Migranti, l’Europa alza il muro
Un importante accordo “di principio” raggiunto lunedì in sede UE aggiunge potenzialmente l’ultimo tassello destinato a completare il Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo, approvato nel 2024 e in vigore a partire dalla prossima settimana. Più che razionalizzare i flussi migratori nel continente, le nuove misure non ancora definitive prospettano una drastica accelerazione delle espulsioni e un’intensificazione delle restrizioni di fatto al diritto di asilo, spesso in aperta violazione delle norme democratiche e del diritto internazionale. Una stretta, quella all’orizzonte, che ricorda tristemente i metodi brutali adottati nei mesi scorsi dall’agenzia anti-migranti americana (ICE) agli ordini del presidente Trump.
Il testo è stato concordato al termine delle discussioni tra rappresentanti del Parlamento Europeo, del Consiglio d’Europa e della Commissione UE. L’intesa è in sostanza il prodotto tossico della convergenza tra i gruppi parlamentari europei dei liberali, dei popolari e della destra estrema. Quella che appare a tutti gli effetti come la pietra tombale sui diritti degli immigrati rappresenta il logico epilogo di una lunga rincorsa verso destra degli ambienti “centristi” e finto-progressisti europei, già visibile da tempo nei singoli paesi e ratificata ora con una serie di regole unificate a livello comunitario.
L’irrigidimento delle attuali norme è strutturato attorno ad alcuni punti critici. Il primo è il via libera ai famigerati centri di rimpatrio al di fuori dell’UE (“Return Hubs”). In maniera a dir poco paradossale, il modello scelto da Bruxelles ricalca in buona parte quello del protocollo Italia-Albania, già dichiarato illegittimo da svariate sentenze di tribunali, tra cui quella dell’ottobre 2024 della Corte di Giustizia Europea. Gli stati membri avranno così facoltà di siglare accordi bilaterali con paesi terzi per creare centri di permanenza dove trasferire i migranti “irregolari”, ovvero le cui domande di asilo sono state respinte, in attesa della deportazione definitiva verso i loro paesi di origine.
Per certificare che i “paesi terzi” prescelti garantiscano il rispetto dei diritti umani e che il principio del “non-refoulement” (divieto di respingimento verso paesi in cui i migranti rischierebbero torture o persecuzioni) venga soddisfatto, basterà molto probabilmente una dichiarazione unilaterale da parte del governo del paese UE di turno. A livello ufficiale ciò non sarebbe possibile, visto che farebbero testo alcuni elementi oggettivi per la certificazione, ma l’Europa stessa sta cercando di abbassare la soglia legale per rendere “sicuri” paesi che non lo sono. Da questo genere di trasferimento sono esclusi i minori non accompagnati, ma l’eccezione fa ben poco per rimediare agli abusi che avranno luogo. L’esternalizzazione del trattenimento dei richiedenti asilo, le cui domande sono state respinte, consisterà in pratica nel delegare a paesi con standard democratici e giudiziari tutt’altro che impeccabili – come Albania, Egitto, Tunisia – un lavoro sporco che si risolverà in molti casi proprio in una raffica di “refoulement” verso paesi a rischio che il diritto internazionale proibisce.
Un altro aspetto problematico è l’allungamento dei tempi di detenzione da 18 a 30 mesi per i destinatari di un’ordinanza di espulsione, così come per coloro che vengono considerati a rischio di fuga oppure una minaccia alla sicurezza o, ancora, che non collaborano con le autorità. In questi casi è prevista anche la possibilità della cancellazione di sussidi ed eventuali altri benefit erogati a loro favore. Un periodo di detenzione fino a due anni e mezzo per situazioni che non prevedono nessuna condanna giudiziaria e per quello che non è un reato penale, bensì un’infrazione amministrativa, rappresenta evidentemente un’escalation autoritaria preoccupante, oltre che una violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Tanto più se si considera che, in casi estremi, la misura punitiva può essere applicata anche a famiglie con minori oppure nei casi in cui è il paese di origine del richiedente asilo a non collaborare o a non rispondere alle richieste di identificazione da parte dell’Europa.
