IL CONFLITTO DELLA RAI
di Sara Nicoli

Sembrava un’iperbole la frase con cui Romano Prodi ha voluto sintetizzare la
questione Rai, chiarendo che si trattava di una faccenda talmente difficile
da risolvere che, in confronto, l’organizzazione della missione di pace in Libano
appariva quasi un gioco da ragazzi. Sembrava, appunto, solo una battuta. Poi,
lo stallo del consiglio di amministrazione di mercoledì scorso e l’incapacità
della struttura di governo aziendale di varare un semplice riequilibrio di forze
attraverso qualche nomina mirata, ha reso evidente a tutti che la Rai è
oggi più di ieri il laboratorio politico del Paese, l’interfaccia della
capacità di governare di questa maggioranza e il punto di snodo della
sua reale possibilità di incidenza sul cambiamento delle regole imposte
da cinque anni di pressione berlusconiana sul Paese. La visione d’insieme è
piuttosto sconfortante.
Non stiamo parlando di lottizzazione, di "pizzini" con le nomine
abbandonati sui divani di Montecitorio e neppure di accuse pretestuose di occupazione
e di editti di proscrizione lanciati da Sofia o da Bologna dai leader di turno;
quelle sono simpatiche note di colore a margine di una verità valida
da 50 anni a questa parte: sulla Rai il governo gioca la sua sopravvivenza e
quella della maggioranza che lo sostiene, in questo caso solo per una manciata
di voti. E questa sottilissima linea di confine rende, oggi, questa partita
particolarmente delicata e, in qualche modo, definitiva.
Dalle poltrone della Rai – e dall’accordo bipartisan che si potrebbe concretizzare
su di esse – passa la possibilità di trovare sponde utili ad un passaggio
morbido della Finanziaria, così come su altre questioni sul tappeto non
meno urgenti. Ma, soprattutto, in queste ore che precedono il prossimo consiglio
di amministrazione di martedì prossimo, al settimo piano di viale Mazzini
si fanno i conti con due questioni dirimenti per la maggioranza e vitali per
il leader dell’opposizione: la legge sul conflitto d’interessi e la revisione
della legge Gasparri. Non è in gioco, insomma, la sopravvivenza di Clemente
Mimun al Tg1 e neppure il rafforzamento dell’asse economico politico tra il
patto di sindacato del Corriere della Sera e il premier Prodi attraverso la
nomina di Gianni Riotta: il Cavaliere sta obbligando i consiglieri di stretta
osservanza polista a "resistere, resistere, resistere", facendo ostruzionismo
sul via libera al cosiddetto "Rai-baltone" in cambio di un accordo
che disinneschi la legge sul conflitto d’interesse e ammorbidisca la revisione
della Gasparri. Soprattutto in merito al Sic (sistema integrato delle comunicazioni)
che fissa i tetti antitrust per le televisioni e che, così com’è
formulato oggi, ha consentito a Mediaset, negli ultimi cinque anni, di far volare
il fatturato oltre ogni più rosea previsione. Un ricatto a cui Prodi,
tuttavia, non ha alcuna intenzione di soggiacere, lo dimostra il tentativo di
mettere un uomo a lui vicino (Riotta, appunto) sulla plancia di comando della
testata ammiraglia Rai, a ribadire non solo la forza della propria leadership,
ma anche della volontà di questo esecutivo di cambiare le carte in tavola
con determinazione e senza sconti.
Potrà sembrare, anche questa, un’iperbole, ma da come finirà
la partita Rai si potrà capire la reale capacità di questo governo
di durare cinque anni e di mettere mano seriamente alle riforme di cui il Paese
ha urgente necessità. A favore dell’Unione, in queste ore, è anche
intervenuto un fatto nuovo. La netta presa di distanza del leader Udc, Casini,
da Berlusconi ("Non voglio morire berlusconiano") si è riverberata
sul tavolo del cda Rai come la possibilità che il consigliere centrista,
Marco Staderini, possa votare con i consiglieri dell’Unione il previsto pacchetto
di nomine di martedì prossimo, di fatto ribaltando l’attuale maggioranza
del consiglio che è, tutt’ora, di stampo polista. L’Udc, quindi, ancora
ago della bilancia e forza politica di responsabilità quando c’è
da decidere qualcosa per il bene del paese e a discapito degli interessi del
proprio leader di coalizione? E’ ancora presto per dirlo, ma i segnali ci sono
tutti. Diversamente, infatti, si assisterebbe ad uno show down dove,
a rimetterci, non sarebbe solo la Rai, ma anche l’Unione e, paradossalmente,
anche la Cdl per inevitabili rappresaglie successive.
