SPERO CHE UN GIORNO POTREMO TROVARE IL CORAGGIO…
di Robert C.Byrd*

Discorso dinanzi all’aula del Senato americano
13 settembre 2006
Signor Presidente,
un altro 11 settembre è passato, e mentre ancora ricordiamo coloro che
sono morti in quel giorno fatale e contempliamo gli eventi accaduti dopo quegli
orribili attacchi, sicuramente almeno una cosa ora è chiara a tutti.
La guerra in Iraq è stata un errore, ha prodotto più reclute per
il terrorismo internazionale e profonde divisioni all’interno del nostro stesso
Paese. Questa guerra non avrebbe mai dovuto iniziare. La strada che abbiamo
intrapreso dal nostro attacco contro Bin Laden ed i suoi sostenitori, nascosti
nelle rocciose e desertiche caverne dell’Afghanistan, al disastroso e non provocato
attacco contro l’Iraq, è stata una strada disastrosa. La guerra voluta
da Bush ha danneggiato il nostro Paese perché ha portato il nostro Paese
a combattere una guerra non necessaria, valutando erroneamente le conseguenze
di questa scelta, con il risultato di aver oggi mostrato a tutti coloro che
vogliono il male dell’America quali sono le vulnerabilità del nostro
Paese.
Gli Stati Uniti sono una potenza più debole non solo in Medio Oriente,
ma anche dinanzi all’opinione pubblica mondiale. Che fine ha fatto l’America
che una volta era l’ideale della pace e della libertà per milioni di
persone? Che fine ha fatto l’America che una volta era rispettata non solo per
la sua potenza militare, ma anche per la sua ideologia e per la sua ragionevole
diplomazia?
Il nostro Paese può aver deviato occasionalmente anche in passato dalla
sua immagine positiva nel mondo, ma quello che è successo ad Abu Ghraib,
i corpi sfigurati dalle torture, ciò che viene eufemisticamente chiamato
"rendition" dei prigionieri, nonché le direttive presidenziali
che hanno unilateralmente alterato le norme previste dalle Convenzioni di Ginevra
– tutto questo non rappresenta una semplice deviazione da quella che era l’America
della pace, della libertà e della buona volontà. Questo rappresenta
piuttosto un cambio di attitudine e di politica di immani proporzioni, come
un vero e proprio tsunami politico. I nostri amici sono ancora increduli. I
nostri nemici invece sorridono e affermano di aver sempre pensato questo di
noi. Io non riesco ad immaginare nessun momento nella nostra storia in cui un
presidente eletto ha fallito così miseramente il proprio mandato, e nello
stesso tempo ancora non è stato costretto a rendere conto dinanzi al
popolo americano per i propri errori e per le proprie menzogne.
Prendiamo ad esempio il nostro segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld. Questa
persona ha sbagliato tutto sull’Iraq. Ha candidamente rifiutato ogni suggerimento,
provenutogli prima della guerra, per stanziare una forza di maggiori dimensioni
in Iraq. Non ha detto una parola quando l’Autorità Provvisoria della
Coalizione ha deciso di smantellare l’esercito iracheno, rendendo così
gli ex soldati manovalanza per la guerriglia antiamericana. Ha sempre insistito
sul fatto che gli uomini e le donne dell’Iraq ci avrebbero visto come liberatori
e non come occupanti, ed ha persino fallito nel giudicare quali fossero gli
equipaggiamenti necessari per le nostre donne ed i nostri uomini in servizio
in Iraq.
Oggi il segretario Rumsfeld continua ad insistere che non ci troviamo di fronte
ad una guerra civile in Iraq, sebbene sia chiaro a tutti il contrario. Nonostante
questo egli siede ancora indisturbato nel suo ufficio mentre l’eco dei suoi
errori di giudizio e di strategia continua a mietere migliaia di vittime innocenti.
Possiamo anche parlare del presidente Bush e del vicepresidente Dick Cheney.
