La guerra invisibile
La narrazione fasciobellicista dominante tende a mitizzare il rischio vitale associandolo esclusivamente alla divisa e alle armi. Ma le tabelle storiche del Ministero della Difesa, analizzate freddamente in tempo di pace, dicono l’esatto contrario. Nelle Forze Armate italiane (Esercito, Marina, Aeronautica), la media annuale dei decessi legati a incidenti addestrativi, logistici o di servizio si attesta stabilmente su circa 2-3 vittime all’anno. Rapportando questo dato a una platea di circa 170.000 militari in servizio attivo, il calcolo matematico del tasso di mortalità specifica oscilla tra 1,1 e 1,7 morti ogni 100.000 arruolati.
Quando però si passa al mondo civile, i dati consolidati dall’INAIL si trasformano in un bollettino di guerra permanente: circa 1.100 denunce di infortunio mortale all’anno complessive in Italia. Se isoliamo i tre comparti chiave, l’incidenza pro-capite (calcolata sul numero di decessi per 100.000 occupati di ciascun settore) svela l’ipocrisia del sistema:
Edilizia: Tra i 150 e i 210 decessi all’anno, con un tasso di circa 9-12 morti ogni 100.000 lavoratori. Un operaio edile rischia la vita fino a 10 volte in più rispetto a un militare in caserma.
Logistica e Trasporti: Tra i 100 e i 130 morti all’anno, schiacciati da turni massacranti sull’asfalto, per un tasso di 13-14 morti ogni 100.000 addetti. Il rischio è 12 volte superiore a quello militare.
Agricoltura: circa 100-110 decessi annui. Qui, a causa della contrazione dei contratti regolari, l’indice di mortalità pro-capite esplode letteralmente, oscillando tra i 18 e i 24 morti ogni 100.000 lavoratori. Nei campi la probabilità di morire – quasi sempre per il ribaltamento di trattori obsoleti privi di roll-bar – è fino a 20 volte superiore alla vita sotto le armi.
Il cancro del lavoro nero e del caporalato: il costo economico dell’illegalità
Questi numeri, per quanto drammatici, rappresentano solo la punta dell’iceberg. Le stime dei sindacati e degli osservatori indipendenti sul mondo del lavoro indicano che le morti reali nei settori civili sono superiori di circa il 15-20% rispetto ai dati ufficiali comunicati dall’INAIL. Il motivo è una piaga che si chiama economia sommersa e caporalato, due dinamiche criminali che distorcono la realtà in modo strutturale.
Il tasso di incidenza ufficiale viene calcolato dividendo i decessi per la sola platea dei lavoratori regolarmente registrati. Escludendo dal denominatore le centinaia di migliaia di braccianti ed edili in nero, l’indice ufficiale finisce per sottostimare la reale portata del rischio pro-capite a cui sono esposte le fasce più vulnerabili.
Quando un lavoratore invisibile muore, scatta spesso il meccanismo dell’occultamento del corpo, derubricato come finto incidente domestico o malore privato, per evitare conseguenze penali alle aziende. Al danno umano si somma un impatto psicologico e sociale devastante, dove il caporalato riduce gli individui a meri strumenti di raccolta tramite depersonalizzazione, isolamento coatto nei ghetti, minacce costanti e un sistematico dumping contrattuale che distrugge le aziende sane.
Ma quanto costa tutto questo alle casse dello Stato? Secondo i dati ufficiali sulla contabilità nazionale, l’economia non osservata (sommerso economico e attività illegali) vale in Italia oltre 192 miliardi di euro, pari a circa il 10,5% del PIL. L’evasione fiscale e contributiva derivante dal solo lavoro nero sottrae allo Stato e all’INPS una cifra monstre stimata tra i 25 e i 30 miliardi di euro ogni anno. Praticamente l’ammontare di una Legge Finanziaria. Soldi sottratti direttamente alla sanità pubblica, alla scuola e anche, alle risorse destinate agli ispettorati del lavoro e alla prevenzione degli infortuni. Lo Stato, di fatto, sceglie di non riscuotere i miliardi del sommerso per non disturbare padroni e padroncini di manodopera clandestina e sottopagata.
