USA-UE, duello in Ungheria
A pochi giorni dal voto per il rinnovo del parlamento ungherese, la visita a Budapest del vicepresidente statunitense J. D. Vance ha assunto i contorni di un intervento politico diretto nel pieno della campagna elettorale. L’arrivo di Vance, preceduto già nelle settimane scorse dalla missione del segretario di Stato Marco Rubio, ha segnato un ulteriore salto di qualità nel sostegno di Washington al governo uscente di Viktor Orbán. Un sostegno esplicito, rivendicato pubblicamente, che evidenzia quanto l’amministrazione repubblicana consideri strategicamente fondamentale l’esito di elezioni che stanno registrando una feroce competizione, oltre che tra il partito al potere Fidesz e l’opposizione di Tisza, tra Stati Uniti e Unione Europea.
Nel corso della visita, Vance non ha usato mezzi termini, attaccando le istituzioni europee per il loro appoggio all’opposizione e denunciando le “interferenze” di Bruxelles nel processo elettorale ungherese. Una presa di posizione che ha assunto toni paradossali, considerando che lo stesso vicepresidente si è poi schierato apertamente al fianco di Orbán, fino a dichiarare pubblicamente la fiducia in una sua vittoria. Ancora più significativo è stato il collegamento diretto con Donald Trump durante un evento elettorale del partito del premier, con il presidente americano intervenuto per elogiare Orbán e rafforzarne la candidatura, trasformando di fatto un appuntamento politico nazionale in una vetrina internazionale.
Il fatto che Orbán e il suo partito rischino seriamente di essere sconfitti dopo 16 anni al governo in maniera ininterrotta ha reso ancora più infuocato il clima del voto previsto per domenica prossima. Secondo svariati sondaggi pubblicati per lo più sui media occidentali, Tisza e il suo leader, Péter Magyar, nelle ultime settimane avrebbero consolidato un vantaggio piuttosto netto su Fidesz. Istituti più vicini al governo in Ungheria disegnano invece uno scenario equilibrato. Non è facile distinguere in questo caso l’oggettività scientifica dalla propaganda. Alcuni ritengono che i sondaggi siano inaffidabili per varie ragioni, come ad esempio la scarsa rappresentanza nei campioni intervistati degli abitanti delle regioni rurali dell’Ungheria, tradizionalmente più orientati a votare per il partito di Orbán. Altri, ancora, sospettano che le rilevazioni occidentali o di soggetti ungheresi filo-europeisti tendano a ingigantire il vantaggio dell’opposizione per preparare il terreno a una contestazione su vasta scala dei risultati se Fidesz dovesse alla fine ottenere un altro successo alle urne.
Sta di fatto che il grado di popolarità di Orbán è sceso in maniera considerevole negli ultimi anni e già nelle elezioni del 2022 era dato in affanno, ma si era riconfermato alla guida del paese grazie soprattutto allo scarso appeal di un’opposizione quasi allo sbando. L’era Orbán è stata caratterizzata da una sensibile stretta autoritaria che ha riguardato molti settori, dalla giustizia alla stampa, fino ai diritti degli immigrati. Sul fronte economico, le politiche all’insegna del relativo aumento della spesa sociale, che avevano per lo più caratterizzato gli anni di governo fino alla vigilia del voto di quattro anni fa, hanno lasciato spazio più recentemente a tagli e riduzione di sussidi pubblici. Una svolta che ha indubbiamente influito sulla perdita di consensi del premier e del suo partito, dovuta sia alla cambiata congiuntura internazionale sia al congelamento di fondi europei come ritorsione di Bruxelles per le posizioni divergenti di Budapest su Russia e Ucraina.
