FINANZIARIA: IL BILANCIO E’ DI RIGORE
di Daniele John Angrisani

Come ogni settembre, prima della presentazione della finanziaria da parte del
governo, si parla tanto e spesso a sproposito di finanza pubblica e della necessità,
definita come sempre obbligata, di tenere sotto controllo i conti pubblici.
Anche questa volta il problema politico riguarda principalmente l’entità
della manovra finanziaria che dovrà essere messa in atto per risanare
i conti pubblici e la possibilità o meno che la riforma delle pensioni
sia inserita all’interno della manovra di bilancio. L’ala sinistra della coalizione
di governo ritiene infatti che si possa fare una "manovra leggera",
minore dunque dei 30 miliardi di euro originariamente previsti, e soprattutto
che si possa stralciare la riforma delle pensioni dalla finanziaria medesima,
per poi discuterne eventualmente a parte.
Di opinione completamente opposta è la Commissione Europea, che invece
spinge sul nostro governo per l’approvazione di una manovra finanziaria "lacrime
e sangue" che comprenda anche riforme strutturali, come appunto quella
delle pensioni. Tralasciando per una volta le argomentazioni politiche dei diversi
schieramenti in campo, proviamo a ragionare semplicemente di economia e vediamo
le parziali conclusioni che si possono trarre.
Al momento di entrare nell’euro, nel 1999, l’Italia, così come tutti
gli altri Paesi dell’area euro, ha firmato un Patto di Stabilità e Crescita,
impegnandosi a rispettare i parametri di Maastricht e vincolandosi a pagare
multe salatissime nel caso di violazioni di questi parametri. In particolare
il Patto di Stabilità e Crescita prevede che tutti gli Stati facenti
parte dell’area Euro debbano avere un rapporto tra deficit e PIL pari massimo
al 3% e tendente nel lungo periodo al pareggio di bilancio. Il deficit viene
definito come l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni, ovvero
come la differenza tra entrate ed uscite correnti dello Stato, comprese le spese
per interessi sul debito pubblico. La differenza tra entrate ed uscite correnti
dello Stato, meno le spese per interessi sul debito pubblico, viene invece definita
avanzo/disavanzo primario.
E’ importante questa specificazione in quanto, se l’avanzo/disavanzo primario
è esclusivamente il risultato della politica economica del governo e
quindi delle sue manovre di cassa sulla spesa pubblica o sulle entrate fiscali,
il risultato finale del deficit dipende invece anche da una variabile – la spesa
per interessi sul debito pubblico – che non è direttamente controllata
dallo Stato, ma dipende piuttosto da una serie di fattori, tra i quali la politica
monetaria della BCE e la reputazione dell’Italia sui mercati finanziari. In
particolare una minore reputazione del nostro Paese si trasforma direttamente
in maggiore coefficiente di rischio dei titoli di Stato emessi dal nostro Paese,
quindi in maggiori interessi da pagare su tale debito.
In base a questa premessa, è facilmente spiegabile il motivo per il
quale la Commissione Europea ha "chiuso un occhio" sulla Francia e
la Germania quando non hanno rispettato i parametri previsti dal Patto di Stabilità
e Crescita, mentre invece sembra non essere per nulla intenzionata a farlo con
l’Italia. Sia la Francia che la Germania hanno infatti un debito pubblico pari
a circa il 60% del PIL (in linea con i parametri di Maastricht e del Patto di
Stabilità e Crescita), mentre l’Italia ha un debito pubblico – eredità
disastrosa dei "fiorenti anni Ottanta" di spesa pazza ed incontrollata
– pari al 106,4% del PIL nel 2005 e previsto più o meno sulla stessa
soglia anche per l’anno in corso. Questo significa che se la Francia o la Germania
dovessero superare il 3% previsto per il rapporto deficit/PIL per un anno o
due, risulta loro più facile rientrare all’intero dei parametri con "semplici"
operazioni di cassa, in quanto la loro spesa per interessi è minore ed
è quindi decisamente più gestibile, anche in un contesto di tassi
in aumento come quello attuale.