Mentre i cantieri e i campi si trasformano in cimiteri a cielo aperto per carenza di controlli, la politica risponde con una profonda e intollerabile contraddizione valoriale. Nell’agenda di governo, l’acquisto di nuovi sistemi d’arma, caccia cacciabombardieri e sottomarini, drena miliardi di euro di fondi pubblici dalle casse dello Stato, accede a strumenti finanziari internazionali che generano ulteriore debito con la scusa dogmatica di dover “difendere e proteggere la popolazione italiana” da fantomatici pericoli esterni o minacce geopolitiche.
Al contrario, rimangono ridicole le risorse e le assunzioni destinate agli ispettori del lavoro per contrastare l’ecatombe reale che avviene ogni giorno sul territorio, lasciando sguarnito il fronte della sicurezza economica e sociale. La difesa del cittadino viene quindi declinata solo attraverso la lente della militarizzazione e del profitto dell’industria bellica, ignorando la strage domestica di padri e madri di famiglia che non tornano a casa la sera per aver cercato di guadagnarsi da vivere.
Se la priorità assoluta di un governo degno di questo nome fosse davvero la salvaguardia della vita dei propri cittadini e il risanamento del tessuto economico, le soluzioni strategiche si troverebbero applicando una semplice logica di riconversione delle risorse esistenti.
Attualmente, migliaia di militari vengono impiegati sul territorio nazionale nell’operazione “Strade Sicure”, un progetto di pattugliamento urbano e presidio statico delle città. L’impatto reale sulla riduzione dei reati è da anni ampiamente discusso e criticato dagli analisti. Utilizzare questa imponente forza logistica e operativa dello Stato per scopi ispettivi civili potrebbe invertire la rotta. Affiancare il personale militare agli ispettori del lavoro per un controllo capillare e militarizzato – questa volta a fini di tutela sociale – dei macro-cantieri e delle aziende agricole gestite dalle agromafie consentirebbe di salvare vite umane, imponendo l’applicazione immediata e coercitiva dei protocolli di sicurezza fisica ed eliminando la possibilità per i datori di lavoro di nascondere le violazioni.
Far emergere il sommerso, sanzionando duramente le aziende illegali e costringendole alla regolarizzazione contrattuale immediata di tutta la manodopera. Recuperare miliardi di euro di gettito fiscale e contributivo evaso, drenando risorse dall’illegalità per rimetterle a disposizione dei servizi pubblici essenziali produrrebbe un rapido miglioramento sia dei conti pubblici che della popolazione.
La sicurezza non può più essere misurata in base alla quantità di commesse militari o alla spesa per la difesa nazionale, mentre si tollera la macelleria sociale nei luoghi di lavoro. Un cambio radicale sotto questo profilo non è più rinviabile: rappresenta un atto imprescindibile di responsabilità sociale e civile a cui la politica deve rispondere.
Questo tema offre un’occasione d’oro e un terreno di scontro identitario per il cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Se le forze progressiste vogliono davvero accreditarsi come alternativa credibile al modello neoliberista e securitario delle destre, devono inserire la sicurezza sul lavoro e la lotta al sommerso al centro di una grande battaglia politica contro il riarmo.
Sfidare il governo sul terreno della spesa pubblica, proponendo di stornare i miliardi destinati alla difesa bellica per investirli nella difesa della vita dei lavoratori e nel contrasto al caporalato, significa rimettere al centro l’articolo 1 della Costituzione. Finché la vita di chi lavora varrà meno di una commessa militare, la retorica della “difesa dei cittadini” rimarrà l’ennesimo capitolo di una vergognosa ipocrisia di Stato.