Facciamo un quadro. Allo stato attuale, non c’è alcuna possibilità
che il consiglio Rai raggiunga un accordo su tutte le nomine necessarie. La
Cdl ha, oggi, 11 testate su 14 sotto il controllo di un uomo di area del centrodestra.
Le testate Rai in maggiore sofferenza (Tg2, Radio Rai, Rai International, relazioni
esterne) sono sotto la direzione di uomini di An (Mazza, Magliaro, Socillo,
Paglia). Il Tg1, nonostante gli ascolti di poco superiori al Tg5, come sottolineato
dal consigliere Ds Carlo Rognoni, non fa un’informazione politica degna di un
servizio pubblico: non si spiega la politica agli italiani con il cronometro
in mano e spazi equamente suddivisi tra i vari esponenti politici. Insomma,
il pastone di Pionati deve essere superato.
La "riserva indiana" di Raitre funziona, ma anche lì vanno
fatti seri cambiamenti, così come è tuttora vacante la direzione
di Rainews 24 perché Roberto Morrione è andato in pensione e il
cda non è stato ancora in grado di sostituirlo. A queste poltrone, di
maggiore visibilità popolare, si aggiungono tutta una serie di altre
di struttura, meno visibili ma strategiche per il funzionamento dell’azienda,
a partire dal direttore del personale. Un quadro di insieme, insomma, che va
cambiato, per consentire all’azienda di continuare a stare sul mercato e continuare
a sfidare la concorrenza. Fatto che l’opposizione al governo non vuole nel modo
più assoluto. Una Rai inginocchiata, paralizzata, inerte è quanto
di meglio Berlusconi possa volere.
Proprio per questo, si diceva, non è possibile che il cda Rai si metta
d’accordo su tutto. E’ invece più che probabile che martedì prossimo,
se i centristi, con Staderini, non apriranno uno squarcio nel buio passando
all’opposizione, che l’intero pacchetto di nomine venga bocciato. A quel punto
il direttore generale Cappon si dimetterebbe (l’ha già detto) e a ruota
se ne andrebbero anche i consiglieri di centrosinistra e questo aprirebbe una
crisi profonda nel servizio pubblico tv. Con il governo che, a quel punto, sarebbe
costretto in qualche modo a mettere le mani sulla gestione della Rai cambiando
alcune norme della Gasparri per decreto, visto che ancora non è stata
formata la commissione di vigilanza Rai a cui spetta il potere di nomina dei
consiglieri.
Ma perché si è arrivati a questo punto? Dopo quattro mesi di
governo di centrosinistra, ancora non è chiaro come la pensi l’Unione
nella sua complessità riguardo al futuro del servizio pubblico tv. Negli
ultimi giorni se ne sono sentite di tutti i colori: dalla privatizzazione a
pezzi (vecchio pallino dalemiano) alla Fondazione (Gentiloni), fino al commissariamento
(Pecoraro Scanio) e alla trasformazione in una Spa non più anomala come
ora, ma reale. Non c’è una linea condivisa. Non c’era nel programma dell’Unione
(che, su 400 pagine, aveva dedicato alla Rai solo un foglio e mezzo), ed è
in ordine sparso oggi. Per evitare di fare come Berlusconi (che, appena insediato,
non fece prigionieri a viale Mazzini) l’Unione è riuscita a rivoltare
l’arma della Rai contro di sé: indecisione, tentennamenti, inadeguatezza
politica, troppi appetiti da soddisfare e nessuna idea buona per metterli tutti
a tacere. Così adesso, con una Finanziaria difficile da sostenere davanti
al Parlamento e anche davanti agli elettori, il governo Prodi si trova a dover
risolvere – e in gran fretta – anche la questione del servizio pubblico radiotelevisivo.
Senza sapere da che parte cominciare, con poche idee e molto confuse. Forse
basterebbe cominciare a ragionare da un punto, da qualcosa di sinistra. Che
vede la Rai come un servizio pubblico che appartiene ai cittadini e non ai partiti.
Ci vorrebbe, insomma, insieme alla sacrosanta necessità di strappare
l’azienda dagli artigli berlusconiani, il coraggio di ritirarsi da viale Mazzini
e restituire alla Rai la capacità di governarsi, assegnandole una struttura
da vera azienda e non da mostro giuridico come è oggi. Ma non lo faranno
mai. Neppure a braccia alzate. Nonostante avessero promesso il contrario.

