Lagarde, la mossa delle dimissioni
Le dimissioni anticipate di Christine Lagarde dalla presidenza della Banca Centrale Europea, hanno sorpreso molti di coloro che pensavano ad un normale processo di avvicendamento secondo le regole stabilite. La signora Lagarde, invece, ha deciso di dimettersi anticipatamente per evitare il rischio che l’indicazione francese sulla successione possa essere decisa da Marie Le Pen nel caso – probabile – in cui la madame nera di Francia arrivi all’Eliseo con le prossime elezioni.
Le dimissioni di Lagarde, che consente a Macron di poter decidere il nome indicato dalla Francia per la sua successione, sono quindi un tassello di una coreografia politica pianificata con precisione. L’addio di Lagarde a Francoforte, giustificato con il bisogno personale di recuperare la propria libertà di espressione politica prima di planare verso la presidenza del World Economic Forum di Davos, è quindi, in realtà, un’operazione di messa in sicurezza istituzionale orchestrata dalle élite finanziarie globali.
Il tempismo di questa mossa punta a blindare la guida della BCE prima che le elezioni francesi possano alterare gli equilibri di potere nel cuore del continente, seppur la vera paura dei mercati e delle grandi corporazioni non risiede nella normalizzazione di un’estrema destra guidata da Marine Le Pen, la quale ha già ampiamente addomesticato il proprio programma economico promettendo centoquaranta miliardi di euro di autonomia finanziaria e austerità selettiva accantonando qualsiasi tassa sui grandi patrimoni finanziari pur di rassicurare gli investitori internazionali e ottenere il placet della finanza globale.
E se l’ipotesi di Marie Le Pen all’Eliseo agita i cosiddetti “mercati”, quella che li mette in crisi è l’eventualità che alla presidenza francese possa arrivare Jean-Luc Mélenchon. Il vero spauracchio sistemico è infatti la possibilità di un’affermazione della sinistra radicale, di un’alternativa di rottura strutturale che minaccia di aggredire le rendite attraverso un piano fiscale progressivo e di sfidare l’ortodossia di Francoforte pretendendo la cancellazione o la conversione in titoli perpetui del debito pubblico detenuto dalla banca centrale.
Questo scenario svela la profonda saldatura ideologica tra gli interessi del grande capitale e una svolta autoritaria e militarista che attraversa l’intero continente europeo. La facciata algida della stabilità finanziaria e della neutralità istituzionale nasconde con un maquillage la più grande ristrutturazione politica ed economica dell’Europa contemporanea.
Ciò che osserviamo oggi in Europa è una forte repressione delle manifestazioni popolari che si accompagna a un incredibile spostamento a destra dei vari governi, funzionale a imporre una pressione eterogenea verso una folle corsa al riarmo in chiave geopolitica contro la Russia e la Cina. Questa transizione verso un’economia di guerra viene propagandata come un volano di sviluppo e sovranità industriale, ma le analisi macroeconomiche più rigorose dimostrano che si tratta di una colossale mistificazione tesa a occultare un massiccio trasferimento di fondi pubblici e debito comune verso le multinazionali della difesa.
L’industria degli armamenti è un settore a bassissima intensità occupazionale che impiega appena l’uno per cento della forza lavoro e genera un effetto spiazzamento devastante che sottrae risorse vitali alla sanità, all’istruzione e alla transizione ecologica dei giovani. Inoltre, l’assenza di una catena di fornitura militare europea autosufficiente fa sì che questo fiume di denaro pubblico finisca per finanziare direttamente le corporation della difesa statunitensi e israeliane.
Si configura così un paradosso etico intollerabile per le nuove generazioni, costrette a vedere i propri bilanci sociali tagliati per arricchire industrie belliche strettamente collegate a potenze straniere (USA e Israele) la cui condotta internazionale è macchiata da invasioni illegali, attacchi contro popolazioni inermi e la creazione di campi di prigionia per civili di minoranze varie che evocano le pagine più buie del Novecento.
La promozione di Lagarde a Davos assomiglia a tutti gli effetti a un premio di consolazione per aver ubbidito ai diktat del capitale globale, confermando che l’attuale assetto europeo è strutturato per difendere i profitti oligarchici sacrificando i diritti dei lavoratori, la spesa sociale e la stessa democrazia sotto i colpi di un militarismo d’impresa.
Questa architettura svela un vizio di forma strutturale che mina alle fondamenta la pretesa democraticità delle istituzioni dell’Unione Europea, dove la gestione degli asset fondamentali dell’economia e della politica è blindata all’interno di camere decisionali totalmente sottratte al controllo popolare.
Il deficit di rappresentanza si palesa nel monopolio legislativo della Commissione Europea, sancito dall’articolo diciassette del Trattato sull’Unione Europea, che la configura come l’unico organo titolato a proporre le leggi, riducendo i cittadini e lo stesso Parlamento Europeo – l’unica istituzione direttamente eletta – a un ruolo subordinato, privo di un vero diritto di iniziativa legislativa e costretto semplicemente a ratificare, emendare o respingere direttive calate dall’alto. Al contempo, i tecnocrati che dirigono le nostre economie dai vertici monetari ed esecutivi non rispondono ad alcun mandato elettorale, come dimostra lo statuto di totale indipendenza politica della BCE sancito dall’articolo centotrenta del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che vieta esplicitamente ai banchieri centrali di sollecitare o accettare istruzioni da organi democratici.
A ben vedere, la storia recente dell’eurozona mostra quanto questa asimmetria possa diventare punitiva: basti pensare al precedente storico del 2015, quando la BCE di Mario Draghi restrinse la liquidità d’emergenza alle banche greche tramite il meccanismo ELA (acronimo di Emergency Liquidity Assistance, ovvero Assistenza di Liquidità di Emergenza, un canale di finanziamento straordinario con cui le banche centrali nazionali dell’Eurosistema forniscono liquidità temporanea a una banca commerciale che si trova in condizioni di grave carenza di denaro, ma che è considerata ancora solvibile). Lo fece proprio nei giorni del referendum contro l’austerità del governo Tsipras, configurando un uso politico e coercitivo della leva monetaria contro una precisa espressione della sovranità popolare.
Questa dinamica si rigenera nel fenomeno delle porte girevoli tra finanza e istituzioni, di cui la stessa traiettoria di Lagarde – passata dal colosso legale di Wall Street Baker McKenzie al Fondo Monetario Internazionale, poi alla BCE e infine verso Davos – rappresenta l’archetipo, evidenziando una classe dirigente che proviene e rimane legata a quegli stessi mercati finanziari che le autorità pubbliche dovrebbero teoricamente regolamentare.
Di fronte a questo gigantesco cortocircuito democratico, l’ossessione geopolitica dei governi di indicare la Cina come il nemico economico da abbattere appare come una distrazione di massa funzionale a nascondere i guasti strutturali del nostro modello interno. Prima di pretendere di esportare o difendere valori democratici all’esterno, la priorità storica di una società consapevole deve essere quella di riprendere in mano le leve della propria economia, scardinando il dogma della neutralità tecnica e introducendo meccanismi di consultazione popolare permanente ogni volta che si decide della gestione degli enti pubblici, del destino del lavoro e dell’allocazione del debito sovrano.