La stessa cosa non si può dire invece per l’Italia, in quanto sia nel
2006 che negli anni a venire, oltre a dover far fronte ad una spesa per interessi
già di per se elevatissima, a causa dell’enorme stock di debito pubblico
accumulato, bisogna anche trovare i fondi per coprire l’aumento di spesa causato
dal trend crescente dei tassi di interesse. In questa prospettiva esiste
addirittura, se vogliamo, un problema di sostenibilità del debito futuro,
se non si dovesse agire in fretta. Il trend dei conti pubblici italiani
risulta infatti peggiorato negli ultimi anni con la progressiva riduzione dell’avanzo
primario accumulato, sino al quasi totale azzeramento nel 2005 (0,5% del PIL
nel 2005), a causa delle politiche economiche degli ultimi anni. Ciò,
in base a tutto quello che abbiamo detto prima, significa in sostanza che l’onere
degli interessi sul debito non risulta essere coperto né da sufficienti
entrate fiscali, né dalla crescita, che risulta sempre inferiore al tasso
di interesse. In altri termini, il debito ha ripreso a crescere in proporzione
al PIL, di nuovo dopo 10 anni, essendo infatti l’Italia stata costretta a rifinanziarsi
con ulteriore debito per pagare gli interessi sul debito precedente.
Considerato che i Trattati fondatori dell’Unione Europea non permettono alla
Bce di effettuare alcun intervento di soccorso agli Stati dell’Unione Europea
che dovessero trovarsi in seri problemi finanziari, il risultato è che,
se non si invertisse subito la rotta, i titoli italiani correrebbero seriamente
il rischio di un declassamento del rating e quindi un aumento della loro
rischiosità percepita. Ciò non significherebbe che aumentare ancora
di più la loro onerosità ed il loro impatto sui conti pubblici.
E’ per questo motivo che il Financial Times ha più volte affermato
che i mercati potrebbero effettivamente costringere il Governo italiano ad abbandonare
l’Euro, se si convincessero che le condizioni di finanza pubblica dell’Italia
non sono sostenibili e si profilasse dunque il pericolo di un default
del debito, ovvero della dichiarazione di incapacità da parte italiana
di ripagare il proprio debito. Sarebbe quindi una situazione molto simile a
quella vissuta dell’Argentina solo pochi anni fa.
La situazione però non è così drammatica, per fortuna.
Si può infatti osservare che i correttivi necessari per tornare a ridurre
il debito nei confronti del PIL e riprendere perciò il circolo virtuoso,
sono ancora relativamente contenuti. Se il tasso medio di crescita si prevede
per il 2006 intorno all’1,5% e il costo medio del debito è salito al
tasso del 3% cento, basterebbe un avanzo primario circa del 2% rispetto al PIL
per stabilizzare il rapporto debito/Pil, ed allo stesso tempo anche per riportare
sotto il 3% il rapporto deficit/PIL. Perché il debito torni a calare
ed il deficit torni all’interno dei parametri previsti dal Patto di Stabilità
e Crescita, dunque, l’aggiustamento è ancora possibile. Ed è proprio
al fine di effettuare una tale correzione che si è parlato della possibilità
di una manovra finanziaria di grossa entità per il 2007, ovvero pari
a circa 30 miliardi di euro.
A questo punto, ben venga poter ridurre l’entità della manovra prevista
se dovessero cambiare in positivo le prospettive per il 2007. Se la crescita
economica nel 2006 dovesse attestarsi infatti ad un livello più alto
di quello previsto, se l’andamento positivo delle entrate che si è dimostrato
sinora per l’anno in corso dovesse mantenersi sino a fine anno e se, in generale,
la situazione dovesse dimostrarsi più rosea di quella prevista solo qualche
mese fa, allora esisterebbe anche il margine di manovra necessario per poter
ridurre l’entità della manovra prevista per il prossimo anno, senza mettere
a rischio la credibilità e gli impegni presi dal nostro Paese.
Ma questo discorso non può prescindere, per l’appunto, dall’andamento
dei principali indici economici di cui sopra. Non ha infatti alcun senso affermare
che l’Italia abbia bisogno di una manovra finanziaria più leggera a prescindere
da quale sia la situazione finanziaria sottostante né, men che meno,
chiedere al nostro governo di ricontrattare con la Commissione Europea un rientro
scaglionato del nostro deficit nei parametri del Patto di Stabilità e
Crescita. La Commissione Europea non esiterebbe a bocciare la nostra proposta,
come ha già dichiarato di voler fare in un tal caso, visto che ci siamo
impegnati lo scorso anno a rientrare già da quello in corso.
Il vero problema è che l’Italia ha in ogni caso l’obbligo morale di
risanare i propri conti pubblici. Qualsiasi prospettiva di crescita sostenibile
per il nostro Paese non può infatti prescindere dall’obbligo di tenere
i conti sotto controllo e ridurre in maniera sostanziale il nostro debito nei
prossimi anni. Lo dobbiamo in primo luogo a noi stessi ed ai nostri figli, per
non costringerli a vivere in un Paese nel quale saranno costretti a ripagare
i nostri errori, come noi siamo costretti a pagare quelli dei nostri genitori.
E questo a prescindere dal Patto di Stabilità e Crescita, che siamo comunque
tenuti a rispettare.