Il riassetto del quadro politico ungherese alla vigilia del voto ha inoltre favorito l’ascesa di Tisza. Se quest’ultima formazione ha evitato di costruire una larga alleanza di opposizione, principalmente per intercettare gli scontenti di Fidesz, di cui condivide in larga misura gli orientamenti ideologici, vari partiti con bacini elettorali più o meno importanti hanno deciso di non presentarsi alle elezioni, come lo storico partito socialista ungherese (MSZP), per non disperdere i voti anti-Orbán e favorire la candidatura di Magyar.
Il punto di forza del premier uscente resta però la sua posizione sulla guerra in Ucraina. Orbán ha saputo resistere, anche se talvolta non in maniera così ferma, alla deriva guerrafondaia e russofoba di praticamente tutto il resto dell’UE. Il progressivo peggioramento della situazione sul campo per il regime di Kiev, lo spreco di risorse per consentire a Zelensky di resistere l’avanzata russa e gli effetti devastanti delle decisioni auto-lesioniste europee di rinunciare alle risorse energetiche di Mosca hanno reso impopolare il conflitto e premiato le scelte di Orbán. In campagna elettorale, perciò, quest’ultimo e i candidati del suo partito hanno puntato quasi tutto sull’opposizione alla prosecuzione della guerra e sulla resistenza alle pressioni europee.
Orbán in questi ultimi anni ha in realtà votato a favore dei vari pacchetti di sanzioni contro la Russia praticamente ad ogni occasione, così da evitare un’escalation dello scontro con Bruxelles e i maggiori governi europei. Allo stesso tempo ha però mantenuto il dialogo con Mosca e cercato di salvaguardare le linee di fornitura di gas e petrolio dalla Russia. Ciò ha inevitabilmente aggravato lo scontro politico con Kiev, scoppiato definitivamente in seguito alla chiusura dell’oleodotto Druzhba da parte dell’Ucraina. La durissima polemica tra i due governi ha spinto Orbán a interrompere o a minacciare di interrompere le forniture di gas ed elettricità a Kiev.
Inoltre, Budapest ha bloccato l’approvazione di un nuovo prestito europeo da 90 miliardi di euro all’Ucraina e del 20esimo pacchetto di sanzioni UE contro la Russia fino a che l’Ucraina non riaprirà i rubinetti dell’oleodotto Druzhba. La mossa di Zelensky ha un significato prettamente politico, ovvero punta a penalizzare Orbán e il suo partito nelle elezioni del 12 aprile. Una strategia pienamente in linea con l’Europa che intende sfruttare il voto per liberarsi una volta per tutte del premier ungherese. A livello ufficiale, Bruxelles ostenta preoccupazioni per la deriva antidemocratica sotto Orbán, mentre in realtà sono appunto le sue posizioni sulla Russia e la guerra in Ucraina a risultare intollerabili, tanto da giustificare il ricorso a strumenti e iniziative di vario genere per influenzare l’esito del voto.
Bruxelles ha ad esempio congelato fondi pari a circa 20 miliardi di euro da destinare a Budapest, tra cui tutti i dieci miliardi della quota PNRR, ufficialmente per violazioni dello stato di diritto e per le politiche implementate su immigrazione e diritti civili, ma in realtà soprattutto per le già ricordate divergenze in tema di Russia e Ucraina. Parallelamente, con la scusa di possibili “interferenze” russe nella campagna elettorale in atto, l’UE ha attivato strumenti di controllo dell’informazione come il famigerato Sistema di Allerta Rapida (Rapid Response System), ufficialmente pensato per contrastare la disinformazione online, ma che nei fatti consente a organismi riconosciuti dalla Commissione di segnalare contenuti e chiederne la rimozione dalle principali piattaforme digitali.
In questo quadro, colossi come Meta e TikTok operano sotto la pressione del Digital Services Act (DSA), una normativa che, pur presentata come garanzia di trasparenza, attribuisce a Bruxelles un ruolo determinante nella definizione di ciò che è considerato informazione legittima, con il rischio di marginalizzare posizioni critiche o euroscettiche. L’attivazione prolungata di questi meccanismi di controllo alimenta il timore che l’UE stia preparando il terreno non solo per influenzare l’esito elettorale, ma anche per contestarlo in caso di risultato sfavorevole, in un confronto politico ormai aperto tra Bruxelles e uno dei suoi membri più critici.
