ALITAGLIA
di Patrizia Orlandi

Il governo che voleva fare dell’imprenditorialità il fattore di successo
che avrebbe rivoluzionato la pubblica amministrazione, sembra avere uno strano
concetto sia della imprenditorialità che della pubblica amministrazione.
Il tratto comune a diverse situazioni nelle quali sono stati innestati i criteri
di imprenditorialità, dalla scuola, alla sanità, fino all’attività
diplomatica e alle aziende quasi-privatizzate, sembra quello di nominare alcuni
manager ed affidare loro enormi responsabilità, per poi dileguarsi non
prima di aver provveduto a tagliare drasticamente i trasferimenti dallo stato.
Il passo successivo è quello di accusare i lavoratori per l’inevitabile
fallimento; lavoratori inadatti a "stare sul mercato" o troppo intrisi
di "logiche stataliste".
Succede nella scuola, è successo con Trenitalia, e in questi giorni abbiamo
avuto la certezza che lo stesso destino toccherà all’Alitalia.
Il prestigio ricavato dal mandare in giro per il mondo qualche centinaio di
aerei con la bandiera nazionale è sempre costato molto caro ai contribuenti
italiani, ma, almeno a parole, tutti i governi hanno fatto un punto d’onore
del mantenimento della compagnia di bandiera, oltre che l’innegabile vantaggio
per il turismo interno.
Il governo uscente sembra invece determinato a distruggere la compagnia di bandiera,
magari per rivenderla a pezzettini a volenterosi investitori che la comprerebbero
a prezzo di fallimento. Il sicario incaricato di portare a termine la dissoluzione
della compagnia aerea sembra essere lo stesso amministratore delegato, coordinato
da un consiglio d’amministrazione presidiato da personaggi fedeli alla linea.
Il buon Cimoli ha commesso una serie di errori troppo grandi per essere giudicato
semplicemente poco accorto. Errori gravissimi, non solo nel campo delle relazioni
sindacali, ma anche e soprattutto errori di management industriale. La scorsa
estate Cimoli ha provocato la rivolta sindacale comunicando di aver estromesso
dal novero delle organizzazioni sindacali il SULT, scatenando rivolte e scioperi
che lo hanno costretto a fare marcia indietro; una mossa poco comprensibile
e assolutamente velleitaria, che ha provocato gravi danni sia in solido che
in immagine all’azienda. Ma è sul piano industriale e gestionale che
la gestione di Cimoli si è distinta per imperizia e decisioni che si
rivelano contrarie all’interesse della compagnia che presiede.
Dai balletti sulle alleanze con altri vettori, agli sconclusionati recenti boatos
sulle acquisizioni di aziende fallite da parte della società anch’essa
allo sbando; non si può certo dire che le strategie siano apparse chiare
ed in grado di dare fiducia agli investitori, che infatti si sono dileguati.
A far gridare allo scandalo non è stato solo lo spezzatino nel quale
si dovrebbe trasformare la compagnia in diverse aziende dedicate ciascuna ad
un settore del business, ma anche vere e proprie decisioni manageriali che si
sono dimostrate assolutamente fallimentari.
Tra queste, su tutte, la decisione di non assicurare la compagnia contro il
rialzo dei prezzi dei carburanti. Tutte le compagnie europee hanno sottoscritto
polizze assicurative, grazie alle quali hanno potuto evitare le conseguenze
dell’esplosione dei prezzi dei carburanti pagando pochi milioni di euro ciascuna.
La compagnia di Cimoli invece no, non lo ha ritenuto necessario. Da questa semplice
decisione è derivata per l’Alitalia una perdita secca quasi equivalente
al passivo di bilancio del 2005.
La circostanza non ricevuto l’attenzione che meritava e lo stesso ministro
del Lavoro, Maroni, continua a professare fiducia nelle capacità del
manager preferendo accusare i sindacati ed i lavoratori che con i loro scioperi
metterebbero in ginocchio l’azienda. Questo nonostante si tratti di un errore
gravissimo, ancora di più per il fatto che la decisione sia stata presa
in un momento nel quale le tensioni internazionali rendevano praticamente scontato
il futuro rialzo del prezzo del petrolio.
Maroni, oltretutto, si rifugia dietro al fatto che l’azienda sarebbe "privata"
per respingere ogni ipotesi di intervento sulla gestione; un espediente da poco,
visto che lo Stato detiene ben il 49% della compagnia ed è molto di più
dell’azionista di riferimento, senza considerare che Cimoli è stato nominato
proprio dal governo e non certo da misteriosi azionisti.
Ora Maroni afferma che sarebbe bene che Alitalia fallisse, in modo da risorgere
più forte e bella che prima e, allo stesso tempo, tesse le lodi di Cimoli,
il quale ha tutte le ragioni per poter ritenere la sua missione compiuta: la
compagnia affonda e la colpa è di chi ci lavora.
L’impresa all’italiana, ovvero il saccheggio e la dispersione dei beni pubblici
a favore di pochi privilegiati, operata in nome dell’imprenditorialità,
si risolve nel peggior affarismo da basso impero. I finali di queste imprese
sono già scritti e le responsabilità già distribuite, con
grande gioia di chi siede in alto e perenne scorno di chi non può che
subire un copione scritto da altri. Agli altri, prezzi alti, voli a rischio
e tagli sicuri.