Questi uomini continuano a voler far credere al pubblico americano che la guerra
in Iraq è parte della guerra contro il terrorismo, e che perciò
deve essere continuata a tutti i costi. Non cambiamo direzione, essi dicono,
nonostante che passati tre anni scoraggianti di progressi praticamente nulli
in Iraq. La conta dei morti sta per raggiungere quota 2.700 per quanto riguarda
gli americani e quantomeno decine di migliaia per quanto riguarda gli iracheni,
e milioni di dollari dei contribuenti americani sono stati versati per questa
avventura, la stragrande maggioranza dei quali è stata sprecata da irresponsabili
"contractors" mentre il nostro governo è stato incapace di
rendere conto della loro gestione. Molti dei nostri alleati hanno lasciato il
terreno, riconoscendo quella verità che la nostra Amministrazione è
incapace di vedere: abbiamo le armi per vincere la guerra, ma ci manca la capacità
di assicurare la pace all’Iraq.
Nonostante questo, troppi americani ancora non si rendono pienamente conto
delle numerose violazioni della loro fiducia e del massacro che continua ogni
giorno in Iraq. Molti dei nostri compatrioti sono apparentemente convinti che
non è patriottico criticare la politica del nostro Paese, quando siamo
impegnati all’estero in conflitti armati. In effetti, ai nostri giorni, c’è
troppa tolleranza per il comportamento del nostro governo sia in Patria che
all’estero. Questa Amministrazione ha ripetutamente usato la paura e il nostro
patriottismo per minare la nostra Carta dei Diritti, la libertà di pensiero
personale, la nostra privacy ed il diritto di ognuno a dire ciò che pensa.
Tale cinico esercizio da parte di alti ufficiali del nostro governo è
completamente incosciente. E’ un comportamento vergognoso che non ha alcuna
scusa.
Il Congresso, sotto il controllo del partito del presidente, è stato
completamente remissivo, come un cane che lecca la mano del suo padrone alla
Casa Bianca e che si compiace della segretezza e delle menzogne. Ma anche la
gran parte dei membri del partito all’opposizione sono stati silenti per troppo
tempo, incapaci di trovare la propria voce, azzittiti dalla richiesta di "appoggiare
le truppe". Abbiamo dimenticato, troppo spesso, che c’è una netta
differenza tra appoggiare le truppe ed appoggiare una guerra non necessaria.
Gli uomini e le donne che servono sotto le armi non hanno chiesto di andare
a combattere in queste terre lontane, ma ne avevano la volontà. Hanno
risposto alla chiamata al dovere del proprio Paese. Da parte nostra abbiamo
l’obbligo di appoggiare la loro scelta, ma non dobbiamo seguire ciecamente le
politiche di coloro che li hanno inviati a combattere nel mezzo di una guerra
civile.
L’opinione pubblica americana è la nostra unica speranza rimasta ora.
Il nostro popolo ha il dovere di chiedere di più ai suoi rappresentanti
che siedono nel Congresso ed ai suoi leader che siedono alla Casa Bianca. Donald
Rumsfeld dovrebbe essere licenziato dal presidente Bush a causa dei suoi gravissimi
errori di valutazione sulla guerra in Iraq e perché una nuova voce al
comando del Dipartimento della Difesa fornirebbe una boccata di aria fresca
per la nostra politica in Iraq. Il suo licenziamento sarebbe indubbiamente una
ottima notizia per il nostro Paese. Eppure un voto di "sfiducia" da
parte del Senato nei confronti di Rumsfeld è stato bloccato dal partito
del presidente. L’essere responsabili delle proprie scelte è un concetto
che da tempo non fa parte di questa Amministrazione. A me, personalmente, piacerebbe
rivedere questo concetto in auge.
Uno può sperare che gli uomini e le donne che arrivano a posizioni di
responsabilità abbiano la grazia, la dignità e l’onore di sentire
nel proprio cuore quando è il momento di dimettersi per mettere l’interesse
della nazione dinanzi al proprio. Ma, troppo spesso, l’egoistico attaccamento
al potere o una sorta di mal guidata dimostrazione di forza si pongono dinanzi
all’interesse del Paese. Donald Rumsfeld ha il dovere di dimettersi o altrimenti
il presidente ha il dovere di chiedergli di farlo. C’è troppo in ballo
per poter accettare qualsiasi alternativa. Personalmente, ritengo che il presidente
non compia il proprio dovere se non chiede a Rumsfeld di dimettersi. Le menzogne
e i massacri collegati a questi tre tragici e lunghi anni di guerra hanno colpito
al profondo il nostro Paese, la sua immagine nel mondo e la sua abilità
nel raggiungere numerosi obiettivi nazionali ed internazionali. Questo tipo
di pericolosa inettitudine non deve essere permessa a nessuno.
