Gaza e la generazione degli orfani
A Gaza, oltre 64.000 bambini sono rimasti orfani. Nel campo per sfollati di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, tende improvvisate fatte di teloni, lamiere e cartoni si allineano lungo stretti corridoi di sabbia. Qui vivono 270 bambini. La scena si ripete in diversi punti del territorio e mette in luce una crisi in continua espansione: secondo l’ultimo rapporto del Ministero dello Sviluppo Sociale di Gaza, i minori rimasti orfani sono ormai più di 64.000. La maggior parte ha perso uno o entrambi i genitori; migliaia di altri sono rimasti completamente soli, senza familiari né reti di sostegno.
La distruzione di ospedali, scuole e abitazioni aggrava ulteriormente questo abbandono. Con i servizi di base al collasso, la vita quotidiana si riduce alla sopravvivenza. Nel campo, i bambini trasportano taniche e secchi in cerca d’acqua, in percorsi che fanno parte di una routine segnata dalla scarsità.
Ma dietro i numeri emergono le storie. Racconti che oscillano tra la perdita assoluta e la necessità di andare avanti, di sostenere una qualche forma di futuro. Alcune storie rivelano come si costruisce – nel mezzo della devastazione – il futuro di questa generazione.
A pochi chilometri da lì vivono Rami e Iman Arrouqi. Per 23 anni hanno cercato invano di avere figli. L’adozione non era mai stata una possibilità concreta fino a quando la guerra ha mostrato loro un’altra realtà: neonati e bambini che arrivavano soli negli ospedali. Hanno così iniziato a prendersi cura temporaneamente di minori orfani, finché un medico di fiducia ha parlato loro di Jannah, una neonata di pochi giorni, senza familiari identificati.
“Nulla contava più. Volevamo solo essere lì per lei”, racconta Rami. Dopo aver completato le pratiche, l’hanno portata a casa. Per la prima volta, hanno sentito di essere una famiglia. Lui ricorda quel giorno e ripete a bassa voce “baba” (papà, in arabo), come se stesse ancora cercando di comprendere il peso di quel momento.
La storia di Jannah, tuttavia, è un’eccezione in un territorio attraversato dal trauma. Nello stesso campo di Khan Yunis vive Malak Khadr. Ha perso tutta la sua famiglia e ha subito l’amputazione della gamba destra quando la sua casa è stata colpita da un bombardamento ed è rimasta sotto le macerie. Il suo ultimo ricordo intatto è quello di una notte in famiglia: risate, qualche dolce. Poi, il boato. Ricorda di aver abbracciato suo padre mentre aspettavano un cessate il fuoco. All’alba, non restava più nulla.
“Non mi hanno lasciato nessuno”, dice, guardando una fotografia di famiglia. Oggi cerca di mantenere l’equilibrio appoggiandosi ai pali di una tenda. Si muove come può fino a raggiungere le sue stampelle. Nonostante tutto, conserva un unico desiderio: “Voglio una protesi… per poter tornare a camminare e tornare a scuola”.
Questo desiderio si scontra con una realtà devastata. Molte scuole sono state distrutte; altre funzionano come rifugi per sfollati. Migliaia di bambini sono rimasti fuori dal sistema educativo. Ibtihal Al Salibi, che si occupa di tre minori orfani, avverte che l’interruzione è così prolungata che il maggiore sta già pensando di lasciare gli studi per lavorare.
Alla mancanza di istruzione si aggiungono gravi rischi per la salute. I livelli di malnutrizione compromettono lo sviluppo fisico dei bambini e possono lasciare conseguenze irreversibili. L’impatto psicologico, invece, appare come la ferita più profonda. Maysaa Al Rubaie, madre vedova di cinque figli, lo esprime con chiarezza: “I miei figli si svegliano di notte con gli incubi. La paura non se ne va mai”.
L’adozione, in questo contesto, è una pratica recente nella società palestinese. Prima della guerra, la cura dei bambini orfani ricadeva principalmente su organizzazioni non governative, con il sostegno internazionale – in particolare di paesi come Turchia, Indonesia e Malesia – e sotto supervisione statale.
L’infanzia a Gaza è cambiata per sempre. Tra chi riesce a trovare una famiglia e chi è costretto a sopravvivere in solitudine, il dramma di una generazione segnata dalla guerra, dall’assedio e dalla perdita si riassume in una frase di Malak: “Voglio solo vivere”.

