Elezioni e Ius Soli, Trump smonta la Costituzione
L’amministrazione Trump ha intensificato nelle ultime settimane l’attacco frontale ai principi costituzionali degli Stati Uniti, intervenendo contemporaneamente su due pilastri fondamentali del sistema democratico: il diritto di cittadinanza e quello di voto. Da un lato, la Casa Bianca ha difeso davanti alla Corte Suprema un ordine esecutivo volto a smantellare lo ius soli; dall’altro, ha introdotto un decreto che punta a ridefinire in senso restrittivo l’accesso al voto, in particolare attraverso il controllo federale sulle elezioni e l’imposizione di verifiche stringenti sulla cittadinanza.
Il primo fronte si è aperto con l’audizione di mercoledì davanti alla Corte Suprema sul caso relativo all’ordine esecutivo firmato da Trump nel gennaio 2025, con cui il presidente ha tentato di abolire il diritto alla cittadinanza per nascita sul suolo statunitense. Una mossa che si pone in aperto contrasto con il XIV Emendamento della Costituzione, che da oltre un secolo e mezzo stabilisce in modo inequivocabile che chiunque nasca negli Stati Uniti è cittadino americano. Il tentativo dell’amministrazione di reinterpretare questa norma rappresenta un attacco diretto a uno dei principi fondativi dell’ordinamento costituzionale.
Nel corso dell’udienza, i giudici hanno mostrato un diffuso scetticismo nei confronti delle argomentazioni presentate dal governo, richiamando non solo il testo esplicito dell’emendamento, ma anche la consolidata giurisprudenza in materia, a partire dalla storica sentenza “Stati Uniti contro Wong Kim Ark” del 1898. In quell’occasione, la Corte stabilì che la cittadinanza per nascita si applica anche ai figli di immigrati, indipendentemente dallo status legale dei genitori, rafforzando così un principio che da allora è rimasto sostanzialmente intatto.
L’iniziativa della Casa Bianca non si limita però a un’interpretazione restrittiva della legge, ma si inserisce in una più ampia strategia politica volta a colpire le comunità di immigrati. L’eventuale abolizione dello ius soli priverebbe ogni anno centinaia di migliaia di nuovi nati della cittadinanza e, se applicata retroattivamente, potrebbe mettere in discussione lo status legale di milioni di persone. Si tratterebbe di una trasformazione radicale della società americana, con implicazioni profonde sul piano giuridico, sociale ed economico.
Non meno significativa è stata la presenza diretta di Trump durante l’udienza, un fatto senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. La sua partecipazione è un chiaro tentativo di esercitare pressioni sulla Corte Suprema, già oggetto di critiche da parte dello stesso presidente nelle scorse settimane, soprattutto dopo la sentenza che ha bocciato in larga misura i provvedimenti con cui la Casa Bianca aveva imposto dazi a mezzo mondo. Un atteggiamento, quello di Trump, che conferma la crescente tensione tra potere esecutivo e istituzioni giudiziarie, in un contesto di progressiva erosione degli equilibri costituzionali.
Parallelamente, l’amministrazione repubblicana ha compiuto un passo altrettanto controverso sul fronte elettorale, con la firma di un decreto che mira a introdurre un controllo centralizzato sul voto per corrispondenza. Il provvedimento prevede la creazione di un database federale contenente tutti i cittadini aventi diritto al voto, gestito congiuntamente da agenzie governative come il Dipartimento per la Sicurezza Interna e l’Amministrazione della Previdenza Sociale. I singoli stati sarebbero obbligati a utilizzare queste liste, inevitabilmente caratterizzate da errori diffusi, per la registrazione degli elettori e l’invio delle schede elettorali, con il rischio di sanzioni penali per chi non si conforma.
Questa iniziativa rappresenta una rottura netta con il dettato costituzionale americano, che attribuisce agli stati e non al governo federale la responsabilità primaria nella gestione delle elezioni. L’intervento diretto del potere esecutivo in questo ambito solleva quindi seri dubbi di legittimità e ha già provocato la reazione di numerosi governi statali, pronti a impugnare il decreto davanti ai tribunali. Anche alcuni stati a guida repubblicana hanno espresso riserve, segno di una frattura che attraversa lo stesso schieramento conservatore.
Un elemento centrale del provvedimento riguarda l’introduzione di verifiche obbligatorie sulla cittadinanza per accedere al voto, attraverso la presentazione di documenti ufficiali come passaporti o certificati di nascita. Tuttavia, questo tipo di requisito è ampiamente riconosciuto come discriminatorio negli Stati Uniti, poiché colpisce in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili della popolazione. Milioni di cittadini americani, infatti, non possiedono un documento d’identità aggiornato o facilmente utilizzabile, soprattutto tra le comunità a basso reddito, gli anziani e le minoranze etniche.
Le difficoltà non sono solo economiche, ma anche burocratiche. Ottenere un certificato di nascita o un documento equivalente può essere complesso e costoso, specialmente per chi è nato in contesti rurali o in periodi in cui la registrazione anagrafica era meno rigorosa. Inoltre, esistono numerosi casi in cui i documenti non coincidono perfettamente — ad esempio per le donne che hanno cambiato cognome dopo il matrimonio — creando ulteriori ostacoli alla registrazione elettorale. Questo sistema rischia quindi di escludere milioni di elettori legittimi.
Alla base di queste misure vi è la narrativa, più volte promossa da Trump, secondo cui il sistema elettorale sarebbe vulnerabile a frodi di massa, in particolare da parte di immigrati irregolari. Una tesi che non ha nessun riscontro nella realtà, ma che continua a essere utilizzata per giustificare interventi restrittivi. L’obiettivo principale è di limitare la partecipazione elettorale di segmenti della popolazione tradizionalmente inclini a votare per il Partito Democratico.
Se anche l’ordine esecutivo firmato da Trump dovesse sopravvivere ai tribunali, è improbabile che possa entrare in vigore già per le elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Il provvedimento e il dibattito sorto attorno a esso servono però ad alimentare un clima di isteria, nel quale vengono ingigantiti ad arte il rischio di irregolarità ai seggi e che gli immigrati irregolari si rechino alle urne, così da screditare il processo elettorale e creare un pretesto per cancellare o ribaltare l’esito del voto.
Nel loro insieme, le iniziative dell’amministrazione Trump delineano quindi un quadro preoccupante, in cui diritti fondamentali come la cittadinanza e il voto vengono messi in discussione attraverso strumenti legislativi e interpretazioni forzate della Costituzione. Più che interventi isolati, si tratta di elementi di una strategia di vasta portata, che punta a ridefinire gli equilibri del sistema politico americano, con implicazioni che potrebbero estendersi ben oltre l’attuale ciclo elettorale.

