DIETRO LE QUINTE DELL’ANTIPOLITICA
di Lidia Campagnano
C’è qualcosa di perverso nella discussione che si è scatenata a proposito degli spiriti antipolitici che circolano per l’Italia: si ha l’impressione che gli stessi opinionisti, apparentemente a caccia di quegli spiriti, puntino dritto alla distruzione del ceto politico attuale, che dell’antipolitica, giurano, è l’unico responsabile in quanto guadagna troppo, spreca, lavora poco e distribuisce favori ai propri clientes. E’ una campagna vera e propria. Ed è indubbio che questa campagna, pur con tutte le buone ragioni che le si possono riconoscere, alimenta l’antipolitica.
Il cane si morde la coda, ma non per innocente stupidità: l’attacco mediatico ai privilegi dei politici oscura tutte le analisi dell’ultimo decennio sulla distruzione dello spazio e del contenuto della politica ad opera del mercato globalizzato. Si parla e si scrive in pieno delirio di onnipotenza, insofferenti a qualunque vincolo di civiltà, sulla capacità-volontà del meccanismo neoliberista e dei suoi fautori di sciogliere i legami sociali sui quali la politica si fonda, precarizzando la vita intera e le vite tutte.
Sulla straordinaria attività rivolta dalle politiche neoliberiste a frammentare ogni possibile coerenza e sedimentazione culturale, ogni capacità di “visione del mondo e delle cose”, a favore di saperi puramente e immediatamente funzionali al principio di prestazione e al consumo. Per non parlare della legittimazione di guerre infinite, sostenute da motivazioni sempre più truffaldine e tali da rendere un mistero (uno sporco mistero) fuori della portata dei comuni mortali ogni possibile nozione di politica internazionale, o mondiale che dir si voglia.
Dimenticare queste analisi, invece che guardare il ceto politico attraverso il prisma di quelle analisi, perché? La risposta è semplice: si tratta di analisi tendenzialmente “di sinistra”.
Questo è il punto. Ed è il punto occultato dalla stessa definizione correntemente applicata all’antipolitica, che sarebbe sfiducia nelle istituzioni, nelle élites, nelle classi dirigenti. L’antipolitica, prima di essere tutto ciò, è la reazione collerica a una impossibilità di scelta, vale a dire che è perdita del diritto di essere di sinistra o di destra, pur con tutte le sfumature centriste del caso e della contingenza. Non si va forse dicendo che si tratta di una distinzione obsoleta, o novecentesca?
E in particolare, l’antipolitica ha a che vedere con la negazione del diritto di essere di sinistra, perché essere di sinistra, in radice, è aderire a un’idea di “riscatto popolare” dall’insignificanza sociale, culturale, ideale (e pazienza se nel frattempo il popolo muta fisionomia: basta aggiornarne il disegno, la mappa). Essere di sinistra, in tutte le sue versioni, è sostenere la partecipazione popolare (senza discriminazioni di classe, o di sesso, o di provenienza, eccetera) alla realizzazione della res publica non per caso fondata sul lavoro.
L’attuale campagna d’opinione è disarmante di ogni desiderio di riscatto perché annebbia qualunque sguardo che sia alla ricerca di una via di uscita, di una

