STIAMO IN BANCA
di mazzetta
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Distratti dal grande rumore scatenato da Berlusconi attorno all’Unipol, molti
faticano ad afferrare la dimensione di quanto portato alla luce attorno al sig.
Fiorani e ai suoi sodali.
Si tratta, a detta delle accuse, di vaste rapine ai danni degli investitori
di borsa e dei correntisti di prestigiose società, che venivano derubati
da coloro ai quali affidavano i loro soldi.
Il tutto portato avanti con la complicità delle più alte autorità
di controllo, dei controllori, dei sindaci, dei revisori dei conti di queste
società, fino a coloro che operavano nelle reti commerciali. Un sistema
fondato sull’estorsione di cifre carpite attraverso l’inganno della clientela;
che partiva (e parte) dal commerciale allo sportello, allettato da ricchi
premi e cotillon a piazzare ogni genere di prodotto ai clienti poco accorti,
anche attraverso comportamenti proibiti dalla legge, fino ai gradini più
alti della finanza nazionale.
Nel mezzo ci stanno tangenti, favori, mutui, falsi contabili, insider trading,
truffe e tutto quanto un brainstorming di finanzieri furbetti può
partorire.
Distratti dall’Unipol, molti si sono dimenticati della questione e, incredibilmente,
alcuni hanno anche pensato che l’azione della magistratura abbia almeno stoppato
un certo malcostume.
Una pia illusione, almeno restando ai fatti. L’esempio della stessa Banca Popolare
Italiana illumina sullo stato dell’arte della deontologia bancaria. BPI ha ammesso
(bontà sua) di aver riscosso indebitamente (ma i magistrati dicono rubato)
dai propri clienti somme non dovute.
BPI ha dovuto, di necessità, rinnovare i propri vertici. Al posto del
signor Fiorani è stato nominato il signor Divo Gronchi, ed è stato
rinnovato anche il consiglio di amministrazione. Il nuovo vertice societario
ha quindi annunciato al mondo che la banca è sana, che i danni saranno
risarciti e che non c’è motivo di non avere fiducia in quella che è,
e resta, una grande banca.
Il signor Divo Gronchi si è anche recato ospite in TV e, sostenuto da
Vespa, ha fatto professione d’onestà.
Interrogato sul quantum sottratto agli ignari clienti, Divo Gronchi ha detto
che si tratta di trenta Euro ciascuno, che per un milione di clienti farebbe
trenta milioni di Euro.
Tale somma, secondo Gronchi, è già stata rimborsata a chi ne ha
fatto richiesta e sarà rimborsata a tutti. Divo si riferisce a trenta
Euro rubati con la scusa di una spesa inventata, uno dei tanti modi attraverso
i quali si mungevano i clienti.
Il volto nuovo della BPI ha cominciato male, anche perché il giorno successivo
i magistrati hanno detto che a loro risultavano almeno settanta milioni sottratti
ai correntisti. Se poi si leggono i vari racconti di diversi clienti, quelli
della Popolare di Lodi in particolare, taglieggiati per centinaia di Euro ciascuno
o le storie sui conti dei defunti, allora i conti tornano ancora meno.
L’impressione è che la nuova BPI, che appartiene allo stesso azionariato
che godeva delle ruberie dei furbetti ingrassando il bilancio, non stia facendo
molta chiarezza e non abbia una grande voglia di restituire il maltolto.
Di conseguenza non c’è da aspettarsi un gran cambiamento nelle cose,
visto che la struttura opera da anni al di fuori delle prudenti regole delle
banche di una volta, preferendo l’approccio casual all’etica e usando i conti
dei clienti come se fossero i propri.
Ma i media fanno finta di niente. Anzi, sembra che il problema di questi tempi
sia l’Unipol e, giustamente, anche il signor Montezemolo non ha perso l’occasione
per puntare il dito sulle cooperative, invitandole a occuparsi di supermercati,
lasciando la finanza a chi è finanziere. Stiamo freschi…
Montezemolo pecca di presunzione e si dichiara vincitore: dopo aver respinto
l’assalto al Corriere e l’ingresso dei peones in banca, pensa di parlare da
un pulpito credibile. Confindustria tende spesso a ergersi maestra politica
e a volte anche morale, anche – o soprattutto – quando non se lo può
permettere. Ancora meno appare credibile Montezemolo, che non affonda l’attacco
contro i ricchi colleghi e briga per influenzare il prossimo governo, come già
fece con il precedente.
Nell’armadio di Montezemolo c’è anche nascosto il recente riassetto azionario
operato dalla famiglia Agnelli, che è ancora sotto giudizio delle autorità
di controllo per le modalità prescelte, riassetto le cui procedure molti
affermano non corrette e lesive del mercato. Non stupisce quindi che non denunci
i difetti del sistema bancario, o le pratiche scorrette in borsa, preferendo
indicare le colpe dei cooperatori: un ottimo espediente per condizionare la
sinistra.
Colpe di un sistema che è sempre meno condizionato da leggi efficaci
o da autorità veramente indipendenti e che mostra di non avere alcuna
risorsa per autoriformarsi.
Lo stesso presidente dell’associazione bancaria, che ha minacciato l’esclusione
di BPI dal nobile consesso, pochi mesi fa apprezzava tutto. Pochi giorni fa
la Tv ha mostrato la pubblicità dell’offerta di microcrediti da parte
della sua banca: crediti per i meno abbienti, cifre modeste e tassi attorno
al 18%, qualche decimo di percentuale sotto il limite del tasso di usura che
la legge stabilisce.
Tutti Ladri? Tutti disonesti? Tutti avidi?
Di certo esiste il rischio che clienti e azionisti possano giungere a queste
conclusioni quando vedono il vertice della Banca d’Italia, di Confcommercio,
delle banche e dell’industria e quando verificano gli intrecci azionari che
vanno dal portafoglio del Presidente del Consiglio fino a quello della Fiat,
passando attraverso furbetti e furboni, tutti insieme appassionatamente a spese
del parco buoi e dei correntisti.
Non conviene a nessuno che ci si fermi a fare i conti, che si vadano ad illuminare
i guadagni degli ultimi anni e le manovre che li hanno generati.
Nei paesi seri si direbbe che il sistema affronta una crisi di credibilità
e gli attori della finanza e della politica proverebbero a metterci una pezza;
negli Stati Uniti, ad esempio, dopo lo scandalo Enron hanno aumentato le pene
per i reati finanziari portandoli ai livelli di quelle per omicidio.
Nel nostro buffo paese parlare di credibilità fa tenerezza, visto che
viviamo immersi nell’incredibile e farsesca narrazione berlusconiana e questo
permette a quasi tutti di farla franca, ad altri di poter continuare indisturbati
a rubare i soldi dai conti dei morti, ad altri ancora di ergersi maestri di
moralità come novelli Savonarola che lanciano invettive agli avversari
e favole agli sprovveduti.
Dagli stessi pulpiti abbiamo sentito attraverso gli anni parole d’ordine quali:
sinergie, automazione, qualità totale, esternalizzazione, delocalizzazione,
flessibilità, modernizzazione e liberalizzazione, fino alle sciocchezze
sull’italianità della banche. Dietro ogni parola d’ordine si celava un’occasione
di guadagno per alcuni e grosse perdite per tutti gli altri; fino a quando non
impareremo a rifiutarle possiamo dimenticarci qualsiasi inversione di tendenza.

