Il volto sociale del voto di Marzo
Se non mancherà la voglia, ci sarà modo e tempo di tornare sulle cause che hanno indotto il governo Meloni a chiamare l’adunata generale per proclamare urbi et orbi che modificando il Titolo IV della Costituzione si sarebbe cambiata l’Italia; tutto questo mentre le guerre imperialiste del Ventunesimo secolo che stanno (esse sì) modificando l’ordine mondiale nato dalle macerie del 1989, hanno già cambiato il sistema economico globale fondato adesso sulla logica del darwinismo sociale, della selezione naturale e della sopravvivenza del più forte.
La battaglia per la riforma costituzionale, nell’odierno contesto internazionale, appare come espressione di una politichetta fine a sé stessa; l’Italia fa la figura di un condominio che litiga sulle piccole faccende amministrative mentre fuori la città è in balia delle onde sismiche. Non era questo il momento; non era questo il modo; e tuttavia è capitato.
Ora, considerato che tutto è compiuto, è possibile tentare di analizzare il voto referendario fuggendo dai sacri testi del sondaggismo e dalle venerabili tavole dei comandamenti statistici che narrano di percentuali, intenzioni, coalizioni e prossime elezioni? Andando oltre i numeri e guardando agli elementi concreti che stanno dietro – popolo, territorio, imprese, lavoro, Stato – cosa ci dice di politico, di crudamente politico, questo voto di primavera?
Il voto del no è emerso prevalentemente dalle regioni meridionali, da poche regioni settentrionali della Repubblica e dalle grandi città sia del sud sia del nord; è stato invece sommerso nelle ricche regioni del Nord-Est, tanto che c’è già chi accenna, come Giovanni Sallusti di Radio Libertà, alla secessione elettorale del nord.
Ha votato dunque NO quella parte della Repubblica maggiormente colpita dall’alta mortalità delle imprese; dalla cronica insufficienza e progressiva obsolescenza di infrastrutture e servizi collettivi; dalla continua crescita della povertà sociale, culturale, economica.
Il voto del NO è stato indicato soprattutto da uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 54 anni; il sì, invece, è prevalso in coloro che hanno da 55 anni in su. Hanno votato per il NO, quindi, le lavoratrici e i lavoratori della Repubblica percossi dalla precarietà, dalla disoccupazione, dal lavoro nero, dallo sfruttamento, dalle distorsioni di un mercato del lavoro sempre più flessibile e ancor più invaso da quell’esercito di riserva che è l’intelligenza artificiale. Hanno votato per il NO le imprenditrici e gli imprenditori delle piccole attività industriali, agricole, commerciali, edili, artigianali, ristoratrici picchiati dai costi sempre più selvaggi del trasporto, dell’energia, del mercato del lavoro, della concorrenza e che sopravvivono finché riescono.
Hanno votato NO gli impiegati pubblici e privati quotidianamente schiacciati dal tallone di dirigenti e funzionari iper pagati e super arroganti. Hanno votato NO coloro che vorrebbero e dovrebbero andare in pensione per il tipo di lavoro che lentamente e invisibilmente gli distrugge ogni giorno mente e corpo, ma non possono farlo perché impediti dalla legge.
Hanno votato NO nelle grandi città del Sud e del Nord coloro che non possono più proteggere se stessi dalle aggressioni delle liste d’attesa e del costo della vita in costante e vertiginoso aumento rispetto a salari e pensioni sempre più povere. Come avranno votato, per esempio, quelle lavoratrici e quei lavoratori degli hotel che durante le Olimpiadi di Milano-Cortina hanno protestato perché erano pagati appena 3 euro per pulire una stanza da 800 euro a notte; pagati, per di più, a stanza e non a ore?
In definitiva, hanno sostanzialmente votato NO tutte le vittime di quel liberismo praticato da destra e sinistra nei governi nazionali, regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali.
Il voto di marzo grida che in Italia esiste una questione sociale, che fino a oggi è stata ignorata e che ancora oggi non è riconosciuta. Una questione sociale sempre più complicata che da un certo reddito in giù unisce imprenditori e lavoratori, impiegati e professionisti, uomini e donne di almeno due generazioni. Da questa alleanza potrebbe emergere una nuova avanguardia, che nel nome della Costituzione potrebbe battersi per il cambiamento strutturale (e non delle sovrastrutture) della Repubblica. E c’è da augurarsi che ciò accada, prima che sia troppo tardi.