In questo scenario si innesta lo scontro tra Europa e Stati Uniti, con le elezioni di domenica che secondo l’ex ministra degli Esteri austriaca Karin Kneissl si sono trasformate in una vera e propria “guerra per procura” tra le due potenze. L’amministrazione Trump punta sulla riconferma di Orbán perché considera il premier e il suo partito uno strumento decisivo per indebolire la coesione europea, favorire la dipendenza del continente dagli USA e il suo allineamento alle priorità strategiche americane. Sulla questione ucraina queste manovre sono apparse particolarmente chiare. L’opposizione di Budapest agli aiuti a Kiev e a nuove sanzioni alla Russia rischia di mandare in bancarotta il regime di Zelensky, col rischio di costringere quest’ultimo ad accettare una soluzione diplomatica che verrebbe decisa tra Washington e Mosca sopra la testa di un’Europa impotente.
L’affinità tra Trump e Orbán è ovviamente anche di natura ideologica. L’erosione delle libertà democratiche e del principio della separazione dei poteri, così come le politiche anti-migratorie ultra-aggressive che hanno caratterizzato i governi ungheresi degli ultimi sedici anni trovano un evidente riscontro nell’America di Trump. Il sostegno a Orbán e a Fidesz da parte della Casa Bianca rientra perciò in un disegno volto a promuovere l’espansione di governi di ultra-destra in Europa, sempre nell’ottica di consolidare il controllo strategico americano sul continente.
Tornando alla competizione elettorale, dietro la figura di Péter Magyar e del suo partito Tisza si cela tutt’altro che una “nuova alternativa democratica”, come viene spesso presentata da Bruxelles. Magyar proviene direttamente dall’apparato di potere di Viktor Orbán, con incarichi nel ministero degli Esteri e nelle strutture statali, e la sua ascesa politica è da collegare a una frattura interna al sistema Fidesz più che a un reale cambiamento di linea. Anche sul piano programmatico, le differenze appaiono limitate: Tisza mantiene posizioni di destra su economia e politiche sociali, non si discosta in modo sostanziale dalle restrizioni all’immigrazione e punta su un’agenda favorevole agli interessi delle élite urbane e imprenditoriali. In sostanza, più che una rottura, si tratta di una riorganizzazione interna dello stesso blocco politico.
Il vero punto di divergenza riguarda piuttosto la collocazione internazionale dell’Ungheria. A differenza di Orbán, Magyar propone un pieno riallineamento all’Unione Europea e alla NATO, con un sostegno esplicito all’Ucraina e una linea molto più aggressiva nei confronti della Russia. Non a caso, tra i nomi che circolano per un suo eventuale governo figurano profili chiaramente orientati in senso atlantista, dalla possibile ministra degli Esteri Anita Orbán, legata agli ambienti filo-americani e favorevole a rompere i legami energetici con Mosca, all’ex capo delle forze armate Romulusz Ruszin-Szendi, sostenitore di Kiev e ben inserito nelle strutture NATO. Accanto a loro, figure provenienti dal mondo delle multinazionali, come il manager István Kapitány, papabile per il dicastero dell’Economia, delineano un esecutivo perfettamente allineato agli interessi economici e strategici occidentali.
In questo quadro, la narrazione europea di una battaglia per la “democrazia” in Ungheria appare una mera costruzione retorica. Il vero obiettivo è quello di sostituire un alleato scomodo con un governo pienamente integrato nelle strategie di Bruxelles, in particolare sul fronte della guerra in Ucraina. Più che uno scontro tra autoritarismo e democrazia, si profila quindi una contesa geopolitica, in cui il nodo centrale resta la posizione di Budapest nel confronto con la Russia e l’allineamento alle politiche euro-atlantiche.