L’intesa di questa settimana introduce poi l’Ordine Europeo di Rimpatrio (ERO). Quando cioè un singolo stato emette un provvedimento di espulsione, questo diventa visibile a tutti i paesi dell’area Schengen, così da impedire che un migrante oggetto di un decreto di espulsione possa semplicemente spostarsi in un altro paese per presentare una nuova richiesta. Attivisti e associazioni a difesa dei diritti civili hanno messo in guardia dal pericolo che questo strumento faciliti espulsioni di massa e senza la necessaria analisi dei singoli casi, in violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, poiché i paesi in cui i destinatari di un primo provvedimento dovessero recarsi potranno procedere alla deportazione immediata senza nessuna ulteriore indagine sul loro status.
Gravemente lesiva dei diritti democratici fondamentali è infine la norma che introduce la possibilità di eseguire arbitrariamente perquisizioni personali, domiciliari e dei dispositivi elettronici dei destinatari di ordini di rimpatrio che non collaborano con le autorità. Le violazioni della privacy saranno quindi la regola, ricalcando una delle pratiche più odiose e anti-democratiche che stanno caratterizzando i raid dell’ICE negli Stati Uniti, quasi sempre condotti senza il mandato di un tribunale.
L’accordo di lunedì è stato prevedibilmente accompagnato da una retorica ufficiale improntata alla rivendicazione del controllo europeo sui flussi migratori, così da rimediare a una situazione in cui milioni di “irregolari” approfitterebbero di un sistema troppo generoso per rimanere sul territorio dell’UE nonostante non ne abbiano il diritto. Secondo i dati ufficiali, meno del 30% dei destinatari di un decreto di espulsione lasciano effettivamente l’Europa. Nella realtà, questo dato è giustificato da svariati fattori che poco o nulla hanno a che vedere con un’effettiva volontà di sfuggire alla giustizia. Ad esempio, va presa in considerazione le condizioni dei paesi di origine, che spesso non consentono il rimpatrio. Altri ancora mostrano una certa resistenza ad accettare i propri connazionali espulsi per ragioni puramente economiche, poiché le rimesse degli emigrati costituiscono una voce importante del loro PIL. In molti casi, invece, i decreti di espulsione si disinteressano delle situazioni dei singoli “irregolari”, di fatto non rimpatriabili per motivi di salute o perché hanno stabilito nei paesi in cui si trovano solidi legami sociali e famigliari.
Nella narrazione ufficiale del “problema” dell’immigrazione, si fa riferimento a un allineamento progressivo dei governi dei singoli paesi membri e della stessa UE all’opinione pubblica europea, sempre meno propensa all’accoglimento. Una predisposizione anti-migranti che deriverebbe dalla gestione troppo permissiva della “crisi” dei migranti del 2015, quando si verificò un aumento sostanziale degli ingressi in Europa, soprattutto da Siria e Afghanistan, due paesi devastati da guerre e distruzioni di cui peraltro proprio l’Europa era in parte responsabile.
In realtà, è proprio la classe politica europea nel suo insieme ad avere alimentato ad arte i sentimenti xenofobi, cavalcando le battaglie dell’estrema destra contro i migranti per dirottare verso la parte della società più debole, ovvero gli immigrati “irregolari”, la crescente insofferenza degli europei per politiche economiche suicide, erosione costante della spesa sociale e politiche guerrafondaie e di riarmo.
Come accennato all’inizio, l’accordo più recente e ancora da approvare da parte di Parlamento e Consiglio UE, è solo l’ultima parte di un nuovo quadro normativo che regolerà le politiche migratorie dell’Unione. Anche le altre parti del “Patto”, in vigore dal 12 giugno prossimo, sollevano, in maniera poco sorprendente, forti dubbi circa la natura anti-democratica dei provvedimenti previsti. Dallo “screening” preventivo, che faciliterà respingimenti ultra-rapidi, all’estensione della schedatura dei migranti a partire dai bambini di 6 anni, fino alle procedure accelerate in situazioni di “crisi”, le nuove norme ridisegnano un quadro autoritario con spazi sempre più ristretti per far valere diritti consolidati che il democratico Occidente punta a liquidare senza il minimo scrupolo.

