripresenta anche nelle politiche di “guerra interna” contro narcotraffico e terrorismo: un concetto che, come dimostra l’esperienza latinoamericana (ad esempio con il “Plan Colombia”), può generare “falsi positivi” o tentativi di associare opposizioni politiche, sinistre e movimenti sociali ad attività criminali o terroristiche.
Nell’attuale congiuntura storica si aggiungono la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, il Corollario Trump e la sua Strategia di Difesa, che impongono la priorità degli interessi nordamericani in tutto il continente. Si promuove l’uso delle forze armate della regione per frenare soprattutto l’espansione della Cina (così come Russia e BRICS), combattere il crimine organizzato, il narcotraffico e il terrorismo, impedire la migrazione irregolare e legittimare l’accesso statunitense alle risorse naturali (come le “terre rare”), senza anteporre la sovranità nazionale.
Per tutte queste ragioni, appare evidente che l’America Latina deve affrontare sfide cruciali per recuperare la difesa dei diritti umani, forgiati due secoli fa, oggi messi a rischio in un contesto segnato dalla militarizzazione della vita quotidiana attraverso “stati di eccezione” giustificati da motivi di sicurezza interna e, soprattutto, dall’avanzata delle “nuove destre” e dei governi imprenditoriali, che hanno dimostrato di subordinarsi alle politiche dell’americanismo “Donroista”.