Ma, come molte altre cose riguardanti l’Iraq ed il Medio Oriente in generale,
gli Stati Uniti d’America sembrano subire passivamente ciò che accade
e l’unica cosa che sembra mostrare vigore è la spirale esplosiva dei
prezzi del petrolio. Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, dato in mano ai
mullah un modo reale di influenzare la vita giornaliera e lo stile di vita degli
americani, e persino l’efficacia della nostra potenza militare – vale a dire
il controllo delle linee di fornitura del petrolio dalle quali dipende la nostra
economia ed il nostro esercito.
Ora gli oleodotti sono diventati il bersaglio preferito dei terroristi che
hanno imparato con piacere come far saltare in aria gli impianti petroliferi,
per poi ascoltare le lamentele degli americani sull’aumento del prezzo della
benzina e sulla mancanza di fonti di energia alternative che non sono mai state
sviluppate.
Ora, abbiamo passato un ulteriore anniversario degli attacchi sanguinosi che
hanno precipitato il nostro Paese nella situazione disastrosa nella quale si
trova ora. Per questo motivo, mentre ricordiamo i nostri morti, dobbiamo confrontarci
con pesanti verità.
La nostra attenzione è stata sviata, con la menzogna, dalla guerra in
Afghanistan – una guerra che avevamo davvero bisogno di combattere e vincere.
Ora i talebani stanno riconquistando il Paese. Al Qaeda continua a considerare
le montagne afgane come un santuario inaccessibile alle forze della coalizione.
La violenza è in aumento, la pace e la stabilità sono a rischio.
La Corea del Nord, probabilmente reagendo alla nostra dottrina della guerra
preventiva e alla nostra bellicosità, ha accresciuto la sua capacità
nucleare. L’Iran è stato rafforzato dalla nostra incapacità di
fermare la violenza in Iraq e dalla freddezza che abbiamo ricevuto dai nostri
tradizionali alleati. Persino il popolo della Turchia, uno degli alleati più
forti degli Stati Uniti visto che la Turchia è un membro della NATO,
nonché un modello di democrazia laica tra i Paesi musulmani, ci ha voltato
le spalle. Un sondaggio condotto dal Fondo Marshall degli Stati Uniti ha reso
noto che l’Iran di Ahmadinejad è diventato uno dei Paesi più popolari
in Turchia e c’è una crescente voglia di identificarsi con l’islam radicale.
La dimostrazione di inettitudine e di spettacolare errore di calcolo di cui
siamo stati colpevoli in Iraq, ci è già costata pesantemente.
Inoltre a casa nostra stiamo rivivendo lo stesso incubo del Vietnam, con la
presenza di un forte senso di disagio che si farà sentire ancora per
anni.
Il presidente Bush ancora insiste che la guerra deve continuare. Il presidente
difende il suo diritto di intercettare i nostri concittadini come necessario
per la guerra al terrorismo, nonostante che una corte americana abbia già
dichiarato queste intercettazioni incostituzionali. Il nostro presidente difende
anche l’uso della tortura e il ‘rendition’ dei prigionieri ai servizi segreti
di governi che usano la tortura abitualmente, come necessari per ottenere informazioni
di valore dai prigionieri della guerra al terrorismo, che avrebbero permesso
di evitare ulteriori attacchi contro il nostro Paese. Ma ormai la sua credibilità
è talmente danneggiata che è difficile credergli. Il presidente
richiede anche l’autorità per detenere senza limiti temporali persone
sospettate di terrorismo, e quindi di giudicarle mediante tribunali militari
che negano il diritto basilare di ogni persona alla propria difesa, così
come affermato da una sentenza della Corte Suprema. Il presidente sembra convinto
di poter "vincere" la guerra contro il terrorismo nonostante che le
sue politiche unilaterali, il suo militarismo, la sua retorica stantia e il
suo odio patologico nei confronti della diplomazia, si siano dimostrati fallimentari.
E’ dovere del Congresso cambiare politica e fermare il rovinoso tentativo di
attacco contro le nostre libertà costituzionalmente garantite da parte
di una Casa Bianca che palesemente non apprezza il vero significato della parola
libertà. Spero che un giorno potremo trovare davvero il coraggio per
farlo.
*Robert C. Byrd è un senatore democratico del West Virginia, nonché
più volte potenziale candidato alla posizione di segretario di Stato
americano nel caso di una vittoria democratica alle presidenziali
Traduzione di Daniele John Angrisani, in esclusiva per Altrenotizie

